venerdì 31 agosto 2012

la verità è che non ci fila proprio

parliamone.
di quando per esempio lo abbiamo visto quel preciso giorno e abbiamo esclamato, sognanti:
- oddiosantissimobenedetto, è lui!
- lui chi?
- lui, uno fichissimo che ho visto l’anno scorso, tipo… oddiosantissimobenedetto!
- ma io c’ero?
- oddiosantissimobenedetto, è lui…
- sì, ma chi è?
- lui, quello che un giorno mi porterà la colazione a letto…
il lui intanto sta lì, girato di spalle per tre quarti, a pochi metri da noi.
gesticola elegantemente con il suo compagno di chiacchiere e dalla nostra posizione abbiamo l'enorme fortuna di riuscire a scorgere appena un angolo sottile delle sue labbra piene di parole soavi e aperte in un sorriso cordiale rivolto al mond'intero.
sembra il david di michelangelo, pure se con un paio di jeans e una t-shirt sportiva al posto di un marmoreo corpo scolpito da un genio.
ad un tratto si volta.
il sole è tiepido, quello della primavera che risveglia i sonni invernali degli istinti e degli ormoni ancora intorpiditi, spira una leggera brezza di mezzodì e intorno c’è il verde.
tutto verde chiaro e luminoso.
un clima perfetto, un momento perfetto, un panorama perfetto pure per la scena di una commedia inglese a lieto fine.
si volta.
gli occhi nei nostri, all’improvviso.
- oh, ciao! quanto tempo!
ci si avvicina sorridente, danzando leggero, e noi siamo lì ancora a pensare al letargo appena terminato degli ormoni che si stanno dischiudendo e tutte queste robe qui, che lui tanto che ne può sapere, e ci raggiunge.
posa due baci impalpabili sulle nostre guance ancora rosee e timide e lisce, liscissime, e già il cuore ci sale svelto di due piani.
trascorriamo con lui una piacevolissima mezzora di gentili convenevoli, di racconti sulle (sue di lui) vacanze invernali, di commenti sul freddo che ha deciso di darci una tregua, di battute più o meno ironiche sul nostro primo incontro in quel posto triste ma gioioso perché ci siamo dopotutto incontrate con lui.
intanto pensiamo, nell’ordine:
- cavolo non avevo mai notato quei suoi magnetici occhi scuri ed intelligenti ha il ventre piatto anzi piattissimo più del mio dovrò andare quindi a correre tutti i giorni santo cielo come parla bene mi sento così tonta è pure un uomo molto affermato ha una moto che farebbe invidia anche a mio padre oddio quanto sembra un po’ mio padre chi può dirmi se è impegnato? ma figurati se uno così è libero e poi sarà uno fedele? o uno dei soliti schiacquetti? sarebbe bellissimo uscire...
e non facciamo in tempo a bloccare la nostra mente ingoiata in quel turbine di fiori-sole-cuori che lui ci sfodera un biglietto e ci sussurra, avvicinandosi di più:
- be’, rivediamoci. no?
- sì...
e basta, non diciamo altro, perché annichilite.
e così cominciano due, tre, anche quattro settimane di messaggini a tutte le ore, baci scritti con più di tre puntini di sospensione, ti bacio invece di solo baci che lascia viaggiare di più l'immaginazione, la prima cena nel ristorante scelto da lui in pieno centro in cui entriamo e lo conoscono tutti e noi lì a ciondolarci nei nostri “ecco, mi presenta già ai suoi amici!” mentre ci si aggrovigliano le budella intorno alle farfalle nello stomaco, una sera da lui con un panorama mozzafiato in mezzo ad un verde selvaggio ed incontaminato, i suoi cani che ci scodinzolano e ci fanno dei festoni inaspettati per il carattere che hanno e noi lì a dirci “ecco, guarda bene: mi hanno accettata!”, il buio che ci avvolge, i baci appassionati, le telefonate a mezzanotte, i suoi messaggi mentre siamo con le nostre amiche, la telefonata per sapere come sta la sua tartaruga che aveva le placche alla gola e noi gli avevamo consigliato il veterinario omeopata che c'ha fatto fare un figurone, la passione in comune per gli animali che quando la ritrova un’altra come noi a cui piacciono così tanto, eh?
occhei.
poi un bel giorno cominciamo ad aggirarci per casa come delle zombie morse da un vampiro (maschio) e cominciamo a guardare insistentemente ed in modo sinistro il nostro cellulare, maledicendolo e dicendo isteriche:
- questo telefono è una merda! devo assolutamente cambiarlo! non prende da nessuna parte!
perché sono giorni che lui niente, non si sa dove sia, né chiama, né ci inebria più con le sue parole sdolcinate stampate nei suoi messaggi, che rileggiamo, rileggiamo, rileggiamo...
andiamo al fisso e con aria di sfida e fumo negli occhi componiamo il nostro numero di cellulare e restiamo in attesa.
squilla.
- merda, squilla! quindi prende. quindi non mi ha chiamata. e se avesse finito di lavorare tutte le sere all'una di notte? e se poi la tartaruga avesse avuto la tonsillite e l’avesse dovuta far sopprimere? oddio sai come starà soffrendo? e se fosse caduto dalla moto? con due braccia ingessate a elle che manco può prendere il cellulare in mano? poveraccio, dai… che faccio? chiamo io? ma no, io no! l’ho chiamato già le ultime due volte. anzi sei... aspetto domani, dai. magari gli mando un messaggio. solo un messaggio, giusto così, veloce, sorridente, per sapere se stia bene e basta, che non sia pesante, che sia affettuoso e al tempo stesso che lo incuriosisca e mi risponda subito. sì!
sì, ma prima di scriverlo, chiamiamo in fila le nostre tre amiche migliori, di quelle che leggono molti libri e sanno scrivere benissimo, e chiediamo loro cosa scriverebbero nel messaggio, che faccia effetto e non resti ignorato.
facciamo poi una media tra le tre e finalmente, dopo un’oretta circa, partoriamo ed inviamo, col cuore stretto da una morsa in gola, il nostro favoloso messaggio.
siamo soddisfatte, noi. siamo donne dei tempi nuovi, noi. mica come le nostre nonne. siamo emancipate, noi. mica abbiamo bisogno di attendere le mosse degli uomini, noi. siamo moderne e alla pari, noi. mica è male se facciamo noi il primo passo. no?
lui, intanto, non risponde.
e noi facciamo le prove per vedere se per caso il cellulare si fosse maledettamente bloccato e richiamiamo le nostre tre amiche chiedendo loro di mandarci un messaggio (che arriva puntuale ed inesorabile) e spegniamo e riaccendiamo il telefono e spegniamo e riaccendiamo il telefono e spegniamo e riaccendiamo il telefono…
- ecco, dove avrò sbagliato? sarò stata incalzante? troppo opprimente? non gli sarà piaciuto il pantalone che ho messo l’ultima vota che sono stata con lui? avrei dovuto mettere una gonna? la sfiga continua a perseguitarmi? sono sbagliata dalla testa ai piedi, anzi i piedi no, alle caviglie? avrò parlato troppo di me e lasciato poco all’immaginazione? abbiamo fatto sesso troppo presto? abbiamo fatto sesso troppo tardi? i miei tempi non coincidono con i suoi? come faccio a farli coincidere? servirebbe una maga? dove avrò sbagliato? dove avrò sbagliato? dove avrò sbagliato?
parliamone.
perché ognuno ha tutto al posto giusto e nei tempi giusti. tutto.
la verità è che non ci fila proprio.
non è lui quello che cammina nella strada verso il nostro infinito.

bi




[immagine tratta da internet]

      

mercoledì 29 agosto 2012

“visto che hai la bocca aperta, mi chiami mamma?”

cerco di capire cosa sia quel terrificante suono senza melodia alcuna che irrompe nel mio tanto amato buio che speravo invece rimanesse buio più buio e a lungo possibile ed ecco che capisco che è quell’isterica di sveglia.
cerco di capire dove e come spegnerla sempre immersa dentro buio ed ecco che mi cade il telefono sul marmo lucente ancora in profondo letargo ma pur sempre tosto come il marmo e pare nel frattempo che una bomba a timer sia scoppiata dentro casa perché qualcuno vuole farmi fuori (sì io credo nelle teorie complottiste più che nella favoletta maschilista di adamo ed eva).
farfuglio qualche parolaccia in italiano sgrammaticato con una voce cavernicola e pare (al solo tatto e sempre immersa dentro buio) che il telefono non sia diventato un puzzle.
cerco di capire di cosa ho voglia per colazione ed ecco che: a) latte-parzialmente-scremato mi cade dalle mani (strano) e totalmente sul lavandino b) caffè è finito senza dirmi niente c) burro l’adorato da spalmare è scaduto dal diciassette luglio (però del duemiladodici) quindi l’ho mangiato svariate volte che era già andato a male e non sono manco schiattata d) fette-biscottate non sono più biscottate ma sono fette come panini all’olio flosci e tristi e insipidi e) crostatine-di-riserva sanno di fette biscottate non più biscottate e non sanno più di crostatine perché sono state lì tutte insieme a fare un party durante le ferie d’agosto belle ammucchiate come in spiaggia a ostia la domenica a mezzogiorno dentro un contenitore sottovuoto per non farle (appunto) afflosciare e invece no: si sono afflosciate e ibridate.
così ho rinunciato alla colazione a casa.
cerco allora più volte di beccare in bagno l’immagine di me medesima riflessa nello specchio ampio come villa borghese ed eccola che la trovo in un pertugio che mi sorride beffarda e le strillo all’istante:
- cos’hai da ridere?
- non rido, sorrido.
e sorride e subito mi balena nella testa il perché: per via di quello che ho sognato e lei (giustamente) sorride (ma no: ride proprio).
ho sognato una professoressa piuttosto avanti con l’età corpulenta e slanciata dai lucidi capelli argentati e corti e sapiente della sapienza che insegna tipo biologia e mi dice:
- quali esami le mancano, dunque?
- diritto pubblico... metodologia della ricerca sociale e un altro.
- bene, cosa aspetta?
- mi sto organizzando mentalmente: ho troppi libri che proprio altri sei non saprei dove appenderli.
- allora facciamo così: venga a settembre e le tolgo due testi di diritto così sosterrà con me l’esame sul libro che ho scritto nel duemilaundici. ecco, questo.
e fa per darmelo e come non fosse passato neanche un minuto mi fissa dritta negli occhi e incalzando mi dice:
- le farò tre domande, una è questa: qual è la formula dell’energia cosmica che tiene legate tra loro tutte le donne del mondo in un unico plasma senza tempo e senza spazio che tuttavia non è affatto un non-luogo?
[oddio].
e la me allo specchio ride e ci credo che ride perché neanche einstein se l’è mai chiesto e neanche planck ne ha scritta una per cui io questa formula dove dovrei andarla a cercare?
sarebbe già una domanda senza risposta e per giunta comincerei malissimo l'esame.
ride perché pensa che il mio innamoramento edipico per artemide stia sconfinando in qualcosa di più grande delle mie facoltà affettive a me già note e ciò è talmente oscuro che un po’ lo temo anzi sì: lo temo senza un po’.  
cerco di prepararmi qualcosa per pranzo velocemente ché ho solo un’ora per andare-mangiare-tornare e incollo un patchwork con quello che di sano (e non scaduto o ammaccato o blu cobalto) trovo nel frigo solitario e perso nei suoi tanti perché e come mai.
trovo: a) due pomodori b) una confezione da quattro di wurstel di pollo sottili e di colore accettabile c) una mozzarella (ah sì! me la ricordo: l’ho comprata lunedì quindi è di origine controllata) d) basilico bello imballato di cui sapientemente stacco e congelo le foglie inutilizzate (solo perché me l'ha detto r. che si può fare e lo faccio tranquilla).
ma poi mi giro: c'è benedetta parodi e subito un'ansia da prestazione bestiale mi assale e s'impossessa di me perché lei se ne sta lì tutta ben vestita caruccia e coi tacchi dodici che danza in cucina come se ci fosse nata e non avesse mai messo il naso fuori da lì ed è nata cuoca e morirà cuoca che parla di tazzine bocconcini cucchiaini pugnetti piattini dolcini ini ino ina ine che a me viene da vomitare mentre imbratto tutto il lavandino del siero della mozzarella e di olio e sale mentre ripenso a tutti i miei issimi: famissima bellissimo fichissimo dannatissimo superlativissimo.
e spengo.
benedetta parodi mi mette l’ansia perché io faccio casino e lei no e punto.
cerco poi di concentrarmi e di ritrovare la me che lavora e che ha un ruolo dentro un’azienda e chiedo aiuto alla mia collega superbravissima e tuttofare:
- senti visto che hai l’e-mail aperta scrivi a cosa e le ricordi che il dodici settembre alle nove dev’essere qui per quella riunione del cavolo? [pausa] e visto che hai la stampante accesa potresti per favore stampare il modulo che pincopallino deve compilare per la formazione? [pausa] ah eppoi visto che scendi ti spiace consegnare a caio sempronio e tizio (in ordine rigorosamente alfabetico così non si confonde) queste buste?
si volta con eleganza lei che è sempre così stoica e sorridente e piena di energie che chi può sapere cosa ci mescoli dentro quello yogurt magro tedesco e sorridente mi sussurra:
- visto che hai la bocca aperta, mi chiami mamma? mi chiedeva mia sorella, talmente svogliata che non voleva chiamarsela da sola... mi sembri lei.
ha ragione.
ha ragione e parla anche con le virgole mica come me che oggi esisto ma senza punteggiatura.
è che dicono che chi cerca trova che (ne ero certa) non è una cosa vera ma una grossa grassa bugia e infatti io vi ho sempre detto che i detti è inutile dirli (ben detto!).
come esordio non è male: in fondo sono a metà dì di veglia e ho ancora un sacco di boiate da fare fino a sera.

love, bi




[piperita patty, alias pp, alias bb]

martedì 28 agosto 2012

ritrovamenti

era l’una passata da poco e in brevi attimi la piazza si svuotò, diventando silenziosa.
era così da sempre ed era inutile chiedersi da quando precisamente e come mai proprio all’una e non un minuto in più o uno in meno, da poterci rimettere l’orologio con meticolosa precisione.
camminava con fatica per via del caldo afoso e secco e, finita la discesa di sampietrini grigio scuro e lisci, alzò gli occhi davanti all’imponente portone nero.
era così da sempre anche lui, maestoso e pesante, che da piccola non riusciva a spalancarlo, come si farebbe con le porte che si desiderasse oltrepassare prima possibile.
era un varco che si faceva attendere, quello.
girò la chiave verso destra, come faceva da sempre, con scioltezza e precisione, facendo leva con la mano sinistra sul grande pomello pendente dalla forma personalizzata: una mano esile di donna che stringeva con vigore a sé una palla, che, battendo a sua volta sul portone, emetteva un rumore deciso, un’eco che correva aldilà velocemente e fino ai piani superiori.
era così da sempre, eppure questa volta esitò ed in quel preciso istante sospirò profondamente, pensando tra sé:
- per aprire la porta, occorre far girare la serratura come si farebbe in altre porte per chiuderle.
le sembrò più di altre volte che non fosse una porta come tutte e si ricordò quando da piccola spesso si sbagliava e, girando la chiave, ne chiudeva una mandata, anziché sbloccarla ed aprirla.
- no, non è così che si apre. devi girare al contrario, vedi?
le spiegava sua zia, muovendo la chiave verso destra ed aprendo la porta, dandole una botta energica e decisa.
- così, ecco.
quel giorno ci pensò su, come faceva quando si perdeva nei suoi percorsi mentali tortuosi e nascosti.
- faccio per chiudere e la porta si apre.
pensò ancora e, guardandosi i piedi, si disse velocemente che dovrebbe funzionare così anche con i ricordi, forse, e anche con quello che si custodisse dentro, nascosto nei meandri più velati e annebbiati di se stessi, mentre nel frattempo varcò la soglia in travertino di bianco vestito e sorrise, salutando tutti.
il pranzo era a fine preparazione, l’odore del sugo scuro e vellutato avvolgeva l’atrio, passando avanti e indietro dalla cucina al soggiorno e intrufolandosi dentro la dispensa.
ci andò subito.
nella dispensa, ci andò svelta, come attratta da una grossa calamita fatta di tempo espanso, che non avesse un passato ed un presente e che fosse così: semplicemente disteso su se stesso nel suo spazio e non numerabile.
ci si entrava in pochi in dispensa, giusto in due o tre ed uno accanto all’altro, ché la porta si ostruiva e nessuno poteva più farne il suo ingresso, per scoprire quali magie vi si stessero compiendo all’interno.
vi entrò.
e sua zia e sua madre ne uscirono subito, con quattro vassoi di gnocchi di patate incavati e finiti di impastare proprio allora, pronti per essere bolliti in due ampie casseruole di alluminio dai manici tondi e invecchiati.
erano così da sempre, le pentole, erano proprio quelle.
vi entrò e si trovò sola.
subito, altrove.
si girò intorno con gli occhi di allora e trovò tutto immutato, come fosse immobile in un tempo che non fosse più il suo di allora, né di quell'adesso, ma un tempo tutto suo, fatto di un’epoca che durasse all’infinito e senza anni che si susseguissero.
un luogo fatto degli odori antichi che conosceva da sempre, fatto delle voci dei cugini più grandi e appena adolescenti provenienti dal piano di sopra, fatto della nutella spalmata da sua zia su un pane alto e morbido poco prima delle cinque, fatto dei setacci per la farina marroni scuri e circolari ma irregolari e appesi al muro sulla destra, fatto del mobile color crema che si apriva dall’alto e in due parti e che aperto sapeva ancora di cereali e grano, fatto del latte appena munto e comprato prima di cena dalla signora concettina, fatto delle ciambelle al vino tonde e un po’ storte che duravano per settimane, fatto della crostata appena sfornata con una marmellata indefinibile dal colore ibrido e che sapeva di tanta frutta scura cucita insieme, come soltanto una sarta precisa come la zia avrebbe saputo fare con la sua macchina da cucire poggiata sul muro prima della cantina.
si girò intorno con gli occhi di un tempo ed il cuore le pulsava di pensieri ed emozioni che non erano di quel momento, ma che appartenevano ad una memoria vivida e fatta di carne e cuore, impressi nell’anima e ancora così nitidi.
- sono felice…
disse tra sé ad occhi chiusi e un po’ umidi, trattenendo a stento quel galoppo nel cuore, partito all’impazzata e senza freno.
si sentiva come se quei sentimenti le strappassero via i chiodi con cui il tempo metteva ognuno nella sua croce e castigava tutti dove non avesse più senso restare.
poi si voltò verso la finestra e vide sul davanzale, nascosta e tenuta segreta, un’intera crostata di marmellata scura.

(fine prima parte)

bi


lunedì 27 agosto 2012

irene



ascoltava con gli occhi, irene.
arrivava in caletta verso le quattro: lei, due infradito di gomma dai colori del sole che tramonta alle spalle del mare, un telo celeste e sereno come il cielo, un bikini comodo con bretelle ampie e forti.
salutava tutti con energia, irene.
e tutti timidamente salutavano lei.
muoveva le sue dita come fossero dieci lingue sapienti e spalancava le sue mani verso di te, come ad abbracciarti e a dirti:


- tutta me vuole comunicare con te, non solo a parole. mi senti, tu? perché io, nonostante tutto, sì.

ti fissava le fessure labiali come fosse sotto ipnosi e come un allievo farebbe col suo saggio maestro, stupita per ogni parola che diventava per lei una rivelazione, con un’arsura di conoscenza e di sapere, con lo sguardo che sorride e s'apre davanti a te e desidera solo ascoltarti, che le orecchie non servono più, se non ad abbellire un paio d’orecchini pendenti.
chiacchierava con se stessa a voce timida e quasi impercettibile, irene.
e sono certa che ci fosse qualcuno che le rispondesse e che fossimo soltanto noi, i più, sordi a tal punto da non udirlo.
tutti i giorni verso il tramonto caldo e rosso delle sette si preoccupava di sapere che ora fosse e lo chiedeva a voce alta, per paura di non essere capita:


- che ore sono?

e, domandandolo, apriva al mondo le sue braccia opulenti, indicando il polso e preoccupandosi di spiegarsi meglio:

- perché io non lo so che ora si è fatta e mi aspettano per cenare tutti insieme. aspettano proprio me, aspettano.

- sono le sette e un quarto.

le dissi io una sera a voce alta, disegnandole con la punta dell’indice destro un'immaginaria linea verticale davanti agli occhi nostri.
e lei capì subito.
e mi sorrise.
la mia linea improvvisata doveva essere proprio sbilenca, eppure lei era andata oltre e mi aveva ben interpretato.
mi piace pensare che ci fosse qualcuno ad attenderla a casa, a due passi dalla caletta, qualcuno che al suo ritorno le avrebbe aperto la porta e portato un paio di ciabatte asciutte e pulite, da sostituire a quelle di gomma inzuppate da quell’acqua cristallina.
qualcuno che la amasse, irene, che non la temesse ed ignorasse, che con un abbraccio giornaliero non la facesse sentire sorda.
prima di andare via dalla caletta salutava tutti e tutti le rispondevano.
poi risalutava, senza girarsi a guardarli, quelli che non le rispondevano.
e si rispondeva da sola.
se qualcuno andava via, lei subito si rizzava in piedi e si sbracciava e sorrideva, donandogli il suo personalissimo ciao.
l'ha fatto anche con me, quel venerdì.
sembrava che fosse lì pronta da sempre, in attesa del momento giusto per cogliere il mio sguardo su di lei e, al mio primo cenno con gl’occhi verso il mare per ammirarlo un’ultima volta prima di lasciarlo, i suoi occhi vivi e scuri mi sorridevano, cercando i miei, visibilmente malinconici.


- ciao!

mi disse, facendo danzare il suo braccio sinistro e sventolando la mano tra l’azzurro del cielo e del mare, mentre aveva lasciato il destro piantato saldamente sul telo, ancora sdraiata ad asciugarsi.
mi disse proprio cosi:

- torna ancora, non andartene per sempre. cosi ti sentirai meno blu mentre ora ti fermi e guardi le minuscole onde d’oriente, che si tuffano sugli scogli e la sabbia bianca, che a loro volta le abbraccia.

diceva proprio cosi, lo so.
perché mai la chiamano sordomuta, irene?
irene parla, eccome.

siamo noi quelli incapaci a comprendere le sue parole.
sono parole che urlano silenziose e diverse.
ma suonano, eccome.
siamo noi che siamo sordi e pure muti.
siamo noi a non saper parlare con lei.

bi



[nella foto i miei vicini d'ombrellone]

venerdì 3 agosto 2012

wishlist





spero che oltre alle spiagge dog-friendly abbiano organizzato anche degli spazi riservati ai bambini (degli altri, ché sono ancora troppo bambina di mio per averne uno al seguito).
quelli in cui la sabbia se la possono lanciare come vogliono: dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso, da destra a sinistra, da sinistra a destra, in diagonale carpiata e perpendicolare tendente a infinito elevato alla nona limite dell'integrale di ics.
quelli in cui la sabbia non scotta (mai) e quindi possono restarci tutte le ore che vogliono (tutte), pasti compresi, con happy hour di nutella e fragole con panna, brunch di coca cola e cene a lume di lampioni alla mary poppins e winnie the pooh.
quelli in cui si schizzano l’acqua (in quei casi sempre drammaticamente gelida come mai in altri momenti) e quella prende la sua giustissima e correttissima traiettoria, senza deviazioni alcune, ma diretta proprio per la retta via e in linea retta.
quelli che urlano fino allo sfinimento e… puff! non senti niente.
cioè loro gridano come pazzi e si divertono e si chiamano da un ombrellone in prima fila all’altro in decima e tu… puff! non senti. io nemmeno.
chiaramente adoro i bambini e ci mancherebbe altro e guai a chi li tocca e a chi non li ascolta e a chi non li coccola e a chi non ci gioca e a chi tutte queste cose qua, però diciamo che pure io, per qualche oretta di mare, vorrei non sentirmi minacciata e in guerra, tipo.  
neanche dai loro genitori panciuti e invadenti con le frittate di pasta sotto il sole cocente, no. no!
spero che l’abbronzatura giunga a me, sì, ma con calma, ecco, senza fretta e dolori e scartavetrature varie.
in fondo sono stata bianca come un panno in varechina e viakal fino ad oggi, quindi calma: ce la posso fare a restare chiara ancora, e ancora, tipo tintarella di luna (piena).
spero di ricordarmi di disattivare la sveglia alle 6.48 e pure quella prima alle 6.40, mi pare.
sì, insomma, sveglia in vacanza pure lei, subito, che la mattina sembra una rana isterica che grida per il mal di pancia, anziché una sveglia in persona.
spero che la montagna mi aspetti sorridente e che, come l’anno scorso, tema lei me e i miei passi appesantiti e stanchi, piuttosto che io la sua spropositata altezza.
le vertigini basta, piuttosto le accetto sui capelli, ma in alta montagna basta.
non servono più.
spero di non sentir parlare dell'ex ciccione che era in prigione e ora è uscito magrissimo e depressissimo che chissenefrega vorrei vedere tutti i detenuti nip come escono dal carcere senza-passare-per-il-via, di quello che vuole allearsi con quell'altro e non un altro, la figlia di coso in vacanza là a pettinare le bambole, l'anticiclone africano con nome di donna che cheppalle è agosto mica ottobre e tra l'altro volete che noi lo chiamiamo per nome per familiarizzarci con lui/lei/esso/it così da sentircelo familiare e amico e da dimenticare (quindi) le merdate che ci fate sotto il naso, le teorie complottiste e la manipolazione che tanto manipola chi vuole essere manipolato, insomma: capito come?  
spero che vi divertiate e stiate bene, voi, tutti, che pensiate alle cose alle quali vale la pena di pensare e che riponiate in un cassetto, di cui dimenticate l’esistenza per un po’, tutto il resto che non fa vacanza.
spero che il sole sia molto sole e la pioggia pure, giusta al momento giusto nel posto giusto e in quantità giusta, perché alle volte è una questione proprio di giustizia e salute.
spero che ripetendo a me stessa "elle come leave” io mi ricordi di fare due cose importantissime, mie molto intime, che hanno a che fare con “elle come leave” e nient’altro e nessun altro: solo me e leave.
spero di leggere e studiare molto, oltre che naturalmente scrivere scrivere e scrivere e di coltivare e addobbare nella testa cose che provengono dal basso e dal nascosto e comunque direttamente dal cuore.
spero che voi scegliate i vostri più bei sogni e desideri e li coloriate e li appendiate ad una cruccia di legno (che si abbina con tutto, senza stress) e immaginiate insieme a me un albero secolare.
immaginiamo tutti insieme di appenderci i nostri desideri, pronti per essere poi orgogliosamente indossati e cuciti sulla pelle quando lo vogliamo.
ed infine una cosa è certa, a parte tutti i desideri che uno possa più o meno avere: mi mancherete.
ognuno a modo suo e nessuno come un altro.
mi mancherete tutti per la vostra straordinaria unicità e bellezza.
e grazie.
e ciao.
ma comunque a presto, sì.

bi  

[foto di tim walker]


mercoledì 1 agosto 2012

cupido è un precario

- buongiorno, è la signora b.?
- sì, con chi parlo?
- sono cupido, il dio alato biondo, riccio, che scaglia frecce e fa innam…
- no, guardi, stia attento che alla prossima telefonata io la denuncio. sono iscritta nel registro delle pubbliche opposizioni, io! ha capito?
- ma proprio nel registro degli intoccabili?
- eh sì, guardi, e mo basta. è un continuo: chiamano in tre quattro pure cinque per le offerte telefoniche che chissenefrega le guardo su internet, quelli di cielo per la pay per view che io manco la vedo la televisione, quelli dell’energia elettrica pure non rinnovabile, lei che mi vuole prendere a frecciate… aho, insomma! per tutti gli dei dell’olimpo messi in fila per due col resto di uno!

rassegnato e con la tristezza nel cuore, cupido riattacca.
è visibilmente scosso ed il viso si è acceso di un rosso poco divino e piuttosto umano e fatto di carne e sangue zero erre acca positivo.
non ne può più di essere trattato così.
si sfila la cuffia, porta entrambe la mani alle tempie, smuove e stropiccia gli aridi riccioli dorati senza un verso e senza un senso, sbuffa e sospira, poggia poi gli avambracci sulla scrivania e vi divarica la fronte larga, intelligente e pensierosa.
non ne può più di essere trattato così neanche da chi lo ha assunto.
non assunto in cielo, né nell’olimpo, intendiamoci.
sì, perché a marzo cupido è stato assunto nella compagnia dell’amore, con un nuovissimo ed elasticissimo e magnificissimo contratto a progetto.
niente ferie pagate, niente malattia, niente pause ogni due ore per un quarto d’ora almeno, niente trattamento di fine rapporto, niente sicurezza, niente di niente.
(embe'?)
neanche aspettativa, maternità e robe arcaiche di questo tipo.
(embe'?)

- sì, ma questo progetto qual è? 

aveva chiesto al momento del colloquio, quando il direttore delle human resources (va be’, quello stronzo del personale, in pratica) gli aveva prospettato l’idea straordinaria della flessibilità del terzo millennio.

- il progetto è quello di riconsolidare il valore dell’amore fisso, a tempo indeterminato, quello della famiglia che è una e una sola possibile e per sempre, senza indugi, senza ma e senza se, senza divorzi, senza liti uterine o testosteroniche, finché morte non li separi!
- prego?
- la famiglia, quella che reggeva e che ha retto a lungo. ha capito?

incredulo e disilluso, cupido sgranò gli occhi azzurri e profondi come l’oceano.

- il progetto sarebbe vendere l’amore a tempo indeterminato con un contratto a progetto? mi pare un controsenso, dottor stranamore.
- ma quale controsenso, suvvia! sia meno rigido, si sproni, si lasci andare, evolva! non siamo mica più nel medioevo, signor cupido!    

ed eccolo lì: affranto e demotivato, con un contratto in scadenza al trentuno agosto, senza ferie, un forte desiderio di far innamorare al solo colpo della sua freccia alata e nessuno disposto a farsi colpire, perché vanno tutti troppo di fretta.

- non ci sono più gli innamorati di una volta, quelli che se ne stavano lì, seduti su una panchina verde immersa negli alberi del parco, ben vestiti e profumati e rilassati, con un libro di lettura tra le mani (rosa per le femminucce e azzurro per i maschietti), un timido sorriso fucsia sulle labbra e via. no, oggi sono tutti flessibili e pieghevoli, amori compresi, e se si siedono su una panchina neanche si accorgono chi hanno accanto... figuriamoci se si accorgono di me, quel nanetto di cupido. 

senti, caro cupido, dolce ed idealista come me: io ti capisco proprio e soffro come te, perché in fondo il mio romanticismo è incallito e resiste ai cambiamenti e alle rivoluzioni della vita.
però, santo cielo, pure te dattela una svegliata!
è che magari una donna ha finalmente realizzato che non ha più bisogno di un uomo per fare il proprio ingresso in una società d’apparenza e di maschere ed essere considerata tale: individuo e donna, dico.
e un uomo non ha più bisogno di una serva che chiama moglie davanti agli altri, che lo aspetti a casa, pronta a stirargli le camicie e gli slip taglia settima, perché da quando si è sposato si è pure ingrassato (che hai capito...).  
pertanto, cupido dolce e tenero, oggi ci si sceglie meglio e tu, con tutto il rispetto e la stima e l’amore che ho per te che mi piaci da impazzire, tu, dico, che ne puoi sapere di come può andare una relazione?
non t’affliggere, studia e reinventati!
diventa uno tipo consigliere matrimoniale, counselor, coach, filosofo, sessuologo di coppia o che so io… uno che consigli e di tanto in tanto riaddrizzi le direzioni deragliate, capito come?
lascia stare il marketing telefonico alle sette di sera, ché ti tiri dietro tutte le parolacce di quelli che chiami e pure dei vicini che origliano.
tira a lucido le tue vecchie e fantastiche ali, pensa positivo e vola alto!
e non abbandonare né le frecce alate, né il tuo ombelico tondo e grosso, né la tua purezza, né il bambino che sei e che ti possiede.
ché l’amore ha tanto bisogno di purezza e di un cosmopolìta divino e folgorante come te.

bi


[immagine tratta da "digital art"]

Se una notte d'estate e deliri sgrammaticati.


Se una notte d'estate una viaggiatrice…no è troppo impegnativo così. già sono molto confusa e non riesco a scrivere due righe di senso compiuto…proviamo semplicemente dicendo che:
pensavo che è bella Roma in questi giorni, piano piano comincia a svuotarsi, la notti sono calde ma dolci. Le strade sono lisce quasi vuote e si fila via che è una bellezza. Bisognerebbe rimanere ora, e non partire. Sembra quasi che profumi  di questi tempi, Roma. E mi piace, mi rilasso e mi perdo in quel gioco che amavo fare da bambina mentre tornavo a casa e c’era poca gente e poche finestre illuminate, mi ci perdevo dentro  quelle luci di case sconosciute, chiudevo gli occhi e mi immaginavo il profumo di quella vita, mi bastavano pochi particolari, intravisti di sfuggita dalla finestra spalancata dal caldo, per afferrarne un poco di quell'aria che era passata fra quelle mura.  Mi immaginavo i volti e che tipo di vita potevano aver vissuto i suoi abitanti, mi immaginavo storie, incontri, lotte-amori e disamori. Mi immaginavo film d'autore e libri di fantascienza poggiati distrattamente sul letto. Mi cullavano meravigliosamente questi pensieri, mi rilassavano profondamente.

E poi sai che.. quant’è bella Roma illuminata di notte le sere quasi agosto d’estate matura inoltrata, mezza andata eppure ancora viva. Che io me la sento solo ora addosso ste'estate, mi si appiccica eppure dicono già che è tutta mezza andata.
E tutto questo per dire che è importante poterlo vivere, importante come respirare e me lo stavo togliendo, non avevo più aria. il tempo non c’era più per vedere Roma di notte d’estate illuminata con le luci nelle case aperte che si vede dentro e si possono immaginare mille vite che forse avrei voluto vivere o anche solo vedere o forse no, e che questo è importante come il resto della vita che scorre e fugge violentemente e che se gli altri pensano che sono pazza non importa, vivere queste emozioni è importante quanto mangiare e respirare.
E tutto questo per dire che mi piace la strada nuova che hai scelto per tornare a casa dal centro. Che non è nuova, però prima ne facevamo un’altra che passava per la Nomentana e non mi piaceva, aveva una brutta energia. Ora passiamo dal Quirinale, tagliamo Roma in lungo come una forbice sfila veloce sulla seta, e ci troviamo di fronte ai pini immensi di villa Ada che io li vedo da quando ho 4 anni e mi proteggono da tutto o almeno così mi pare. Ed è già odore di casa e di te che siedi accanto nuovo o nuovamente. E c'è che di quei pini secolari mi porto dentro l'odore e che stanno lì da tutta la vita, la mia e non solo. e mi facevano pensare che vivevo a Roma e non in una periferia lontana, dove non c'era nulla, che c'era ancora la terra battuta sotto le finestre quando ero bimba, che aspettavo la pioggia trepidante perché si creavano dei rivoli d'acqua fangosa e mi sembravano fiumi e ci buttavo le costruzioni per vederle galleggiare via, trascinate dalla corrente. ed io un po' con loro via, dal nulla di quella periferia. ma poi la domenica c'erano i pini di villa Ada e il laghetto, e allora era un po' Roma, più mia .
E tu sei qui e altrove, sei il filo che lega il passato al futuro, sei presente ma sei memoria infinita. sei il guidatore che sfreccia di notte e taglia Roma in due, dal centro alla periferia, che oggi non è più, eppur sempre è.

Di.