mercoledì 25 luglio 2012

come quando fuori piove


alcuni momenti della vita di barbara b., parte seconda

ore 23.25
un’altra malinconica domenica di ritorno.
rincasa dopo due giorni trascorsi quasi sempre all’aperto e l’odore che la accoglie e turba è quello dell’oscurità custodita nei suoi due giorni e mezzo di assenza, in cui casa sua si è ritratta un po’ in se stessa, in riflessione e lontano dal frastuono.
tutto ha lo stesso odore di quando ritorna, tutto.
apre le finestre, le spalanca come ad interrompere un lungo e solitario silenzio ed ecco che il buio fresco e ventoso degli attimi che precedono la mezzanotte s’intromette e s’impossessa di ogni angolo della casa.
- detesto i ritorni.
pensa tra sé, chinando il capo.
e nel frattempo si preoccupa di ridare vita alle piante assetate e nuova collocazione ai vestiti chiusi alla meglio nel borsone del fine settimana.
lo tiene lì, sempre pronto, vuoto e semiaperto dal lunedì al venerdì, mentre in testa sua sa sempre con chiarezza cosa dovrà metterci dentro la volta successiva.
il libro con la matita schiacciata dentro non manca mai e puntualmente lo ripone nel comodino dell’altra casa, per poi lasciarcelo dormiente fino alla domenica.
lo riporta intonso, mai aperto, rilassato, ché lo porta lì per far respirare altra aria e fresco e luce pure a lui, per poi riportarlo via con sé.
- esiste un tempo specifico per leggere.
dice lei.
il cielo è completamente coperto, dicevano da giorni che sarebbe arrivata la pioggia.
- sì, ma quando? io sto qui che l’aspetto. c’è tanto bisogno di acqua, tutta la terra ha necessità di bere.
si prepara ad accoglierla, mentre chiude tutto e si rinchiude in un sonno profondo eppure breve, per i tempi suoi, e in sogni di cose mai viste e da esplorare che le pervadono la testa, per poi abbandonarla per sempre e scendere nell’oblio la mattina successiva.
- non ho sognato neanche questa volta.
dice, specchiandosi, ma si sbaglia.

ore 11.10
piove, finalmente.
di quell’acqua che tutto lava, tutto pulisce, tutto impregna, tutto trasforma.
la distrae dalle cose sue e le disegna un sorriso appena accennato sulle labbra, inaridite dall’aria secca della montagna.
- mi si seccano naso e bocca, qui.
aveva detto a suo padre.
e lui prontamente le aveva detto che sì, in effetti non c’è umidità e l’aria è quella degli oltre mille metri dal livello del mare.
è per questo che a pranzo e a cena, quando si lava le mani, si inumidisce le narici piene di odori e di altrove.
e sorride, perché già sa che accadrà ancora e ancora.
vorrebbe stare lì e restarci a lungo, senza quei ritorni che le riaccendono nel cuore i drammi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando a fine agosto ritornava.
- detesto i ritorni!
sussurrava, piangendo.
e la sua casa odorava di vacanze finite.

ore 19.20
la pioggia cade copiosa e sembra non avere fine, la città si paralizza e lei pure.
da niente a tanto il risultato è sofferenza, perché nessuno ha il tempo di abituarsi: non ti puoi dissetare se qualcuno cerca di farti annegare.
- non è tempo di usare la testa.
si dice, piangendo.
perché l’acqua che confluisce dovrà pure uscire da qualche parte e gli occhi sono proprio quelli che riflettono l’anima.
riflette, si rianima e finisce per sorridere nuovamente.
è tornata a casa, ma questa volta fremeva di rientrarvi.
- adoro questi, di ritorni.
e va a lavarsi il viso con l’acqua fresca, per poi inebriarlo dell’acqua di rose, di quell’odore che riesce a cancellare i ritorni blu e le parla di fiori, foglie, radici.
odora come quando fuori piove.

bi

ps: ciò che la mia mente scinde in due parti il mio cuore unisce.




["stormi quotidiani" di thomas jackson, da www.hubblog.it]

lunedì 23 luglio 2012

l'odore del cipresso


- guarda quanta bellezza e quanta storia in quella casa: ogni volta che la vedo, resto incantata.
- qui ci lavorava nonna quand’era giovane, aiutava la famiglia c.
- sarà che la guardo con gli occhi suoi, allora. mi sembra quasi un luogo irraggiungibile.
- loro erano molto ricchi, volevano solo lei per gestire l’organizzazione della casa, con la sua determinazione e il suo vigore.

si estende maestosa ma discreta, quasi nascosta agli occhi di chi passa, perché te ne devi proprio accorgere che c’è ed è così bella.
sembra che dentro sia piena di stanze e pare quasi di sentire ancora le voci di chi l’ha abitata per lunghi anni e vi si muoveva con maestosità eppure con gentilezza.
le finestre sono verdi e grandi e squadrate e disposte ad intervalli regolari, incorniciate da un marmo delicato e nient’affatto pacchiano, e s’aprono da un lato verso la strada e dall'altro dentro l’ampio giardino.
un terrazzo triangolare e spazioso s’affaccia verso la montagna: ha l’angolo che ne indica esattamente l’est e pare dire:
- la salita comincia esattamente lì.

si scorgono alberi da frutto, antiche siepi abbandonate ma sopravvissute, un altissimo ed imponente portone marrone scuro che disegna un arco, un cancello stanco, sì, ma ancora orgoglioso e semiaperto, come a ribadire:
- entra, non esitare.

io sto lì a guardarmelo con un forte desiderio di varcarlo e fare un giro lì dentro attorno a me stessa, con la fronte verso l’alto, gli occhi al cielo e le labbra appena dischiuse.
ci passiamo accanto, dalla strada, e la casa sembra non avere mai fine: lunga, larga, lunga.

- oddio, detesto quest’odore!
- quale odore?
- l’odore pungente dei cipressi.
- e qual è l’odore dei cipressi?
- è quello che sentii una mattina, mentre giocavo in giro per il paese. all’improvviso arrivò una tizia e mi gridò: “tuo padre è morto! torna a casa, tuo padre è morto!”

restiamo in silenzio.
i nostri passi un po' esitanti rallentano.
penso ed ecco che sento per la prima volta il cipresso fin dentro le narici e un brivido acre di malinconia mi stringe il cuore e mi galoppa per la schiena.
lei china il capo, ma poi si gira sorridendo:

- ahi, quanto l’ignoranza della gente supera l’immaginazione... non lo dimenticherò mai quel momento, avevo solo nove anni. quel maledetto odore di cipresso mi ha sempre fatto schifo e ora che lo risento mi fa vomitare.

un pezzo di vita sua mi scorre fulmineo davanti agl’occhi.
il sole è alto, sudiamo, la mano mia prende e stringe teneramente la sua, che resta un po’ chiusa e debole.
la trattengo stretta ancora e le sorrido.
lei mi guarda e mi sorride luminosa.
ci fermiamo proprio davanti a quel cancello.
m'affaccio dentro e resto immobile per la meraviglia, mentre lei esita dolcemente e si ferma un passo dietro di me.
ancora una volta le abbraccio la mano destra, un po’ più decisa, e sorrido, più forte.
lei pure.
 
- sentiamolo insieme, io non l’ho mai sentito prima d’ora.
- meglio così…
- da oggi quello del cipresso sarà l’odore di una scoperta, mamma.
- va bene.

bi



["così come i fiori attendono le loro more", foto scattata in abruzzo] 

venerdì 20 luglio 2012

mai più con

mai più con i miei amici nella casa dell’orrore.
quella con le persone vere, dico, non quella con gli effetti speciali per i bambini.
avevo circa diciassette anni quando ci entrai, per la prima nonché ultimissima volta e stop.
quel giorno fu memorabile, perché si susseguirono una serie infernale di attacchi di panico, con il cuore a tremila ad intasarmi il respiro ed affaticata emotivamente da altri intermittenti attacchi di riso masochistico.
ad un certo punto, mi si avvicinò freddy krueger in persona.
ero l’ultima a chiudere la fila.
(santo cielo, bi! mai, dico mai, essere l’ultima della fila! lo insegnano in tutti i film di paura! che cavolo! possibile che tu pensassi anche lì di trovarti in un pazzesco mondo pieno di effetti speciali e magie? non imparerai mai così, bi, mai!).
mi guardò assetato di sangue, con quei coltelli interminabili ed affilati al posto delle dita, gli occhi infuocati e la bocca pronta a spalancarsi in una smorfia, che sapeva di morte annunciata e pure quasi già putrefatta.
si bloccò.
mi fissò con un ghigno ancor più feroce.
capii: indossavamo la stessa maglietta.
ma dico io, come mai incredibilmente quel maledetto giorno io decisi di indossare una vecchia polo a righe blu e rossa?
(infatti, bi! come mai avevi deciso di buttarti nella fossa dei leoni con l’odore di antilope giovane e sgargiante addosso? è un déjà vu importantissimo: ti dice molto del tuo inconscio, bi! non imparerai mai, così, bi!)
il suo viso furente parve visibilmente schifato e travolto dall’ira, forse perché si sentì defraudato di una specialità, che fino ad allora era stata soltanto la sua: la maglia rigata...
ricordo benissimo che cercai addirittura di sedurlo con un sorriso da ingenua liceale, quello che avrebbe fatto anche alice nel paese delle meraviglie davanti ad un non-sense, dicendo a me stessa:
- è un fake è un attore sta fingendo sorridi digli che è fighissimo vestito così e che sembra proprio krueger più di quanto krueger fosse se stesso mo se ne va mo si allontana mo ce ne andiamo noi oddio no eccolo arriva oddio mo… scappo!
e scappai, perché si mise a corrermi dietro.
mai più con i miei amici nella casa dell’orrore.

mai più con un’amica al concerto di baglioni.
si l’ho fatto sul serio: andai al concerto di baglioni.
tutta carina e piuttosto serena, ignara dell’effetto devastante che di lì a poco il mio corpo e il mio es nascosto avrebbero subito...
eravamo poco più che venticinquenni entrambe ed io mi ero lasciata da poco con un ex fidanzato.
di quelli che chiamavi proprio fidanzato, non uno con cui stessi uscendo in quel periodo così tanto per.
no, no, uno di quelli con cui mi scrivevo delle laceranti lettere d’amore, ascoltavo delle canzoni assolutamente improbabili e mi ci giuravo l’amore… eterno!   
(santo cielo, bi! eterno? ma non avevi capito, ancora? eterno è un termine assolutamente relativo: esiste giusto per il periodo in cui vive dentro al surgelatore. eppoi, non appena lo tiri fuori, si scongela e diventa mortale. capito mo?)
insomma, ci sedemmo ed io ero anche visibilmente emozionata, consapevole che per me fosse il primo baglioni in assoluto nella vita, che neanche sapevo le canzoni a memoria, perché non ne avevo memoria affatto: e chi l’aveva mai ascoltato baglioni in vita mia?
insomma, per farla breve, si successero due lunghissime ore, nelle quali le mie lacrime sembravano non trovare mai più termine...
sembravo rossella o’hara in preda ad una crisi di nervi: piangevo e cantavo e piangevo e ricantavo e piangevo e m’asciugavo e piangevo e lacrimavo e mi disperavo.
che, dico io, ma chi me lo fece fare?
ne uscii distrutta, ma con una consapevolezza: baglioni lo devi ascoltare, se proprio non ne puoi fare a meno, con il tuo fidanzato, ecco.
e non con un’amica e pure dopo due settimane dalla fine della storia con fidanzato.
se no è uno stillicidio di lacrime!
mai più con un’amica al concerto di baglioni.

mai più con mio papà da ikea, mai più con la mano nella spina del phon appena staccata, mai più con i peli delle gambe lunghi dall’estetista che ti tira via anche le ossa, mai più con i dubbi sulla persona che sono e le certezze sulla strada da percorrere, mai più con il mascara nero water resistant in piscina, mai più con la mente ed i pensieri verso chi non li merita, mai più con mia mamma su un tapis roulant, mai più con il cassetto con dentro i miei sogni chiuso.

bi     



[immagine tratta da internet]

giovedì 19 luglio 2012

la ballata dell'uomo ideale

l’uomo ideale si sveglia al tuo fianco, prima di te, e sorride perché sei lì con lui.
si gira con lentezza ed eleganza per osservarti mentre dormi, senza quasi neanche respirare per timore di svegliarti.
e al tuo risveglio posa le sue labbra sulle tue e, fissandoti oltre l’iride ancora poco consapevole, ti sussurra:
- sembravi la principessa aurora, mentre sognavi, amoremio...
(proprio tutt’attaccato).
ma non ti chiede se stessi sognando lui e se avessi desiderato il suo corpo in sogno, ecco, questo no.

l’uomo ideale non russa.
respira come per sussurrare alla notte i suoi segreti, quelli che tu vorresti ascoltare, mentre sgrani gli occhi senza essere vista.
dorme in una posizione poco regolare, non la classica fetale, né quella supina, né soffocandosi sul cuscino e schiacciando tutto il suo sé sul materasso.
piuttosto assume una forma artistica bianca e nera, di cui man ray ne immortalerebbe la simmetria sgrammaticata, facendone un capolavoro.
si cala coraggioso in un sonno intimo, profondo e catartico, e va ad esplorare il suo io più nero e nascosto, sognando di essere un eroe preistorico alla caccia di un drago da sconfiggere.
ma senza ammazzarlo, ecco, questo no, né mangiarselo, ecco, manco questo.

l’uomo ideale è un vero dandy.
ordina la sua chioma come fosse un’improvvisata opera d’arte, facendola apparire un caso fortuito e una coincidenza straordinaria.
ti afferra delicatamente la mano destra, senza mai guardarla e senza mai staccare i suoi occhi scuri dai tuoi, lasciandoti sotto l’effetto di una sublime ipnosi.
ti gira attorno danzando con bellezza e gentilezza, stringe nella mano sinistra l’orologio da taschino con il terrore che il tempo scorra via più veloce del normale, perché lui è lì: in te.
e arde di emozione nell'anima e continui brividi lungo il corpo.
se non ha un cravattino, indossa una sciarpa morbida e tenue, i pantaloni sono stretti e scuri, la giacca avvitata ed i movimenti veloci ed eroici.
ma non pensa di essere più bello di te, ecco, questo no, né pensa che tu sia il suo trofeo da esibire in società, ecco, manco per niente.

l’uomo ideale non è pesci, né sagittario, né toro.
è di un segno tutto suo, che li racchiude tutti insieme dentro il prisma di se stesso e ne rimanda a te un arcobaleno di bagliori e calore umano.
ma non gli pesa se sei dei gemelli ascendente leone con luna in ariete, ecco, questo no, né te lo fa pesare ululando.

l’uomo ideale conosce e apprezza la sua parte femminile e sa che non è donna.
sa cosa vuol dire, quando si manifesta, perché e dove, non la teme ma la accoglie e desidera scoprirla e lucidarla insieme a te.
mentre tu sperimenti il tuo lato maschile attraverso di lui, lui stesso se ne compiace e tu te ne compiaci altrettanto e senza vanagloria.
sa cosa dirti, come dirtelo, a quale volume, in quale orecchio.
sa manipolarti, condurti a sé senza farti abbandonare te stessa, sentirti senza ascoltarti, vederti senza guardarti.
ma non è un alieno con orecchi a punta e verde acido, ecco, questo no.

l’uomo ideale esce un attimo e va a raccogliere sfumature.
non ovvietà, definizioni, bianchi e neri, puntini sulle i.
lui in quella ricerca brama di trovarle, con una forte ansia al petto e poco ossigeno nei polmoni, perché vuole riconoscerle per portartele in dono, dentro un cesto d’altri tempi, piene di sole e di tenero e fascinosissimo amore.
ma non lo fa per perbenismo e ricorrenze varie e con vanità, per poi dimenticarti dopo un mesetto appena, ecco, questo no.

l’uomo ideale ti mostra la sua ombra.
non teme che sia lunga, più lunga della sua figura slanciata e tonica, e la chiama proprio ombra, non in un altro modo.
ti confessa che essa si accompagna con un bastone, indossa un cappello scuro e non mostra il suo sguardo se non a pochi eletti, di cui tu sei la regina incontrastata e con la corona.
ma non è un narcisista, ecco, questo no.
e sa perfettamente che essere narcisista non significhi certo specchiarsi e vedersi bello, ecco, questo proprio no.

l’uomo ideale ti pensa e lo dice.
ti ama e lo dice.
ti vuole e lo dice.
e se non ti ama, lo dice.
se non ti vuole, lo dice.
non ti truffa, si concede, non chiede, si fa dire, ti circonda senza stringere a morte, parla per sinonimi e contrari.
ma il suo alito non puzza, ecco, questo no, e la sua pelle odora di paradiso, altroché fetore.

l’uomo ideale esiste ed è un’idea meravigliosa nella testa come una statua in marmo, pura, bianca, forte e bella.
e come tutte le statue ha bisogno di restauri continui.
e, se cade, si rompe.
e non è più la stessa, per sempre.

bi


[il bacio, di francesco hayez]

mercoledì 18 luglio 2012

chi ha tempo non aspetti il vento

c’è aria di cambiamento.
va respirata e senza sospiri, perché significherebbe respirare poco e male.
questa notte la luna sarà assente, per i più, ma non per chi vorrà vederla scura, perché non vuole solo goderne la luce.
sarà nera, per poi rinascere nuova e fiammante domani, diciannove luglio.
ho comprato un tappetino molto fucsia e molto tappetino, bell’e pronto per iniziare quello che si chiama movimento.
il rischio sarà quello di sedermici sopra e aspettare che voli.
e lui comunque volerà, per accontentarmi.
altrimenti posso pure appenderlo nella mia camera sulla parete ai piedi del letto, a mo’ di arazzo.
così nudo e senza figure, stimolerebbe la mia immaginazione e ne vedrei paesaggi, passaggi, panneggi, appannaggi.
oppure potrei mettermici comodamente seduta a gambe incrociate a leggere i miei nuovi sette libri, che non vedono l’ora di essere aperti e sfogliati ed interrotti e sottolineati (con la matita hb, percarità!) e odorati a occhi chiusi.
è chiaro dunque che sul mio nuovo tappetino ci farò molti esercizi.
c’è aria di cambiamento.
temo solo di svegliarmi una mattina, specchiarmi ancora assonnata per cercare di scrutare oltre me e restare invece ipnotizzata di fronte alla nascita del primo capello bianco!
(che può pure essere).
e pure lì avrei una rosa di scelte possibili:
a) afferro in preda ad un attacco di ira funesta le pinzette migliori che ho, lo aspetto dietro un angolo e appena spunta lo attacco frontalmente, spiazzandolo perché non pensa che io sia così coraggiosa, e lo stringo a morte tra le pinze, togliendogli il respiro e facendolo diventare viola e… lo stacco. senza pietas.
bi) rido a squarciagola in modo piuttosto isterico, sempre per spiazzarlo perché non pensa che io possa mantenere ilarità ed ironia, lo guardo sadica e gli dico perentoria:
- scegli tra il blu e il verde fluo: da oggi sarà la tua nuova veste, molto eighties.
ci) lo fulmino con uno sguardo terrificante a tal punto che mi si infuocano pupille e iride tutti insieme, mi sputo sul dito indice, ci afferro degli steakers a teschio e lo soffoco con quelli, che lui non è più bianco ma nero a teschio e senza più vita ed espressione. morto. teschio.
c’è aria di cambiamento.
e forse la mia sempreverde adolescenza inoltrata capisce che basta, i brufoli fanno parte di un’altra era, come l'elegante e seducente belle époque.
non è più belle e io ho una certa époche, tanto che i brufoli non hanno più il senso di una volta e devono andare a morire ammazzati ora e per sempre e senza possibilità alcuna di reincarnazione.
il sole e l’estate li annichileranno e li arderanno sì da farli pentire di essere venuti al mondo e... puff !: spariranno e torneranno, soli e mesti, nell’iperuranico mondo delle idee, mentre io, radiosa e soddisfatta, ne conserverò soltanto un lontano e sbiadito ricordo.
c’è aria di cambiamento.
me lo dice anche il mio amato igor sibaldi che devo ribellarmi e varcare il confine...
poche cose in valigia, per lo più nuove, piegate, la mia crema antirughe con fattore q10 fatta dalla mia Di proprio con le sue manine d’oro, occhiali grandi per coprire il copribile, la mia inseparabile pashmina rosa con i fiorellini bianchi e le perline, piedi scalzi e i depeche mode che mi urlano negli orecchi canzoni dell'adolescenza estiva in abruzzo.
il confine sta lì e me lo sto guardando da un po’, ora subendone il fascino, ora provando quell’emozione di gioia mista a terrore, che sussulta nel petto e ti grida: sei viva! 
il varco è pronto, devo solo finire di sbrigare qualche noiosissima e terrenissima pratica burocratica, comprare un pantalone di cotone stretto a fiori di quelli che l'orlo non serve, andarmene al mare, pagare l’assicurazione della macchina, salire in vetta sul velino e tornare al lago della duchessa e poi arrivare lì davanti ed eccolo lì: settembre. 
c’è aria di cambiamento.
e tutte le sere sta spirando un vento di ponente che alza polvere e parole: è l'alito potente del sole che passa davanti casa mia e fa agitare le tende del balcone fin quasi a staccarle.
e loro lì sembrano pronte e si gonfiano panciute e forti perché vogliono partire pure loro e andare verso nord.
e chi ha tempo non aspetti il vento.

bi




"settembre, andiamo. è tempo di migrare.
ora in terra d'abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
rinnovato hanno verga d'avellano.

e vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
o voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

ora lungh'esso il litoral cammina
la greggia. senza mutamento è l'aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
isciacquio, calpestio, dolci romori.

ah, perché non son io co’ miei pastori?"


i pastori, gabriele d'annunzio

martedì 17 luglio 2012

a me ad esempio sarebbe piaciuto fare l’insegnante

e mi sarebbe piaciuto fermarmi sul ciglio della porta, ogni volta, pochi minuti prima del suono della campanella, per osservare la mia classe.
provando un'impercettibile e bonaria sensazione di possesso, che mi avrebbe fatto dire:
- ho una bellissima classe.
di menti che avrei sentito un po' mie, alle quali avrei aperto direzioni che non sarebbero mai state le stesse, pur avendo usato con tutti le stesse parole.
mi sarei messa lì ad osservarli partendo dal fondo, occupato spesso da chi vuole sparire e mimetizzarsi con il muro, facendosi seducente e fintamente silenzioso come un murales.
si sarrebbe vestito scuro, con i jeans laceri e larghi, un pugno chiuso poggiato sulla tempia ad oscurare uno sguardo attento ma latitante, una t-shirt chiassosa e alternativa, a dire lei per lui:
- io mi distinguo e tu lo sai, perché scelgo di dirtelo a modo tuo.
in terza fila una tipa allegra e acuta, che eccelle con pochi sforzi e campa di rendita, che si gira a parlare con il murales in ultima fila e collabora con i secchioni della prima.
frizzante, dal tono della voce tranquillo ma vigile, sobria, che partecipa e si porta appresso una moltitudine semplicemente con il suo fare leggero ed intelligente.
davanti a tutti due inseparabili amiche occhialute e sapienti, pronte a rizzare al cielo mano e dito indice alla prima domanda rivolta guardando sul fondo.
- noi non vi vediamo, voi ci vedete?
avrebbero detto questo, se avessero saputo veramente come mai avessero scelto la sedia in prima fila.
la scusa sarebbe stata della lavagna, per vederla meglio, strizzando il meno possibile gli occhi, dopo aver asciugato quel po' di umidità sotto i naselli degli occhiali tondi e chiari.
avrei osservato tutti sorridendo e compiacendomi di essere arrivata dall'altra parte, dove è scomparso il timore della biro che scorre lenta i nomi disposti in ordine alfabetico sul registro, poco prima di un'interrogazione.
-oggi spiego. invece la prossima volta spiegherà al mio posto la persona che avrei voluto interrogare oggi. e lo ascolteremo tutti, prendendo appunti. me compresa.
a ricreazione mi sarebbe piaciuto restare seduta alla cattedra, a leggere rilke e jodorowsky.
la curiosità avrebbe senz'altro spinto qualcuno a dirmi:
- cosa legge?
- le poesie di un esteta. sono ciò che dovremmo realmente chiamare bellezza. e le magie di un equilibrista, di un genio. sono tuoi, se vuoi.
- si, grazie…
mi avrebbe risposto.
e glieli avrei donati.
avrei raccontato loro che, alla loro età, all'ingresso di un insegnante si usava alzarsi tutti in piedi.
era una forma gentile di gratitudine verso un essere umano che è fonte di sapere e conoscenza e che ha un'enorme responsabilità, socialmente poco riconosciuta.
e loro si sarebbero alzati a loro volta, senza che io avessi detto null'altro.
mi sarei vestita in pantaloni comodi e scarpe basse, avrei inforcato i miei occhiali alzando lo sguardo fiero e quieto, mi sarei mangiata una pizzetta al prosciutto e formaggio comprata al bar al primo piano, avrei cercato un dialogo personale con ciascuno di loro, avrei scritto e fatto leggere, avrei fatto scrivere molto e letto la sera stessa in un angolo di casa scuro e assonnato, avrei narrato di lotte e ribellioni, avrei portato immagini e filmati e fatto visitare altri luoghi, avrei raccontato oltre che detto, avrei fatto raccontare oltre che ripetere, avrei aiutato per ricambiare l'aiuto, avrei ascoltato con un amplificatore immaginario, avrei cercato certi sguardi al posto di altri, avrei registrato e fatto riascoltare, avrei smosso e istigato, avrei polemizzato e fatto autocritica, avrei voluto far sognare.
avremmo partecipato, lì dentro, ché la partecipazione è un sentimento.
e ce lo saremmo detto, a fine anno, davanti ad una birra fresca e ventosa in riva al mare.

bi


[salvador dalí, donna alla finestra]

lunedì 16 luglio 2012

l’amore non è un bed & breakfast

di quelli che pensi che ci dormi e pure bene, visto che sono proprio specializzati a farti chiudere gli occhi e viaggiare con mente e anima, perché nella vita fanno solo quello e quindi va da sé che lo facciano bene.
e il letto è accogliente e comodo e vestito ikea, così ti ci riconosci e non ti sembra un nemico oscuro.
la colazione è supermegagalattica, come ti pare e piace, dolce e pure salata.
e il dolce è di quelli fatti in casa che sanno di marmellate cotte la settimana prima e con i pezzi e i semi, di  ciambelloni con l’olio e non con il burro, di cornetti non surgelati, di latte assolutamente non a lunga conservazione, di caffè fatto con la caffettiera lavata solo con l’acqua e senza saponi.
e il salato è rigorosamente bio, con le uova delle galline che ti affacci e le vedi che mangiano mangime sano e si vogliono bene tra loro e non si litigano il gallo di turno, con frittate che si chiamano solo frittate e non omelette così sono pure più genuine, dove la pancetta è bandita e invece è pieno di cetrioli, zucchine, fiori di zucca, melograni, meloni, melanzane, cachi alla vaniglia, zafferano, basilico alto come un ficus, olive di cui conosci padre e madre perché sono gli alberi dov’è attaccata l’amaca.
insomma, robe che dici che dopo il bed con un breakfast così magari il pranzo manco serve e, se t’accontenti e sei pure di bocca buona, la cena la fai con il panino con le melanzane che ti sei incartato a colazione e hai conservato in segreto.
ecco: complimenti per la figura e l’educazione.

di quelli che ti dici che sono a conduzione familiare e quindi ti senti più a tuo agio e rilassato, tipo casa nella prateria: quella sensazione di conosciuto, di certezza, di casa paterna e materna, quella che tanto prima o poi lasci e te ne puoi andare dove e come ti pare e senza troppe giustificazioni, perché quella è per definizione la casa che si lascia. o no?
che ti convinci che sia meglio lasciarsi la possibilità di pranzare in un posto, cenare in un altro, pranzare in un posto, cenare in un altro, pranzare in un posto, cenare in un altro, pranzare in un posto, cenare in un altro, pranzare in un posto, cenare in un altro…
tipo di palo in frasca, dalla padella alla brace, zuppa e pan bagnato, piede in due staffe e via.
senza offesa, s’intende.
anzi, senz'amore.

di quelli che dici sì, dai! così risparmiamo senza lunch e dinner!
e invece no.
non è una questione a buon mercato, l’amore.
ti ci devi buttare alla cieca e gridare ti amo! fin dalle budella, che intanto ti si aggrovigliano come se ti stessi buttando giù in picchiata da un altissimo bungee jumping e senza sapere se la corda regga o si spezzi!
devi buttarti, forte!
e gridare, forte!
da frantumare i timpani a qualcuno per la strizza che provi e che prova chi ama facendo sul serio!
altro che letto & colazione: l’amore deve fare almeno cinque pasti al giorno e pure di quelli verdi, a forma di cuore, dai suoni soavi, dall’andamento coraggioso, da parole diverse da “paura” e “poi vediamo” e “sarà quel che sarà”.
non devi alimentarlo come faresti con te, a caso, a tempo perso, se ti ricordi, se non hai di meglio da fare, se non piove e tira vento.
ma come nutriresti un figlio tuo, che ha bisogno di te se no muore.
che ha bisogno anche di te, se no muore.
l’amore non è un bed & breakfast, non è un albergo a ore, non è un agriturismo in mezzo alle colline, non è un’idea, non è una commedia a lieto fine, non è un passatempo, non è estate a tutti i costi, non è una vacanza, non è un con, non è un ma, non è un se ma semmai un , non è una scommessa, non è una sfida, non è una lite, non è una certezza, non è una risposta, non è una domanda, non è part-time, non è senza dubbio - anzi, non è vincere ma semmai partecipare, non è forza, non è debolezza, non è uno più uno che fa due, non è ieri né domani, non è iotu, non è un sicuramente.
l’amore è un forse.
l'amore è un gerundio.
l'amore è un attraverso.
che sa di bellezza, profuma di intimità, ascolta prima di parlare, sogna e sa ridere di sé.

bi



[immagine tratta da internet]

venerdì 13 luglio 2012

l'estate non è una stagione, ma uno stato d'animo.

- l'estate non è una stagione, ma uno stato d'animo.
- e chi lo dice?
- l’ho letto, mi è piaciuto.
- e cosa ci trovi di bello? il fatto che ci sia la parola estate? è una frase di un film idiota, di un regista idiota ed interpretato da idioti.
- è un concetto che vedo scorrere, che si muove...
- a me fa venire una dannata malinconia.
- eppure c’è speranza.
- a pensare che duri tre mesi? tu desideri che uno stato d’animo ti duri tre mesi? soltanto tre avarissimi mesi? oppure addirittura tre interminabili mesi?
- penso che ci sia speranza nel fatto che, se dico estate, l’umore si vesta estivo e giallo, mi scaldi le ossa, come quando finiva la scuola e me ne andavo da mia nonna.
- una volta, ma ora non è più così.
- infatti, lei non c’è più.
- e comunque non puoi e basta.
- il mio animo ha sacrosanti diritti e ci va. il mio corpo ha integerrimi doveri e resta.
- ti accontenti di poco, tu.
- poco per chi? per me è moltissimo.
- non sei più una bambina, questa è la verità.
- verità… e che te ne fai di questa verità? io preferisco nutrire la mia parte bambina e farla partire tutti gli anni il primo fine settimana dopo che giugno abbia passato la metà. e lei ci va, prende e parte. tu non la fai partire?
- chi?
- la parte bambina che sopravvive ancora in te.
- non ho tempo per queste stupidaggini: la realtà è che sto aspettando agosto per non lavorare e basta. il resto sono storie.
- bellissime le storie…
- sì, intanto ci tocca lavorare e con il caldo che ci distrugge.
- le storie ci concedono un’alternativa e ci donano una speranza. la speranza che al lavoro non ci pensi e che il caldo ti dia energia, anziché togliertene.
- ti diverti a darmi contro?
- contro? io non sono contro nessuno, semmai sono contro alcune cose di me.
- no, tu mi contraddici.
- l’estate non è solo una stagione.
- non è neanche uno stato d’animo. è estate e basta. e fa un fottuto caldo che non sopporto più!
- l’inverno non è solo una stagione.
- lo è, invece.
- è buio, è freddo, non dà speranza. come la tristezza, che è sì utile, quando termina. falla finire.

e accarezzò quella parte di sé, la abbracciò, la perdonò, si arrese al fatto che fosse così.
e la nutrì di luce.

bi, "dialoghi tra me e me"



[l'abruzzo e il giallo dell'estate]

giovedì 12 luglio 2012

forse dovrei fare come vittorio alfieri: si legava alla sedia, davanti allo scrittoio, per resistere allo sgomento quand’era ispirato.




forse dovrei fare come vittorio alfieri: si legava alla sedia, davanti allo scrittoio, per resistere allo sgomento quand’era ispirato.
è che a mezzogiorno e un quarto mi sono accorta che l’orologio nel mio polso era fermo.
perché alle sette e mezzo il corpo era assente.
la mente faceva i conti matematici delle pochissime ore dormite.
lo spirito vagava nella rielaborazione di una verità che mi era stata rivelata la sera prima e che recita più o meno così: dormire sotto la mia libreria piena di libri, della storia della mia famiglia, dei cimeli dei miei viaggi, dei libri di scuola custoditi gelosamente come sapere universale e universalmente valido per sempre, enciclopedie di animali di musica di medicina e di tutto, il violino di mio padre, una lampada ad olio alimentata a lampadina, lettere di quand’ero adolescente, cartoline dagli anni ottanta in poi ricevute dai miei amici, la macchinina verde tonda e pesante che mi hanno regalato ad agosto dell’ottanta, pesa su di me.
mi schiaccia come la gravità farebbe con una formica sovrastata da una ciotola di cibo per gatti pieno, capito come?
sono anni che vivo sotto il peso della mia storia e di un sapere che vuole che io sappia e che in fondo so.
comunque, rassegnata all’assenza di cui è fatta la mia presenza in questo mondo, a mezzogiorno e un quarto ho messo l’orologio nell’ora esatta per questo meridiano e ho capito una cosa: sì, io sono, ma non ci sono.
vivo un periodo di sospensione, che sembra fatto di una sequenza illogica di tanti piccoli attimi e che costituisce un tempo che passa inosservato, cioè lo ignoro non osservandolo. perché sì.
perché serve pure questo, stare sospesi, per poi tornare giù e ritrovare terra e radici.
è che purtroppo non sono un albero, perché lui sì che sa sempre come si fa.
a rinnovarsi, ad accogliere la pioggia con un sorriso stiracchiando ben bene tutti i rami e rametti, a farsi proteggere dalla neve che conserva in silenzio e con certezza, a bere ingoiando la terra ricca di vita, a respirare di notte per poi donare respiro di giorno.
mi ricordo che da piccola mangiavo i fiori del gelsomino.
mi tuffavo nel loro profumo pungente e avvolgente e poi quell’odore volevo divorarlo, a occhi socchiusi e con due impercettibili grinze sul naso.
staccavo quel fiore gentile e sottile dal suo ramo, chiedendogli scusa per quella sfacciataggine e confessandogli la colpa del mio egoismo, e ne succhiavo il nettare chiaro e dolce, sfidando la morte senza paura.
nessuno mi aveva spiegato se fosse velenoso o no.
ero assetata di natura, di verde, di fiori, di vita e me la prendevo così, senza chiedere il permesso a nessuno e in quieto segreto.
poi un giorno stavo scendendo verso casa di mia zia, il sole era alto e cuoceva le coscette magre dei miei sei o sette anni e mi fermai a contemplare un’ape.
era bellissima: se ne stava seduta a godersi quel sole a mille metri, nuda, piena di colori e di luce.
senza timore mi soffermai per più di qualche minuto ad osservarne quella regalità, seduta sui miei talloni e con le mani poggiate sulle ginocchia.
me ne andai felice, era stato un bell’incontro per me.
e in tutta risposta lei mi prese alla sprovvista, facendo sprofondare il suo pungiglione nella mia coscia sinistra.
fu la prima volta e fu dolorosissima.
fu doloroso restare bruciati da un tradimento: io me ne innamorai e lei mi ferì una gamba, facendola pulsare di dolore e d’angoscia.
ma andò bene così, perché mia mamma mi schiacciò forte e decisa la sua fede nuziale sul buco di quel pizzico e dopo un po’ dimenticai che un’ape può far male, nonostante la sua bellezza.
forse dovrei fare un po’ più di quello che faceva vittorio alfieri: dovrei restare in silenzio di fronte allo sgomento quando sono ispirata.
se pure il silenzio, che ha sagge cose da dire, sta zitto, perché io ancora non taccio?

bi


“la scrittura non guarisce mai da nulla.
se svolgiamo questo lavoro onestamente, siamo costretti a farci delle domande, sempre.
è impossibile, o almeno rarissimo, trovare risposte definitive alle cose.
c’è sempre un’apertura, un’altra cosa per noi.
non provo mai una sensazione di chiusura.
le cose non sono mai finite e ogni storia è una storia che continua.”

paul auster

lunedì 9 luglio 2012

"Tu che libero sei nato te lo sei dimenticato..."


È difficile ricominciare a scrivere dopo mesi di assenza, di silenzi, di un'urgenza che ho dovuto negare a me stessa. E ritrovarmi che non mi esce la voce, che ho paura, che cammino qui in punta di piedi...in questo luogo che la mia anima affine Bi, ha meravigliosamente tenuto in piedi con tutta la sua sensibilità e bellezza e con tutto il suo talento. è grazie a lei che questo luogo-non luogo è rimasto vivo, ed è una voce ancora così piena e vitale. Grazie mia adorata.


Dicevo che ritorno qui in punta di piedi...sommessamente ricomincio a scrivere qualche parola, che si trascina dietro come un inestricabile filo, quello della mia vita in questi ultimi mesi, un filo aggrovigliato un po' su se stesso, che ha creato una matassa colma di emozioni, le più disparate.
Comincio a sgrovigliare questo filo oggi, dopo giorni di riflessione scaturiti da una pausa lavorativa, presa a causa di problemi di salute. Nulla di grave. Una schiena mal concia che non regge più il peso di una vita che non somiglia più a me.
Mi sento fuori forma e sopratutto fuori allenamento nello scrivere, ma da qualche parte bisogna pur ricominciare ed io ricomincio da qui.
Forse scricchioleranno un po' queste parole, come un vecchio ingranaggio che dopo molto tempo deve ricominciare a funzionare velocemente, ma così è e così sia.


Molto tempo fa il mio grande amore mi ha regalato un disco, “L'Arca” di Vinicius De Moraes
dicendomi che questo disco potrebbe salvare l'umanità se lo avesse ogni bambino.
Come sempre accade a chi cerca segnali importanti in un momento di riflessione e crisi, questi segnali puntualmente arrivano, in un momento inaspettato.
Qualche sera fa si cantava fra amici e lui ha introdotto una canzone di questo album, così mi sono ricordata.
Ed ho ricordato forte, forte che fa quasi male, una canzone che quando poi ho riascoltato mi ha fatto sgorgare un pianto profondo che proveniva dalle viscere.

La canzone è questa, ve lo metto qui, se volete. E sarebbe bello che tutti poteste ascoltare questo disco e magari regalarlo ad ogni bambino che incontrate, oltre a quello che è dentro ognuno di noi e che cerca ancora nutrimento.



Pappagallo brasiliano
il brasile e' ormai lontano
tu che libero sei nato
te ne sei dimenticato
tu che libero sei nato
te lo sei dimenticato
parli forte e pensi piano
pappagallo brasiliano
te lo sei dimenticato
parli forte e pensi piano
pappagallo brasiliano.”

Questa filastrocca gentile, cantata dalla voce dell'indimenticabile Sergio Endrigo, una voce così lieta e soave, di una sensibilità altra e perduta, mi ha fatto individuare il centro esatto della ferita. Non voglio dimenticare il “paese” da cui vengo, e non voglio dimenticare che sono nata libera.
Che sia un monito, che sia il mio nuovo mantra.
Che non esista più nessun nuovo e orripilante colonialismo dell'anima, che con una scusa qualunque, travestita da sogno, mi imbavagli l'anima, mi faccia perdere il senso e il centro.
E così sia.

Di.



giovedì 5 luglio 2012

ridatemi il mio amico immaginario




- è bellissimo il tuo cavallo, come ha fatto ad arrivare fino in abruzzo?
- lo hanno trasportato con un piccolo pulmino per cavalli, che si chiama van.
- e com’è fatto un van?
- è aperto dietro e lei quel giorno se ne stava con tutta la sua coda al vento, lo sai? e si girava a guardarmi.
- certo, ti stava sorridendo e controllava se anche tu avessi la tua coda al vento come lei. aspetta, ora torno.

e sgambettò via, lontano dal nostro tavolo, facendo impensierire la sua mamma. continuava a richiamarla, dicendole che la pizza si sarebbe raffreddata e raccomandandosi soprattutto di stare lontana dal ciglio del marciapiede.

- eccomi, sono tornata. mi racconti ancora di lei? l’hai portata lì perché lo hai deciso tu o lo ha deciso lei?

mi guardava con quegli occhi neri e tondi e pieni di un sacco di cose e mi abbracciava con le sue parole bizzarre e sorridenti e così ricche di significati lontani e nascosti.

- cosa c’è dietro l’angolo, che scappi sempre lì?
- c’è il mio amico immaginario: gli sto raccontando la tua storia. dai, su, raccontami ancora, che lui mi sta aspettando.
- giusto e non possiamo certo farlo aspettare…
- eh no, poi deve andare a letto. è tardi.
- dunque, l’ho portata lì perché lo ha deciso lei. un giorno sono andata a portarle le carote e mi ha detto chiaramente che fosse stufa. e così l’ho portata nel posto che a me non stanca mai da quando sono nata: se non stufa me, mi sono detta, non stancherà neanche lei.
- giusto. infatti non si è stancata ancora, vero?
- no, non ancora. e ha gli occhi più grandi e accesi e lucidi da quando è lì.
- devo proprio venire a vederla, allora. aspettami, adesso torno.

e scappò di nuovo dietro l’angolo della pizzeria, entusiasta e frettolosa, sgattaiolando tra i tavolini e scomparendo magicamente nel suo luogo misterioso, per poi tornare subito dopo.

- mi dai il tuo telefono per favore, così guardo le foto della tua cavallina?

me lo disse con una voce resa ancora più dolce e bambina.
e cominciò a scorrerle, come fossero stese in uno di quegli album vecchi con le copertine rigide e colorate, con le foto disposte in sequenza e custodite da fogli di carta lucida, così da non sciuparle con il tempo.
ad ogni foto era un verso di meraviglia che tirava fuori dal suo posto più nascosto, che noi adulti forse neanche sappiamo più dove sia, e il suo stupore si tramutava in parole tenere e sussurrate solo a sé.

- vedrai che si rimetterà per bene, me l’ho ha detto anche lui.
- lui chi?
- lui, il mio amico immaginario! dice che lì starà bene per forza e tu non devi mai più preoccuparti.
- bene, se me lo dici tu allora sto tranquilla.
- e se sei preoccupata, ti presto il mio peluche per dormire, quello che mi hai regalato tu. 

sua mamma mi ha confessato che lei ci dorme tutte le notti, con lui e con nessun altro, pur avendone pieni tutti gli scaffali larghi e alti di quella coloratissima cameretta arancione e gialla.
e dorme anche con l’enciclopedia dei cavalli sotto il cuscino, senza mai pensare che sia dura e scomoda: gliel'ho sempre regalata io.
mi lascia spesso senza replica, senza parole, come se quelle fossero inutili per comunicare tra noi: basta infatti abbracciarci o guardarci in fondo agli occhi per capirci benissimo e farci un bel sorriso aperto e reciproco, da arricciare entrambe il naso.
un giorno mi ha fatto un disegno: eravamo io e lei in mezzo a un grande prato con un albero dalla chioma folta e regolare, il sole con più di dieci raggi attorno e noi due al centro, mano nella mano: io grande e alta e con i capelli fin quasi alle spalle, lei piccina ed esile e con i capelli neri fin sotto alle spalle.
stesso vestito: un abito che ci raffigurava come due principesse, lungo, lineare, imperiale e con le maniche lunghe. bianco.

- vieni un attimo con me, sbrigati...
- dove? non abbiamo ancora finito di cenare.
- vuole conoscerti a tutti i costi! ora!
- chi?
- il mio amico immaginario. vuole conoscerti anche lui. e poi tu mi farai conoscere il tuo.

bi

[foto tratta da internet]

lunedì 2 luglio 2012

un giorno di ordinaria magia

era certa che una notte come quella fosse una successione di istanti che difficilmente sarebbero caduti in qualche oblio.
il paese festeggiava la fine dei frutti di un giugno come pochi altri, della mietitura e della raccolta del grano dorato e prezioso, della perfezione dell’acconciatura del fieno, che arredava i campi con quel suo fare bello e tondo e caldo.
i tavoli erano allineanti e ben vestiti, vogliosi di onorare l’energia della montagna verde e rocciosa, l’erba era fresca e umida, i cavalli sistemati per la cena, avvolti dall’aria scura che richiamava il momento del riposo, gli amici sparsi tutt’intorno a scegliersi ognuno il proprio posto in paradiso.
la musica sapeva di festa e di altrove e quel cibo colorato e rurale pure.
piatti e bicchieri verdi e gialli erano lì a ricordarle che fosse arrivato il trenta di giugno, tempo di raccolta e di gridare il benvenuto ad una nuova estate di rinascita.
iniziò un’augurale musica sottile e seducente, che introduceva una voce femminile potente e leggera, accompagnata da un elegante contrabbasso, un piano e una chitarra, mentre il vento respirava timido come la carezza di un vecchio amico ritrovato e le dolci risate spensierate dei presenti facevano da cornice agli alberi ampi come ombrelli dal fusto sollevato verso l’alto.
gli amici erano quelli dell’infanzia, di quando in calzoncini e canottiera bianca a coste faceva il bagno di nascosto alla fonte d’acqua gelida e piena d’ombra delle querce e delle foglie sempreverdi.
quelli di quando si faceva a botte uno sulle spalle dell’altro, a due a due, e tutti cercavano lei perché pesava solo ventotto chili ed era agile e svelta, per poter vincere e arrivare primi senza fare penitenze.
quelli di quando si scendeva al cimitero di notte, senza che nessun altro lo sapesse, e si fuggiva col cuore in gola al primo rumore sconosciuto e altro da sé.
percepiva addosso tutto il calore del giorno che continuava a brillare anche in quella serata e che, oltre lei, scaldava gli animi di tutti, intenti a sorseggiare del vino fatto in casa e a mangiare antipasti agresti e paesani.
stavano tutt’intorno e tutti insieme, in piedi, seduti, senza fissa collocazione, e si raccontavano ogni cosa dei tempi passati e di quelli presenti, ed intanto il buio accompagnava lo scorrere del tempo e la luna quasi piena rischiarava quell’angolo di mondo.
per lei era il suo piccolo mondo antico.
eppure tutto nuovo.
era lì e sentiva quanto non fosse soltanto la fine di giugno e del tempo suo: stava per iniziare la seconda parte dell’anno, di lì a poco, allo scoccare della mezzanotte.
guardava in alto la montagna e si rendeva conto che stesse per iniziare il tempo di consolidare i suoi progetti, noti solo a lei e al cuore suo, e di ampliare vista e orizzonti e odori e certezze.
tutto il bosco le stava sussurrando negli orecchi dei bellissimi segreti e lei era lì solo per ascoltarli.
il trapasso era giunto, la serata tramontata, la musica più sommessa e lontana.
stavano lasciando la cena e la festa: avevano deciso di rincasare.
avanzavano lenti e sereni, attratti inconsapevolmente dalla strada in mezzo agli alberi e dai suoi varchi nascosti, abbracciati da un odore notturno di terra e di siepi di montagna.
ed ecco che lo stupore li colse tutti, rubando a lei un inaspettato e accelerato batticuore e mute grida di felicità: decine, centinaia di lucciole accese e splendenti li stavano accompagnando e salutando, minuscole fanciulle luminose e scintillanti danzavano, accendendo solo a loro una notte sorridente e calda, sussurrando a tutti il loro personale arrivederci e grazie per quel frangente di vita condivisa.
risplendeva chiaramente in lei la consapevolezza che una notte come quella fosse una successione di incantevoli attimi di vita passata, presente e futura, attimi che difficilmente si sarebbero eclissati in qualche lontano e sordo oblio.



“siamo anime schizzate
nel deserto all'improvviso
c'è un cartello che ci avvisa
benvenuti in paradiso
e tu che graffi sottopelle
come polvere di stelle
sempre più”

da “un giorno di ordinaria magia”, negrita