cosa c’è di peggio di un tizio maleducato?
un tizio maleducato ed egocentrico, mi dico.
al bar, sono le sette e trentacinque del mattino.
mi guardo intorno mentre aspetto il mio latte molto schiumoso con caffè e
abbondante cacao, ma in verità faccio finta.
sono più aria che sostanza a quell’ora, vedo e
attraverso, parlo ma non dico,
sento ma non do ascolto.
il tizio è piuttosto alto e beve da solo il suo caffè
ristretto senza la schiaritura del latte.
si gira più volte su se stesso, che se avesse indossato
una gonna le avrebbe fatto fare la ruota, occupa più spazio del dovuto, dando
distrattamente la schiena accentratrice a chi gli è accanto,
racconta a voce alta tra un sorso e un altro di aver trovato la brina sul suo
suv e che, che palle, ha pure tardato quei cinque minuti che ora non gli consentono
di leggere il corriere dello sport.
indossa un giaccone imbottito scuro, occhiali scuri e un
paio di hogan. sì.
sono le sette e trentacinque del mattino e fuori è ancora
quasi buio.
è quello che ha parcheggiato in doppia fila, ci giurerei.
sono le sette e trentacinque del mattino ed è ancora
quasi buio e lui porta occhiali da sole scuri.
mica perché non si può: è che il tutto è decisamente maggiore della somma delle sue
parti, questo sì.
e sul corriere dello sport avrebbe letto le pagine del
calcio, perché gli altri non li ritiene sport. sì.
posa la tazzina vuota, facendo risuonare il piatto e il
cucchiaino che sta lì sdraiato sopra, ringrazia molto maschio la ragazza carina
e gentile che gli ha servito un ottimo caffè scuro e forte, paga con una
banconota da cinquanta euro quel caffè che non ne costa manco uno e ribadisce
che il corriere dello sport lo tornerà a leggere all’aperitivo-time (dice
proprio time).
sempre a voce alta. poi esce senza salutare.
non sbatte la porta solo perché la porta si chiude da sé,
lenta e silenziosa lei, altrimenti sono certa che, sì, l’avrebbe sbattuta.
non ha parcheggiato in doppia fila il suo suv, mi correggo.
ha parcheggiato in doppia fila, nonostante il posto in
prima fosse libero, il suo fottuto suv, quello strafottente.
cosa c’è di peggio di un tizio maleducato?
un tizio maleducato ed egocentrico, che si comporta male
dentro e fuori dal bar.
mi sveglio.
continuo a sognare un mondo abitato da persone gentili e
sorridenti che parlino a voce divinamente bassa, che occupino senza strafare
uno spazio democraticamente condiviso con gli altri, che vestano per piacersi e
non per piacere, che non comprino scarpe di merda, che abbiano una personalità
rumorosa dopo mezzogiorno e fino alle dieci di sera, conservandone una soave e
delicata dalle nove di sera a mezzogiorno del giorno dopo, che si dimentichino
di pagare un caffè ma mai di dire ciao e buongiorno a tutti, proprio tutti, che li conoscano o
meno, che parcheggino dentro le strisce bianche ricordandosi che non esistono
solo loro, che leggano del calcio ma pure del fosforo, che si ricordino che
la loro unicità è indice dell’unicità altrui.
mi sveglio e vedo un mondo che non è così.
mi stranisco di prima mattina, mi trema leggermente la
mano destra e mi faccio sgocciolare un po’ di latte marrone-beige sulla sciarpa grigio
chiaro.
non è aria, mi dico, mentre sbraito e mi asciugo rapida
la sciarpa, che resta macchiata.
colpa mia. la vita ha punito la mia intolleranza verso il
tizio facendomi macchiare la sciarpa. sì.
pago, saluto rattristata ed esco.
la porta si chiude da sé con gentilezza, mentre fuori fa freddo.
mi dispiaccio e subito dopo ripenso al tizio.
e al fatto che la pozzanghera marrone tinta unita di
fronte al bar sia più grande di quanto mi fossi accorta entrando.
e che magari lui ci possa aver affogato le sue hogan di
merda.
e cose cattive così.
torno al mio torpore.
d’altronde sono una che sbraita facile e che fa la tollerante a tempo perso.
mi sono sempre fidata della gentilezza di
prima mattina.
così come della sua assenza.
bi
[creazione di miss van, da "pop surrealists"]
Bi e Di vi danno il benvenuto. Questo è uno spazio creato e gestito a quattro mani, venti dita, due menti, due corpi, due cuori, due anime con-fuse. Siete i benvenuti, chiunque voi siate. Togliete le scarpe, restate a piedi nudi. Qui si cammina così, purché con gentilezza.
lunedì 21 gennaio 2013
domenica 20 gennaio 2013
Canto errante delle stelle di Di.
- non disegnarmi confini, non cercarli.
voglio essere come l'acqua, anche quando non parlo e la luce è sottile.
- non voglio aggiungere confini, ho bisogno di una mappa, per non perdermi.
- allora scegli una mappa dei cieli, una mappa delle stelle.
- sono lontane miliardi di anni, le stelle. quello che vedi è andato già. sono parvenze.
- sono le non prospettive, sono i non punti di vista, sono la tensione verso l'alto. sono metafore e proiezioni.
- vorrei tracciare una linea fra le tue stelle, una linea di racconti che decora contorni all'anima, solo per poterla vedere.
- non è necessario vedere. tornare.
- ho il passo incerto, svelto, poco equilibrio sulla terra.
- ma hai il flusso
- si è un flusso.
dove ci troveremo?
- io andrò nel giardino segreto. è bagnato come le primavere inglesi. tu vai lì, dove c'è l'albero sulla collina dalla terra rossa, e si vede la casa di campagna. oppure sull'altalena di nonno, quella sull'albero di fico.
- ah ricordo bene. e le notti profumate di fieno, con nonno che cammina davanti. ha la camicia leggera, bianca, e i pantaloni marroni. sembra un vecchio albero nodoso. ha la pella dura che sembra corteccia. a volte appare l'ombra deforme, ma invincibile.
- è tutto lì, anche l'altrove.
mercoledì 16 gennaio 2013
rifiorirai d'amore
ho visto i suoi occhi grandi e scuri sciogliersi in una cascata di lacrime dolorose e piene di paura.
era la fine dell’estate e un temporale le portò il presagio di una pioggia torrenziale.
e fu pioggia.
e furono lacrime grigie.
le sue e non solo.
il cuore le batteva forte e combattente e le diceva che insieme ce l’avrebbero fatta a percorrere una lunga e penosa salita.
- ché le salite finiscono, non sono mica infinite.
le disse pieno d’amore il cuore suo.
ho visto il suo corpo comprimersi e lottare.
finché arrivò anche il freddo, uno di quelli che entrano dentro e ci restano un bel po’.
e fu neve.
e furono lacrime bianche.
le sue e non solo.
l’ho vista gioire, raggiante come una stella vicina poco meno del sole, che festeggiava i suoi quarant’anni.
un vestito nero e luminoso le avvolgeva le forme e un foulard sofisticato le carezzava il capo.
mangiava felice, ascoltava ridacchiando le canzoni stonate dedicate tutte a lei, danzava come un merlo sinuoso al mattino in cerca di un amore da dichiarare.
e venne la primavera.
e i tramonti rossi della tarda sera.
i suoi e non solo.
l’ho vista raccogliere a terra i pezzi caduti e rimetterli insieme con la fermezza di una leonessa e la dolcezza di una gattina, ricucirli con dedizione e con l’aiuto dei suoi sogni di bambina e di chi l’ama da sempre ed in silenzio.
e sbocciò l’estate.
con le corse mattutine in riva al mare.
le sue e non solo.
- non hai mai scritto di me.
mi disse un giorno, a ragione.
è che la sofferenza non so tradurla, ha parole tutte sue che io non sempre so maneggiare.
le scrivo oggi, perché è tutto il giorno che penso a lei.
la vedo festeggiare, ché oggi è il suo compleanno.
la vedo piena di persone che l’amano ad alta voce e che la accolgono dentro abbracci pieni di fiocchi da sciogliere e regali da scartare.
la vedo vestita di grinta interiore e di un tocco di delicatezza che il suo corpo fragile oggi le conferisce.
voglio dirle che l’amore è una direzione.
che se la sbagli lo sciupi e il vento del mare se lo porta via.
l’amore va verso dentro, giù, in fondo, fino alla parte più nascosta di sé.
fino alla pancia.
l’amore cammina da fuori a dentro.
l’amore prenditelo.
e ingoiatelo.
rifiorirai d’amore, ti dico.
d’amore per te.
per quella te che porti in grembo.
buon compleanno, m.
bi
[creazione di jeremiah ketner tratta da "pop surrealist"]
era la fine dell’estate e un temporale le portò il presagio di una pioggia torrenziale.
e fu pioggia.
e furono lacrime grigie.
le sue e non solo.
il cuore le batteva forte e combattente e le diceva che insieme ce l’avrebbero fatta a percorrere una lunga e penosa salita.
- ché le salite finiscono, non sono mica infinite.
le disse pieno d’amore il cuore suo.
ho visto il suo corpo comprimersi e lottare.
finché arrivò anche il freddo, uno di quelli che entrano dentro e ci restano un bel po’.
e fu neve.
e furono lacrime bianche.
le sue e non solo.
l’ho vista gioire, raggiante come una stella vicina poco meno del sole, che festeggiava i suoi quarant’anni.
un vestito nero e luminoso le avvolgeva le forme e un foulard sofisticato le carezzava il capo.
mangiava felice, ascoltava ridacchiando le canzoni stonate dedicate tutte a lei, danzava come un merlo sinuoso al mattino in cerca di un amore da dichiarare.
e venne la primavera.
e i tramonti rossi della tarda sera.
i suoi e non solo.
l’ho vista raccogliere a terra i pezzi caduti e rimetterli insieme con la fermezza di una leonessa e la dolcezza di una gattina, ricucirli con dedizione e con l’aiuto dei suoi sogni di bambina e di chi l’ama da sempre ed in silenzio.
e sbocciò l’estate.
con le corse mattutine in riva al mare.
le sue e non solo.
- non hai mai scritto di me.
mi disse un giorno, a ragione.
è che la sofferenza non so tradurla, ha parole tutte sue che io non sempre so maneggiare.
le scrivo oggi, perché è tutto il giorno che penso a lei.
la vedo festeggiare, ché oggi è il suo compleanno.
la vedo piena di persone che l’amano ad alta voce e che la accolgono dentro abbracci pieni di fiocchi da sciogliere e regali da scartare.
la vedo vestita di grinta interiore e di un tocco di delicatezza che il suo corpo fragile oggi le conferisce.
voglio dirle che l’amore è una direzione.
che se la sbagli lo sciupi e il vento del mare se lo porta via.
l’amore va verso dentro, giù, in fondo, fino alla parte più nascosta di sé.
fino alla pancia.
l’amore cammina da fuori a dentro.
l’amore prenditelo.
e ingoiatelo.
rifiorirai d’amore, ti dico.
d’amore per te.
per quella te che porti in grembo.
buon compleanno, m.
bi
[creazione di jeremiah ketner tratta da "pop surrealist"]
martedì 15 gennaio 2013
A message in the bottle
Questo è un messaggio in bottiglia, che ha vagato per mille mari, ha superato molteplici tempeste dell'anima e non solo, ma in qualche modo ha sempre navigato per tornare, non per andare. Ha cercato, come tutte le anime gettate in questo strambo mondo, la lunga strada verso casa. Quella lunga strada di cui i poeti, i cantori i bluesman, hanno cantato, per secoli. Crediamo di andare per allontanarci, invece andiamo per tornare. Volver, sempre volver.
È approdato da dove era partito, nella casa-anima di Radicamenti.
Quella scintilla che la fece nascere , crescere nel liquido amniotico di Bi e Di, è ancora viva in me, nonostante le apparenze.
Questo messaggio in bottiglia vuole parlare a Radicamenti come parlasse ad una figlia.
Cara meravigliosa, cangiante, figlia luminosa, sei nata dal mio cuore e dal cuore di una mia sorella di viaggio, l'amica che lascia dietro di sé orma di lupo, come me. Sei nata in un giorno grigio ma pieno di risate. Sei nata piena di sogni scintillanti.
Non ti ho abbandonato, è che non so stare troppo nelle parole, mi ci trovo stretta alle volte, scrivo solo quando trovo lì, in quei segnetti neri, la misura di quel po' di me che capisco, che sgranocchio dalla vita a poco a poco. Per questo ti visito spesso, ti viaggio dentro, mi perdo, ma poco so starci. Sei una figlia, e come un figlio ti ho donato al mondo,“perchè è del mondo che sono figli i figli”, ti ho lasciato andare senza mai volgere lo sguardo, e accompagnandoti silenziosa. Ma sopratutto t'ho lasciato nelle mani di una grande tessitrice di trame multicolorate e sognanti, di storie dai toni più diversi, che ha mani leggere d'aria eppure feroci come artigli, che ha mani che sanno ricamare incanti. Ti ho lasciato in queste preziose mani, che ti hanno fatto crescere amorevolmente. Ne sono felice radicamenti. Sono felice di tutto quel che abbiamo generato e di come poi si è trasformato.
Voglio dirti di me che non so se ora sono più radicata a terra, ma so che sto imparando un po' a volare, fra goffi tentativi di volo e infiniti spicchi verso il cielo.
Cara radicamenti, voglio dirti quel che vorrei che ogni uomo trovasse dentro una bottiglia che proviene dal mare: “basta anche un niente per esser felici, basta vivere come le cose che dici, e dividerti in tutti gli amori che hai per non perderti, perderti, perderti mai...Ogni amore della vita mia, ogni amore della vita mia, è cielo e voragine, è terra che mangio per vivere ancora”.
Tutto è cielo e voragine per me, figlia mia, lo sei anche tu. Sei un cielo stellato e sei voragine assoluta, ma sopra ogni cosa, sei amore.
Buon compleanno Radicamenti.
Sempre tua
Di.
lunedì 14 gennaio 2013
chiedimi se sono felice. anzi, no. ci penso io.
chiedimi se sono felice.
anzi, no.
ci penso io.
sì, sono felice.
a prescindere dal resto.
indipendentemente dagli altri.
nonostante tutto.
malgrado le apparenze.
soprattutto nel rispetto della vita che mi sono disegnata
addosso.
sono felice perché domani radicamenti compie un anno. si
sente fresca come una rosa rosa-sfumato ed è felice che, parlando di lei, si usi il
femminile. è uno spirito femmina, senz’altro. un po’ come diana, un po’ come
afrodite, un po’ come artemide. perché mica è solo uno spazio o, peggio, un
non-luogo. è luogo eccome e pure corpo e anche anima. è perfino un divano
ampio e comodo con un tavolo etnico di fronte, due tazze piene di tè zuccherato, tante
parole dette bene e un’aria fresca, contaminata da un’amorevole amicizia. come
posso non essere felice del compleanno di radicamenti? dovrò anche farle un
regalo con la mia di. magari basterebbe un po’ di silenzio, affinché si ascolti
un po’ nel profondo e si senta appagata anche lei di essere se stessa:
radicamenti.
sono felice perché ho superato brillantemente dieci
agonizzanti giorni di bronchite, che sarebbe potuta essere peggio:
broncopolmonite. e invece no. ho visto cose che voi mostri neanche potete
immaginare. una notte mi sono svegliata mezza moribonda e ho trovato l’albero
di natale acceso. che prima era spento. sì, insomma, qualcuno mi ha visto nel
pieno della mia sofferenza e mi ha acceso delle lucine accanto, restandosene in
silenzio e in un angolo buio… poi manco ho avuto il problema del
che-mi-metto-a-capodanno, che è una questione annosa. dunque alla fine ho
scelto il pigiama grigio scuro, zeppo di stelline e lunette e palline. tutte
microscopiche. ah, anche le lenzuola dei peanuts, per sentirmi nel bel mezzo di
una festa tra discoli e non solo a letto.
sono felice perché sono iniziate le frappe. che altro c’è
da aggiungere ad una notizia fantasticherrima come questa? niente, parla da sé.
frappe tutti i giorni e a volontà, frappe che che-te-lo-dico-a-fare quanto sono
buone, frappe che ti regalano una manciata di sorrisi e brufoli adolescenziali,
frappe che ti passa tutto compresa la sindrome dell’inizio settimana, frappe
che il fegato si rassegnerà finché arriverà martedì grasso. lui se ne
feliciterà e io manco un po’. evviva le frappe e chi le cucina!
sono felice perché penso alla neve e alle montagne e mi
si apre il cuore. voglio dire, è importante avere una cosa nel cassetto che lo
apri, la guardi e ridi come una pazza. sono felice anche se non le vedo e ce
l’ho lontane, perché tanto ce l’ho nel cuore. quindi il resto non conta, no? me
le sogno, le guardo, le penso e dico che è una fortuna avere delle montagne che
stanno lì che m’aspettano.
sono felice perché già so che, se avrò tempo, disobbedirò
all’intento di regalare un po’ di silenzio a radicamenti. perché parlo troppo e
lo so. e se domani avrò tempo, le scriverò anche: "auguri", "ciao sono radicamenti
e oggi è il mio compleanno!", "ringrazio bi e di per avermi dato alla luce il
quindici gennaio del duemiladodici che era una domenica piovosa e grigerrima" e
cose smielate così. perché disobbedire a se stessi è una cosa che fa bene, per
sentirsi vivi e fieri di non essere automatici.
perché l’oroscopo dice che l’anno per i gemelli sarà
bello e ho appena mangiato un bacio perugina con uno di quei foglietti dentro
che tutte le volte dico: che palle le citazioni scontate dei baci perugina! e
puntualmente me le leggo e pure prima di succhiarmi il cioccolato che avvolge
la nocciola del bacio. sul foglietto di oggi c’è scritto: “la fortuna è già
dalla tua parte”. che sommato all’oroscopo che dice che l’anno per i gemelli
sarà bello fa che sono felice.
perché dopo vent’anni abbiamo di nuovo attaccato
sull’albero di natale un babbo natale che ho disegnato a scuola, invece di
prendere appunti. una di quelle volte in cui non avevo voglia di fare niente,
che niente non è mai ma è voglia-di-fare-una-cosa-che-mi-piace e che non è
prendere appunti. e quindi ho disegnato questo babbetto sorridente e con le gote gonfie.
poi l’ho attaccato sopra un cartoncino e se ne sta beato tra le palle a fare
quello che ha più esperienza, perché appunto ha vent’anni.
perché c’è sempre un perché per essere felice. e se non
c’è, ci penso bene e lo trovo. e se non lo trovo io, mi trova lui, che ci vede
meglio di me che ogni tanto faccio la gnorri.
perché sì, invece che perché no.
bi
[creazione "never ending stories" di anry, tratta da pop surrealist]
domenica 13 gennaio 2013
l'occhio vede l'orizzonte anche se l'orizzonte non esiste
fu un bacio rubato su di un rossetto rosso.
la panchina era accogliente e respirava di un autunno lieve e un po’ rosa.
li abbracciò, li fece suoi.
non attese che s’unissero da sé, ci pensò lei.
li strinse e disse loro di crederci, di credere in quel bacio.
un bacio umido e timido, un bacio che sapeva d’immensità.
un bacio rosso.
un bacio umido e timido, un bacio che sapeva d’immensità.
un bacio rosso.
sono ancora lì che si baciano.
di un bacio rubato su di un rossetto rosso.
un petalo stanco cadde e s’adagiò a specchiarsi nel fiume.
la sua pianta lo aveva incoraggiato ad andare, che era bell’e pronto.
va’, che è la tua estate.
gli disse.
gli disse.
si fidò.
si lanciò ed iniziò a volare, libero e sottile.
e rosso.
si lanciò ed iniziò a volare, libero e sottile.
e rosso.
s’andò a specchiare nell’ansa del fiume sotto i suoi piedi, sotto i piedi della pianta sua.
fu subito amore.
il petalo cadde e s’adagiò a specchiarsi nel fiume.
e s’innamorò di sé.
un libro s’aprì su una dichiarazione d’amore.
il vento invernale soffiava petulante e ansioso.
smaniava di spostarsi e di raccontare storie e muovere la polvere verso ovest.
trovò delle pagine sottili e legate tra loro, intrecciate in una stretta universale.
erano pagine rosse.
erano pagine rosse.
le guardò ammirato, le salutò, le sfiorò appena e l’incanto del momento lo fece spirare più forte.
l’emozione lo rese incalzante e le pagine si girarono a guardarlo stupite.
e s’aprirono.
quel libro s’aprì su una dichiarazione d’amore.
fu, quello, un freddo inverno meno gelido.
esiste una parte di bellezza rossa.
non è rossa in sé, ma rossa per chi l'ammira.
sa emozionare, sa suonare le corde del cuore.
t’incanta nei pensieri tuoi.
come quando fissi le onde e il mare e il cielo che lo sovrasta e ti fermi ad indugiare un po’ con gl’occhi.
fermi lo sguardo nella linea in cui il cielo incontra il mare e il mare incontra il cielo.
lì, dove paiono unirsi.
è l'orizzonte, pensi.
quella linea che c'è, eppure non esiste.
quella linea che c'è, eppure non esiste.
ti ci perdi, lo indichi, lo pensi, lo tracci.
tracci una linea, una linea che non c’è, se non dentro la profondità degl’occhi tuoi.
gli occhi s'incantano sull'orizzonte e provi a spiegar loro che in fondo quel luogo non c'è.
provi a rompere l’incantesimo di quel bacio.
dici che no, l'orizzonte è un'illusione.
dici che no, l'orizzonte è un'illusione.
e intanto gli occhi ci si tuffano sognanti.
ti dicono che è vero, che l'orizzonte è vero.
sperando che tu non li contraddica.
(intanto mare e cielo s'amano).
sperando che tu non li contraddica.
(intanto mare e cielo s'amano).
bi
[immagine tratta da internet, un dono della mia robi]
giovedì 10 gennaio 2013
lettera alla signora roth
non ci sono risposte giuste per domande sbagliate
cara la mia signora roth,
una stagione ci divide e mi chiedo se lei si stia prendendo cura di sé e se abbia smesso per un po' di correre.
non ci sono risposte giuste per domande sbagliate, sa?
l’oggi in cui le scrivo è uno di quei giorni che segnano un passaggio, una transizione.
uno di quelli che non è né l’uno, né l’altro, né uno, né due.
è un uno e mezzo e del mezzo potrei parlarle per ore e ore.
tuttavia mi è rimasta poca carta per scrivere, mia cara, e persino l’inchiostro è quasi finito e dovrò attendere lo scarico del lunedì per averne dell’altro.
le domande sbagliate generano disorientamento e fanno male al petto e alle ossa.
ho fatto fatica a dormire per tre lunghe, lunghissime notti, buie e tormentate, attorcigliata come una vipera attorno ai miei dolori interiori.
al petto, mi stringevano principalmente al petto, mia cara.
sa cosa vuol dire?
qualcosa di non detto, di non gridato.
tre notti a soffrire per il solo fatto di respirare, comprende il dolore?
non ci sono risposte né giuste, né errate per domande sbagliate.
una di queste è: quando?
non si chiede quando.
neppure agli altri.
il tempo è una dimensione che ci disperde, che non ci assolve e ci incastona senza via d’uscita.
non porto l’orologio da molto tempo, tranne saltuariamente quello che mi regalò il mio amato.
lo porto con me solamente per averlo più prossimo.
più presente, dico, meno futuro.
ha presente?
questo freddo ed il penoso grigio che lo accompagna mi hanno messa a dura prova, eppure eccomi qui.
ne sono uscita.
e sono qui con la domanda corretta, mia adorata.
sa qual è?
dove.
la domanda è: dove?
se mi chiedo dove, non mi mentirò mai.
non sbaglierò mai luogo, non mi potrò confondere, perché ci sono aggrappata con tutte le mie radici, capisce?
il tempo mi sfugge di mano, a lei no?
il tempo sembra esistere e sembra che non lo si possa trattenere, non crede?
lo spazio no, lo spazio mi contiene.
m’avvolge e mi tiene lì, mi lascia aria per muovermi e per volare.
è un su, un giù, un lì, un laggiù, un qui, un ogni dove, un vicino, un lontano, un sopra, un sotto.
non occorre neanche più dirsi per sempre.
né mai.
è sufficiente che ci si dica: per dove?
e ci s’incammina, insieme, mentre il luogo c’attende.
senza svanire mai in un attimo che è già passato e che non tornerà più.
sempre sua, bi
[creazione di elle du pomme]
cara la mia signora roth,
una stagione ci divide e mi chiedo se lei si stia prendendo cura di sé e se abbia smesso per un po' di correre.
non ci sono risposte giuste per domande sbagliate, sa?
l’oggi in cui le scrivo è uno di quei giorni che segnano un passaggio, una transizione.
uno di quelli che non è né l’uno, né l’altro, né uno, né due.
è un uno e mezzo e del mezzo potrei parlarle per ore e ore.
tuttavia mi è rimasta poca carta per scrivere, mia cara, e persino l’inchiostro è quasi finito e dovrò attendere lo scarico del lunedì per averne dell’altro.
le domande sbagliate generano disorientamento e fanno male al petto e alle ossa.
ho fatto fatica a dormire per tre lunghe, lunghissime notti, buie e tormentate, attorcigliata come una vipera attorno ai miei dolori interiori.
al petto, mi stringevano principalmente al petto, mia cara.
sa cosa vuol dire?
qualcosa di non detto, di non gridato.
tre notti a soffrire per il solo fatto di respirare, comprende il dolore?
non ci sono risposte né giuste, né errate per domande sbagliate.
una di queste è: quando?
non si chiede quando.
neppure agli altri.
il tempo è una dimensione che ci disperde, che non ci assolve e ci incastona senza via d’uscita.
non porto l’orologio da molto tempo, tranne saltuariamente quello che mi regalò il mio amato.
lo porto con me solamente per averlo più prossimo.
più presente, dico, meno futuro.
ha presente?
questo freddo ed il penoso grigio che lo accompagna mi hanno messa a dura prova, eppure eccomi qui.
ne sono uscita.
e sono qui con la domanda corretta, mia adorata.
sa qual è?
dove.
la domanda è: dove?
se mi chiedo dove, non mi mentirò mai.
non sbaglierò mai luogo, non mi potrò confondere, perché ci sono aggrappata con tutte le mie radici, capisce?
il tempo mi sfugge di mano, a lei no?
il tempo sembra esistere e sembra che non lo si possa trattenere, non crede?
lo spazio no, lo spazio mi contiene.
m’avvolge e mi tiene lì, mi lascia aria per muovermi e per volare.
è un su, un giù, un lì, un laggiù, un qui, un ogni dove, un vicino, un lontano, un sopra, un sotto.
non occorre neanche più dirsi per sempre.
né mai.
è sufficiente che ci si dica: per dove?
e ci s’incammina, insieme, mentre il luogo c’attende.
senza svanire mai in un attimo che è già passato e che non tornerà più.
sempre sua, bi
[creazione di elle du pomme]
giovedì 3 gennaio 2013
che si fanno a fare i bilanci, che sono noiosi e ormai roba passata, quando invece si possono pensare bei propositi, che sono roba fresca e non scaduta?
che la vita abbia pietà di una poveretta che giace morta
ammazzata su un letto da cinque giorni, dico cinque e sottolineo, senza nemmeno
sapere se il sole sia anche caldo, oltre che alto, e se nelle montagne la neve
ci sia o si stia sciogliendo.
che poi sono una abbastanza brava, che non ha mai investito nessuno, rispetta sempre le persone più adulte di sé, non dice salve, non uccide, non ruba e manco ha mai rubato una molletta invisibile in un supermercato.
eppure l’influenza alberga nel mio corpo ed io sembro posseduta.
dei dolori disumani hanno mangiato lentamente il mio corpo, anche se oggi sembra che si stiano stancando, perché sono alta solo un metro e sessanta e hanno capito che non c’è trippa per gatti qui.
una febbre incazzatissima e in ottima forma mi arde dentro senza arrendersi, senza desistere, senza mai scendere a meno di trentotto, da farmi riflettere seriamente se davvero non sia dipeso da ‘sto benedetto bilancio di fine anno che non ho fatto.
quindi al pensiero dei propositi di inizio anno, mi vengono in mente tutta una serie di splendide parolacce, da menzionare una dopo l’altra, con un ritmo rap e molto metropolitano, battendo le mani in modo asincrono con i piedi, che fanno destra e sinistra e il corpo che oscilla sui lati.
allora dico va bene, non ho fatto il bilancio, perché mi fa schifo e perché a posteriori non serve a un cavolo fare le valutazioni sulle cose dette, fatte, baciate, mentre mi piace molto di più pensare al proposito, che te lo dici prima, te lo dici perbene, te lo dici bello e infiocchettato e lo realizzi nel tempo.
che poi sono una abbastanza brava, che non ha mai investito nessuno, rispetta sempre le persone più adulte di sé, non dice salve, non uccide, non ruba e manco ha mai rubato una molletta invisibile in un supermercato.
eppure l’influenza alberga nel mio corpo ed io sembro posseduta.
dei dolori disumani hanno mangiato lentamente il mio corpo, anche se oggi sembra che si stiano stancando, perché sono alta solo un metro e sessanta e hanno capito che non c’è trippa per gatti qui.
una febbre incazzatissima e in ottima forma mi arde dentro senza arrendersi, senza desistere, senza mai scendere a meno di trentotto, da farmi riflettere seriamente se davvero non sia dipeso da ‘sto benedetto bilancio di fine anno che non ho fatto.
quindi al pensiero dei propositi di inizio anno, mi vengono in mente tutta una serie di splendide parolacce, da menzionare una dopo l’altra, con un ritmo rap e molto metropolitano, battendo le mani in modo asincrono con i piedi, che fanno destra e sinistra e il corpo che oscilla sui lati.
allora dico va bene, non ho fatto il bilancio, perché mi fa schifo e perché a posteriori non serve a un cavolo fare le valutazioni sulle cose dette, fatte, baciate, mentre mi piace molto di più pensare al proposito, che te lo dici prima, te lo dici perbene, te lo dici bello e infiocchettato e lo realizzi nel tempo.
desidero comprare più quadernoni a tinta unita che non
siano sempre rossi o blu, ma che siano più vari e colorati: verdi, azzurri,
fucsia, gialli, rosa, viola, un po’ tutti i colori così. quindi se vado al
solito posto che ce l’ha solo rossi e blu e li trovo di nuovo rossi e blu, me
ne vado da un’altra parte e ciao.
desidero arrabbiarmi meno di dieci volte al giorno, che
sono le volte in cui mediamente m’incazzo. per quello che mi taglia la strada,
per quella che le dico ciao! e lei mi sorride di cera senza rispondermi, per
le ingiustizie del mondo che vorrei cancellare con un gesto ardito e
definitivo, acchiappando bella stretta la mia spada con la mano destra e
correndo in sella al mio cavallo al galoppo verso la giustizia e il trionfo
della bellezza!
desidero allenare la mia pazienza, farle aprire il terzo
occhio e farla diventare una visionaria che alla prima occhiata dica: sì, in
questo caso vale la pena avere pazienza. oppure: be’, qui ce ne fottiamo.
desidero un paio di ali, perché dovrò compiere due
grandissimi balzi e solo con le braccia e le gambe potrei non farcela. le ali,
mi servono due belle ali leggere e nuove per fare questi due voli lontani…
desidero mangiare più sano e più verde, più verde e più
sano, che già a metà frase, scrivendo, sento la difficoltà della realizzazione
di questo proposito. a proposito, la carbonara con la pasta verde sempre verde
è, no?
desidero che le persone che amo abbiano tutte le cose a
posto, belle pulite e ordinate, senza gente che urla e senza lacrime, che
s’incastri loro tutto bene e soprattutto senza forzature e dolori. il rosa,
auguro a tutti loro di diventare un po’ rosa dentro, per riuscire a riconoscere
il rosa che c’è fuori.
desidero tanti libri nuovi da leggere, oltre quelli
vecchi che ancora non ho letto, e soprattutto il tempo per leggerli. senza fretta, senza il sonno delle
nove di sera, senza tv. solo io e i libri.
desidero incontrare gli alieni e dire loro che mi
piacciono molto di più degli umanoidi, ma loro secondo me mi vedono e già lo
sanno. (capito, alieni?)
desidero stare il più possibile in mezzo alla natura ed
il meno possibile in mezzo alla città e andare più a piedi che in macchina. ho
voglia di cose semplici, profumate, che suonino dolci, che sappiano incantare
come la prima volta, che siano tutti inizi meravigliosi e restino tali, che
siano affettuose e amabili e che abbiano tutte un ripieno dal sapore
dell’amore.
desidero una wendy che mi legga le favole la sera ed un
peter pan che m’insegni a volare.
bi
"tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d'ombra e di luce."
lev tolstoj, anna karenina
lev tolstoj, anna karenina
lunedì 31 dicembre 2012
i peggio regali
basta il pensiero, sì, purché sia un pensiero bello e
pensato bene.
non uno qualunque, impersonale rispetto a chi lo fa o a chi lo riceve, opaco e insipido, senza colore né anima, senza nome e cognome, senza amore proprio.
avete ricevuto almeno uno dei peggio regali?
tipo una presina in feltro con la faccia di babbo natale che ride.
è rossa e bianca, dunque apparentemente ben abbinabile, ma di una bruttura quasi unica.
neanche utile, perché per essere natalizia è di feltro e le dita te le scotti, eccome.
tipo un panettone, una bottiglia e un pacco di caffè.
tipico regalo che si scambiano gli adulti attempati che hanno superato i sessanta.
il panettone è quello scontato all’entrata del supermercato a destra, con i canditi giallo paglierino e rosa sbiadito, che sanno di caramelle mou e poco di canditi.
la bottiglia è frizzante e sta sotto i due euro, c’è scritto brut e tutti credono che sia per dire secco, invece è brut-tissima.
il pacco di caffè è una roba d’altri tempi, che nel dopo guerra i nostri nonni regalavano ai vicini di casa in cambio di un po’ di pane appena sfornato dal forno di casa loro.
una specie di baratto che aveva senso allora, non certo oggi.
tipo anche un messaggio uguale parola per parola e inviato a catena a tutti gli amici, senza un minimo di riferimento a noi che lo riceviamo, senza il nostro nome, senza sentimento, senza pensiero, senza l’essenziale.
il vero orrore.
poi i peggio regali sono pure quelli che uno fa a se stesso.
tipo attaccarti ad un uomo che non ti ama.
che ti violenta ogni giorno con il suo silenzio, che ti ignora senza sguardo e che ti vuole solo convincere ad andar via.
affinché sia tu ad andartene, credendoti coraggiosa e forte.
non lui a cacciarti, solo perché è un vigliacco.
invece ti ha già cacciato, mentre tu ti ostini a restare.
senza dignità, senza rispetto, senza amore per te stessa.
tipo un paio di ciabatte con il tacco e il pon-pon di piume al centro.
bianche o, peggio, color cipria.
da quando in qua le ciabatte con i tacchi sanno di buon gusto e di beltà e di intimità da casa-dolce-casa?
da mai e mai lo sapranno.
tipo quelle costosissime creme della profumeria che sono di marca e non valgono un cavolo, che sono piene di zozzerie e alcune sono pure cancerogene, ma non lo sai perché non sai che dovresti quantomeno leggerti l’inci, piene di petroli e di siliconi invisibili e pericolosi.
tipo quelle maglie di lana che ti dicono al negozio “questa di lana è bellissima e caldissima” e vai a leggerti l’etichetta e c’è scritto che di lana ce n’è tipo il venti percento, se ti dice culo, e il resto sono acrilici e fibre sintetiche di questo genere.
e la maglia è di marca e costa più di cento euro.
tipo la febbre quando non lavori e vuoi partire e non vedi l’ora ché i tuoi amici di sempre t’aspettano che hanno fatto la spesa per il cenone di capodanno tutti insieme con un menù gustoserrimo e una tovaglia di carta spessa rosso fuoco e i calici intonati con il centrotavola fatto a mano e la musica alta mentre si mangia e pure dopo e il brindisi tutti insieme in piazza a strillare e dire vaffanculo all’anno vecchio e a chi lancia i petardi dalla loggia che ti baci felice e ti stringi felice e sei felice e vai a letto felice.
i peggio regali esistono e si riproducono rapidi come conigli, ma conigli non sono.
sono regali brutti, regali di merda, che sarebbe bello per il mondo che non venissero fatti né a sé, né agli altri.
il mio augurio per l’anno nuovo è di non fare e non ricevere regali così, che nessuno ne ha bisogno.
regaliamoci pensieri che siano ben pensati e pure una vertigine che ci porti danzando nell’immensità.
aug, bi
[immagine tratta da internet]
non uno qualunque, impersonale rispetto a chi lo fa o a chi lo riceve, opaco e insipido, senza colore né anima, senza nome e cognome, senza amore proprio.
avete ricevuto almeno uno dei peggio regali?
tipo una presina in feltro con la faccia di babbo natale che ride.
è rossa e bianca, dunque apparentemente ben abbinabile, ma di una bruttura quasi unica.
neanche utile, perché per essere natalizia è di feltro e le dita te le scotti, eccome.
tipo un panettone, una bottiglia e un pacco di caffè.
tipico regalo che si scambiano gli adulti attempati che hanno superato i sessanta.
il panettone è quello scontato all’entrata del supermercato a destra, con i canditi giallo paglierino e rosa sbiadito, che sanno di caramelle mou e poco di canditi.
la bottiglia è frizzante e sta sotto i due euro, c’è scritto brut e tutti credono che sia per dire secco, invece è brut-tissima.
il pacco di caffè è una roba d’altri tempi, che nel dopo guerra i nostri nonni regalavano ai vicini di casa in cambio di un po’ di pane appena sfornato dal forno di casa loro.
una specie di baratto che aveva senso allora, non certo oggi.
tipo anche un messaggio uguale parola per parola e inviato a catena a tutti gli amici, senza un minimo di riferimento a noi che lo riceviamo, senza il nostro nome, senza sentimento, senza pensiero, senza l’essenziale.
il vero orrore.
poi i peggio regali sono pure quelli che uno fa a se stesso.
tipo attaccarti ad un uomo che non ti ama.
che ti violenta ogni giorno con il suo silenzio, che ti ignora senza sguardo e che ti vuole solo convincere ad andar via.
affinché sia tu ad andartene, credendoti coraggiosa e forte.
non lui a cacciarti, solo perché è un vigliacco.
invece ti ha già cacciato, mentre tu ti ostini a restare.
senza dignità, senza rispetto, senza amore per te stessa.
tipo un paio di ciabatte con il tacco e il pon-pon di piume al centro.
bianche o, peggio, color cipria.
da quando in qua le ciabatte con i tacchi sanno di buon gusto e di beltà e di intimità da casa-dolce-casa?
da mai e mai lo sapranno.
tipo quelle costosissime creme della profumeria che sono di marca e non valgono un cavolo, che sono piene di zozzerie e alcune sono pure cancerogene, ma non lo sai perché non sai che dovresti quantomeno leggerti l’inci, piene di petroli e di siliconi invisibili e pericolosi.
tipo quelle maglie di lana che ti dicono al negozio “questa di lana è bellissima e caldissima” e vai a leggerti l’etichetta e c’è scritto che di lana ce n’è tipo il venti percento, se ti dice culo, e il resto sono acrilici e fibre sintetiche di questo genere.
e la maglia è di marca e costa più di cento euro.
tipo la febbre quando non lavori e vuoi partire e non vedi l’ora ché i tuoi amici di sempre t’aspettano che hanno fatto la spesa per il cenone di capodanno tutti insieme con un menù gustoserrimo e una tovaglia di carta spessa rosso fuoco e i calici intonati con il centrotavola fatto a mano e la musica alta mentre si mangia e pure dopo e il brindisi tutti insieme in piazza a strillare e dire vaffanculo all’anno vecchio e a chi lancia i petardi dalla loggia che ti baci felice e ti stringi felice e sei felice e vai a letto felice.
i peggio regali esistono e si riproducono rapidi come conigli, ma conigli non sono.
sono regali brutti, regali di merda, che sarebbe bello per il mondo che non venissero fatti né a sé, né agli altri.
il mio augurio per l’anno nuovo è di non fare e non ricevere regali così, che nessuno ne ha bisogno.
regaliamoci pensieri che siano ben pensati e pure una vertigine che ci porti danzando nell’immensità.
aug, bi
[immagine tratta da internet]
lunedì 24 dicembre 2012
io regalo cuori
ho incartato tutto con fogli bianchi opachi e lucidi e tanti cuori rossi.
i regali se ne stanno zitti zitti sotto l’albero, vestiti con pezzetti del cuore mio, illuminati da lucine colorate e sparsi sul pavimento freddo.
sono pronti ad incamminarsi per conto proprio, perché sono regali emancipati: ognuno sa dove deve andare e da chi e quando e come.
sono tutti pensati per ciascuno e molto desiderati, perché io per prima voglio che partano presto e raggiungano la persona a cui sono destinati.
il regalo di m. è già andato: eravamo a cena io e lei, una candela a scaldarci i visi un po’ stanchi. il suo l’ho pensato come un regalo che la accompagni e la protegga, come un velo di luce azzurrina e grigetta, leggera e liscia. un regalo che la avvolga e le abbracci le gambe.
il regalo di g. anche: è sotto il suo albero, con una lettera d’amore. lo aprirà ed io sarò lì a prescindere, sotto una forma chiara e ariosa, che è pure sostanza rossa e calda. ci accompagnerà, sempre.
vicino al suo, ce n’è uno per e., accogliente e color carota, nulla che possa competere con la sua bellezza delicata e ancora un po’ acerba, semmai la esalterà. l’altro, squadrato e costretto dentro altri cuori, è di m. e sono certa che le piacerà da matti.
il suo regalo r. l’ha aperto ieri: i suoi occhi cercavano di capire e le sue mani fremevano, che a metà della canzone l’ha spalancato e mi è saltata addosso. è un regalo da condividere una sera di marzo, quello. una sera delle nostre, un altro pezzetto di viaggio.
due piccoli pensieri per j. e g., i miei dolcetti con lo zucchero a velo, sono sotto il loro albero, pieno di piume e di altri regali generosi e zeppi d’amore. d’altronde, loro sono una famiglia meravigliosa.
c’è ancora una fetta di regalo della mia piccola grande a.: lei pensa di aver aperto tutto quanto, invece questa sera avrà un bel da fare e borbotterà qualcosa delle sue e tutti rideremo di fronte alla nostra splendida tavola imbandita.
quello di m. l’ha scelto lei, contenta e felice. gliel’ho incartato stretto stretto e questa sera lo scarterà lo stesso, che ama tanto staccare lo scotch senza rompere la carta. e leggerà il biglietto, che per lei è la parte principale. anche p. ne scarterà uno e dirà, come sempre, che non ce n’era bisogno. e gli lacrimeranno gli occhi verdi quando leggerà il biglietto, prima di strappare la carta coi cuori.
ce n’è uno anche per a., non perché io ne voglia un altro indietro, ma solo perché a lei desidero dare una cosa. che la porti con sé, che le dia un’indicazione, che la guidi quando si perde un attimo e che le ricordi che ha acquisito una nuova amica, che le vuole un gran bene.
anche d. ne avrà uno, morbido e terreno, che le ricordi che lontano, eppure vicino vicino, c’è la sua amica che le prende una mano e gliene dà una sua da stringere.
quello di b. è piccolo e riluce di bellezza come lei, è un po’ piccolo e un po’ no e può averlo sempre con lei.
ce ne sono due uguali e di colore diverso per g. e l., così potranno indossarli nel freddo delle nostre montagne magiche.
altri due per a. e f., tondi, utili, raffinati e luccicanti, sì, proprio come loro.
c'è pure qualcos'altro e ci sono altre cose che vorrei donare, cose che basta il pensiero concepito con parole dette con il cuore, che si incarteranno da sole e arriveranno fino agli altri.
cose che ricordino che i regali sono un bellezza da donare e da ricevere, che le parole vanno scelte belle per tutti, pure per se stessi, che non serve la ricorrenza per farli ma anche sì, che sotto l’albero di natale le radici ci sono ma non si vedono, che un pensiero a chi è meno felice va fatto doppio e non va detto, che la stella cometa esiste, che babbo natale ci guarderà dalla finestra e guarderà anche chi lo snobba, che l’immondizia a natale è doppia, il traffico pure, che i soldi non contano e non valgono quello che credono, che se quello che ho scritto pare un luogo comune in realtà non lo è.
è un luogo, quello sì, e se ne sta tutto bello al caldo, sotto l’albero e in mezzo ai cuori.
buon natale dentro, che fuori poco importa.
bi
giovedì 20 dicembre 2012
un punto di vista è più grande di un punto
poco prima di alzarmi, conto le ore dormite e ripercorro
quei luoghi lontani e offuscati, in cui un pezzo essenziale di me è stato di
notte. sa tutto di crema al limone ed è vestito di zucchero a velo. il caldo
ancora mi stringe a sé e vorrebbe continuare, se solo io restassi, se solo io
non l’abbandonassi.
poco prima di scegliere una canzone, ripenso a quella volta in cui vagavo spenta in centro. tutto faceva chiasso, mentre io mi sentivo morire dentro. avevo perso la mia crema al limone. mi ritrovai ad ascoltare musica in un negozio enorme e pieno di luci bianche, con due grosse cuffie nere che non mi coprivano solo le orecchie, ma anche una parte di mente e uno spicchio di cuore. ascoltavo quella voce angelica cantarmi nelle tube, cantare solo per me. intorno era pieno di corpi, eppure io ero sola.
poco prima di mangiare, guardo mio padre e mi ricordo i miei pensieri di allora, solo miei. mangiavo solo le cose che mangiava anche lui, dicevo le cose che diceva lui, mi arrabbiavo come si arrabbiava lui, suonavo la sua chitarra stonando solo perché l’animava lui. poi un giorno ho smesso. ho capito chi fossi e ho tirato fuori con coraggio la disobbedienza e la contestazione. eppure non ho mai abbracciato nessuno come ho abbracciato lui.
poco prima di svenire, mi alleggerisco. sento sparire il confine tra me e la mia materia e sento di compiere un passo in avanti. non indietro, in avanti. gli occhi si sfibrano e le immagini noiose e regolari sbiadiscono in un liquido puntinato e grigiastro, dai contorni un po’ viola e un po’ no. le orecchie anche. si sfumano in echi sempre più lontani e quello che fino ad allora era di qua in quel momento se ne va al di là. mi siedo o mi sdraio, così non sbatto. tanto io lo so com’è, poi torno. vado un attimo al di là, poi ritorno. ritorno sempre.
poco prima di fine anno, penso sempre che l’anno sia appena iniziato. il mio inizia a settembre, non a gennaio. a gennaio non ho le forze, a gennaio sto al chiuso e sotto le coperte. quello che tutti chiudono in questi giorni, che sarà poi non so più cosa, io lo chiudo ad agosto, prima di andare in vacanza. poi a settembre sento la forza dell’inizio, di quando guardo un foglio bianco e la testa è già piena di parole. è l’attimo prima in cui non me ne viene in mano neanche una per iniziare. poi nasce un fiume.
poco prima di ricomporre i pezzi, mi chiedo se la cosa vada riparata o lasciata a se stessa. i pezzi sono nuova vita, no? un vaso rotto non torna mai più vaso, ci sarà sempre una fetta di spazio tra una scheggia e l’altra, in cui la materia è tornata ad essere aria. i pezzi sanno di vita nuova e per me non occorre ricomporli. basta dare loro un nuovo nome e si sentiranno appena nati, non appena morti.
poco prima di spegnere la luce, penso alla paura del buio. alle volte la sera, quando proprio non ne potevo più, scappavo al piano di sopra per andare in bagno. tutti restavano nel salone, mentre io in solitudine uscivo, accendevo la luce e correvo svelta su per le scale, facendone due per volta. uscita dal bagno, un giorno trovai la luce spenta. richiusi la porta, mentre il cuore si stava per staccare dal resto di me. non mi sono mai fidata del buio, perché non mi ci sono mai sentita sola.
poco prima di coricarmi, mi stendo una crema profumata sulle mani. non è la crema che sa di limone, questa che dico sa di mandorle e non si mangia, semmai si annusa. lascio cadere la testa sul cuscino, una mano sotto, l’altra che mi sfiora il naso. la mia vita è fatta di odori e di profumi e di memorie che profumano di ieri e di aria che è prima un fuori e poi un dentro. il mio è un naso che sa odorare e lo fa con amore e dedizione. ama quello che fa, ama respirare il mondo fuori e portarselo giù, in fondo.
poco prima di addormentarmi, prego. lo facevo con mia madre, dentro al suo letto. ci raccoglievamo sotto le coperte, noi due da sole, e io ripetevo quelle nenie dopo di lei. frase per frase, fino ad impararle, ché non sapevo ancora leggere. sembravano poesie, sembravano un dono dalla sua alla mia bocca. una musica solo nostra, in cui il resto del mondo era solo pensato e non era lì dentro. restava fuori. le mie piccole mani tra le sue, il suo profumo, sentito in altre vite, si attorcigliava come una corda lenta e dolce tra noi due. le mie idee di oggi si costruirono lì, in quei momenti segreti. i punti di vista da cui oggi costruisco ciò che mi circonda partirono da lì, da quegli attimi sbriciolati nelle mie sere con lei. un punto di vista non può essere soltanto un punto. un punto di vista è più grande di un punto. è un punto che racchiude un infinito.
[immagine di ari-zuka, tratta da "pop surrealist"]
"è così che muoiono le infanzie, quando i ritorni non sono più possibili perché i ponti tagliati inclinano verso l’instancabile acqua le travi sconnesse nello spazio estraneo. non c’è allora altro rimedio che quello del serpente: abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, lasciarla a terra, tra i cespugli, e passare all’età successiva. la vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere".
josé saramago, “di questo mondo e degli altri”
poco prima di scegliere una canzone, ripenso a quella volta in cui vagavo spenta in centro. tutto faceva chiasso, mentre io mi sentivo morire dentro. avevo perso la mia crema al limone. mi ritrovai ad ascoltare musica in un negozio enorme e pieno di luci bianche, con due grosse cuffie nere che non mi coprivano solo le orecchie, ma anche una parte di mente e uno spicchio di cuore. ascoltavo quella voce angelica cantarmi nelle tube, cantare solo per me. intorno era pieno di corpi, eppure io ero sola.
poco prima di mangiare, guardo mio padre e mi ricordo i miei pensieri di allora, solo miei. mangiavo solo le cose che mangiava anche lui, dicevo le cose che diceva lui, mi arrabbiavo come si arrabbiava lui, suonavo la sua chitarra stonando solo perché l’animava lui. poi un giorno ho smesso. ho capito chi fossi e ho tirato fuori con coraggio la disobbedienza e la contestazione. eppure non ho mai abbracciato nessuno come ho abbracciato lui.
poco prima di svenire, mi alleggerisco. sento sparire il confine tra me e la mia materia e sento di compiere un passo in avanti. non indietro, in avanti. gli occhi si sfibrano e le immagini noiose e regolari sbiadiscono in un liquido puntinato e grigiastro, dai contorni un po’ viola e un po’ no. le orecchie anche. si sfumano in echi sempre più lontani e quello che fino ad allora era di qua in quel momento se ne va al di là. mi siedo o mi sdraio, così non sbatto. tanto io lo so com’è, poi torno. vado un attimo al di là, poi ritorno. ritorno sempre.
poco prima di fine anno, penso sempre che l’anno sia appena iniziato. il mio inizia a settembre, non a gennaio. a gennaio non ho le forze, a gennaio sto al chiuso e sotto le coperte. quello che tutti chiudono in questi giorni, che sarà poi non so più cosa, io lo chiudo ad agosto, prima di andare in vacanza. poi a settembre sento la forza dell’inizio, di quando guardo un foglio bianco e la testa è già piena di parole. è l’attimo prima in cui non me ne viene in mano neanche una per iniziare. poi nasce un fiume.
poco prima di ricomporre i pezzi, mi chiedo se la cosa vada riparata o lasciata a se stessa. i pezzi sono nuova vita, no? un vaso rotto non torna mai più vaso, ci sarà sempre una fetta di spazio tra una scheggia e l’altra, in cui la materia è tornata ad essere aria. i pezzi sanno di vita nuova e per me non occorre ricomporli. basta dare loro un nuovo nome e si sentiranno appena nati, non appena morti.
poco prima di spegnere la luce, penso alla paura del buio. alle volte la sera, quando proprio non ne potevo più, scappavo al piano di sopra per andare in bagno. tutti restavano nel salone, mentre io in solitudine uscivo, accendevo la luce e correvo svelta su per le scale, facendone due per volta. uscita dal bagno, un giorno trovai la luce spenta. richiusi la porta, mentre il cuore si stava per staccare dal resto di me. non mi sono mai fidata del buio, perché non mi ci sono mai sentita sola.
poco prima di coricarmi, mi stendo una crema profumata sulle mani. non è la crema che sa di limone, questa che dico sa di mandorle e non si mangia, semmai si annusa. lascio cadere la testa sul cuscino, una mano sotto, l’altra che mi sfiora il naso. la mia vita è fatta di odori e di profumi e di memorie che profumano di ieri e di aria che è prima un fuori e poi un dentro. il mio è un naso che sa odorare e lo fa con amore e dedizione. ama quello che fa, ama respirare il mondo fuori e portarselo giù, in fondo.
poco prima di addormentarmi, prego. lo facevo con mia madre, dentro al suo letto. ci raccoglievamo sotto le coperte, noi due da sole, e io ripetevo quelle nenie dopo di lei. frase per frase, fino ad impararle, ché non sapevo ancora leggere. sembravano poesie, sembravano un dono dalla sua alla mia bocca. una musica solo nostra, in cui il resto del mondo era solo pensato e non era lì dentro. restava fuori. le mie piccole mani tra le sue, il suo profumo, sentito in altre vite, si attorcigliava come una corda lenta e dolce tra noi due. le mie idee di oggi si costruirono lì, in quei momenti segreti. i punti di vista da cui oggi costruisco ciò che mi circonda partirono da lì, da quegli attimi sbriciolati nelle mie sere con lei. un punto di vista non può essere soltanto un punto. un punto di vista è più grande di un punto. è un punto che racchiude un infinito.
bi
[immagine di ari-zuka, tratta da "pop surrealist"]
"è così che muoiono le infanzie, quando i ritorni non sono più possibili perché i ponti tagliati inclinano verso l’instancabile acqua le travi sconnesse nello spazio estraneo. non c’è allora altro rimedio che quello del serpente: abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, lasciarla a terra, tra i cespugli, e passare all’età successiva. la vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere".
josé saramago, “di questo mondo e degli altri”
venerdì 14 dicembre 2012
come si fa una magia?
- come si fa una magia?
[creazione di os gemeos]
- l’ho cercata tante volte, ma non l’ho mai vista.
- io una volta ho visto un mio amico muovere le orecchie.
- come faceva?
- mi guardava fisso negli occhi e le sue pupille
sembravano entrare nelle mie. ad un certo punto le sue orecchie hanno
cominciato a spingere verso la testa, indietro, forte! si muovevano da sole.
sembrava che ballassero, hai presente? si muovevano, mentre lui mi fissava. ho
pensato fosse una magia.
- mi sa di sì allora…
- un’altra volta una mia amica ha tirato fuori la lingua
e l’ha fatta arrivare fin sopra al naso. così, ma la mia non ci arriva, la
vedi?
- nemmeno la mia…
- lei ce la faceva arrivare, su, su in alto fino al naso…
fino sopra alla punta, capito? una cosa incredibile, ma io l’ho vista! è tutto
vero, da crederci forte. io ho provato tante, tantissime volte a farci
arrivare la mia. la mia no, la mia si ferma appena sopra al labbro.
- quindi dev’essere un’altra magia...
- sì e un’altra volta un’altra mia amica ha toccato per
terra con il naso, per terra sul pavimento in palestra.
- e come ci è riuscita?
- eravamo seduti per terra, le gambe divaricate. abbiamo
tutti tirato le braccia in avanti e siamo scesi con tutto il corpo giù, fin
dove potevamo arrivare. lei è arrivata a baciare il pavimento!
- magica!
- sì, magicissima. io ci ho provato e riprovato, mi allenavo
come una pazza! niente. mi sono sciolta sempre di più, ma per terra non ci sono
mai arrivata.
- magnifica!
- un’altra volta ancora dovevamo saltare contro il muro,
verso l’alto. ma in alto, proprio altissimo, dico. io mi sono sforzata
tantissimo e non sono mai riuscita a toccare il nastro rosso sui due metri e
trenta. mai! mi arrabbiavo, dicevo che no, non era possibile non arrivarci. è
una questione di agilità ed elevazione, mi diceva l'allenatore. secondo lui io ne avevo poca, capito? lui no, lui era magico. partiva
con una lieve rincorsa, puntava i piedi, dandosi un colpo con le braccia e via!
lanciava quelle ali verso il cielo, il corpo lo seguiva e lo incoraggiava, lo
sosteneva e lui volava, volava fino premere con tutta la mano destra aperta e
schiacciata sul muro a toccare i due metri e settanta…
- settanta?
- settanta.
- una magia…
- comunque queste sono tutte magie che si vedono, poi ci
sono quelle invisibili. te ne sei mai accorto?
- non lo so, ci dovrei pensare…
- io un po’ ci ho pensato e ci sono anche le magie
nascoste. quelle che non si fanno con il corpo che salta o che bacia per terra.
sono diverse, invisibili.
- e come le vedi?
- te ne accorgi.
- e di cosa mi accorgo?
- dei brividi, per esempio. dei brividi che senti quando
una musica ti sfiora e ti attraversa e ti spalanca dentro, quando una mano ti
sfiora e ti disegna dei cerchi sulla pelle e la pelle arrossisce, quando la
temperatura del corpo zampilla e un’emozione sussulta, quando il suono del cuore
pulsa di sentimento e traballa, quando un abbraccio ti stringe e il tempo non
esiste più, quando ami ed è per sempre e a prescindere, quando sogni e non
tocchi con i piedi dove cammini, quando sei lì che ti vedi che dormi, quando
piangi e ti bevi un po’ di te, quando stai su una sedia che ha quattro gambe e
invece stai su due, quando succedono cose che cose non sono eppure non sai come
chiamarle se non cose.
- quando ti guardi
il dito e vedi un al di là.
- sì, proprio così.
bi
[creazione di os gemeos]
mercoledì 12 dicembre 2012
la ragazza che legge
suo nonno ne aveva
una nello studio.
si faceva una rampa di scalini stretti e alti, molto faticosi da salire senza corrimano, che infatti c’era: era in legno chiaro, liscio al tatto e ruvido alla vista.
appena finita la scala, si arrivava in un minuscolo pianerottolo, con uno specchio in ottone gentile e ampio proprio di fronte.
vi si specchiava facilmente, nonostante fosse ancora molto piccola.
accanto allo specchio, sulla destra, c’erano due quadri.
in uno era raffigurata in tutta la sua dolcezza una bambina dal viso roseo e un po’ malinconico, con lunghi capelli dorati ed una fascia chiara a tenerli ordinati, tra pensieri eleganti ma poco leggeri. portava una candela accesa in mano.
lei la guardava con ammirazione, eppure, tra le due, sceglieva l’altra.
non quella con la candela, ma quella con il libro.
l’altra se ne stava infatti là seduta in quella poltrona, immersa in una pace sommessa e silenziosa, ingoiata in un mondo parallelo fatto di idee e di fantasia.
la vedeva così bella, così elegante.
deve piacersi molto, pensava tra sé, e deve stare proprio bene lì seduta, in una stanza tutta sua.
arrivava in quel pianerottolo affannata per le scale fatte di corsa e trovava il suo viso riflesso nello specchio di ottone.
non si vedeva certo così raffinata come la ragazza nel quadro, ecco perché si immedesimava proprio in lei.
aveva quei capelli raccolti in un nastro garbato, una postura eretta ma comoda, che gli adulti non avrebbero mai ripreso.
- alza le spalle e rizza le schiena!
le diceva invece suo nonno.
quel grande cuscino alle spalle la accoglieva e coccolava, si vedeva, e lei ne voleva uno uguale a quello, non uno piccolo come il suo.
uno così, uguale.
quella che si fermava ad ammirare senza parole era una riproduzione, è chiaro, non un quadro di valore, ma per lei era l'unica copia sulla terra ed era di suo nonno.
lui era un tipo burbero e nient'affatto simpatico, con quel ché di autoritario e spocchioso che poteva far credere che il quadro fosse un originale.
un giorno la sgridò moltissimo.
era andata a fare un pic-nic con un’amica in cima alla salita, dove finiva la strada asfaltata e cominciava il verde.
- non lo so chi saremo, io vado con elisabetta e il suo cane.
e si erano divertite moltissimo, lei, elisabetta e il suo cane bianco e nero.
era tornata con i calzoncini sporchi e bucati e i piedi un po’ neri, ma rideva ed era contenta, perché aveva corso con il cane e giocato con elisabetta.
- dove siete state fino a quest’ora tarda? siete piccole, avete solo sei anni, lo capisci? cosa dico io a tuo padre se ti dovesse succedere qualcosa, eh?
ma lei non capiva.
cosa sarebbe potuto succedere, con il cane che le controllava a vista, i panini all’olio con il salame e la frittata fatti da sua nonna, elisabetta che era più alta di lei e sembrava pure più grande e il paese che era piccolo, non era una città piena di traffico.
lei si rattristava, senza comprendere.
e tornava lì dal quadro e pensava che le vacanze fossero un momento bellissimo, senza libri e compiti da fare, ma anche che le mancasse molto l’abbraccio caldo di sua mamma e lo sguardo dolce e verde di suo padre.
la ragazza con il libro era bella, molto bella.
così rosa, sottile, educata, quieta.
era certa che lei un giorno sarebbe diventata bella come lei.
e con un incantevole libro tra le dita.
bi
si faceva una rampa di scalini stretti e alti, molto faticosi da salire senza corrimano, che infatti c’era: era in legno chiaro, liscio al tatto e ruvido alla vista.
appena finita la scala, si arrivava in un minuscolo pianerottolo, con uno specchio in ottone gentile e ampio proprio di fronte.
vi si specchiava facilmente, nonostante fosse ancora molto piccola.
accanto allo specchio, sulla destra, c’erano due quadri.
in uno era raffigurata in tutta la sua dolcezza una bambina dal viso roseo e un po’ malinconico, con lunghi capelli dorati ed una fascia chiara a tenerli ordinati, tra pensieri eleganti ma poco leggeri. portava una candela accesa in mano.
lei la guardava con ammirazione, eppure, tra le due, sceglieva l’altra.
non quella con la candela, ma quella con il libro.
l’altra se ne stava infatti là seduta in quella poltrona, immersa in una pace sommessa e silenziosa, ingoiata in un mondo parallelo fatto di idee e di fantasia.
la vedeva così bella, così elegante.
deve piacersi molto, pensava tra sé, e deve stare proprio bene lì seduta, in una stanza tutta sua.
arrivava in quel pianerottolo affannata per le scale fatte di corsa e trovava il suo viso riflesso nello specchio di ottone.
non si vedeva certo così raffinata come la ragazza nel quadro, ecco perché si immedesimava proprio in lei.
aveva quei capelli raccolti in un nastro garbato, una postura eretta ma comoda, che gli adulti non avrebbero mai ripreso.
- alza le spalle e rizza le schiena!
le diceva invece suo nonno.
quel grande cuscino alle spalle la accoglieva e coccolava, si vedeva, e lei ne voleva uno uguale a quello, non uno piccolo come il suo.
uno così, uguale.
quella che si fermava ad ammirare senza parole era una riproduzione, è chiaro, non un quadro di valore, ma per lei era l'unica copia sulla terra ed era di suo nonno.
lui era un tipo burbero e nient'affatto simpatico, con quel ché di autoritario e spocchioso che poteva far credere che il quadro fosse un originale.
un giorno la sgridò moltissimo.
era andata a fare un pic-nic con un’amica in cima alla salita, dove finiva la strada asfaltata e cominciava il verde.
- non lo so chi saremo, io vado con elisabetta e il suo cane.
e si erano divertite moltissimo, lei, elisabetta e il suo cane bianco e nero.
era tornata con i calzoncini sporchi e bucati e i piedi un po’ neri, ma rideva ed era contenta, perché aveva corso con il cane e giocato con elisabetta.
- dove siete state fino a quest’ora tarda? siete piccole, avete solo sei anni, lo capisci? cosa dico io a tuo padre se ti dovesse succedere qualcosa, eh?
ma lei non capiva.
cosa sarebbe potuto succedere, con il cane che le controllava a vista, i panini all’olio con il salame e la frittata fatti da sua nonna, elisabetta che era più alta di lei e sembrava pure più grande e il paese che era piccolo, non era una città piena di traffico.
lei si rattristava, senza comprendere.
e tornava lì dal quadro e pensava che le vacanze fossero un momento bellissimo, senza libri e compiti da fare, ma anche che le mancasse molto l’abbraccio caldo di sua mamma e lo sguardo dolce e verde di suo padre.
la ragazza con il libro era bella, molto bella.
così rosa, sottile, educata, quieta.
era certa che lei un giorno sarebbe diventata bella come lei.
e con un incantevole libro tra le dita.
bi
["the
reader" di jean honoré fragonard]
martedì 11 dicembre 2012
il natale è dei piccoli
il natale è dei piccoli.
noi adulti siamo solo capaci a creare traffico nei supermercati, a spallarci l'un l'altro nei rumorosissimi centri commerciali, a lamentarci del fatto che i regali siano un obbligo noioso, a spremerci la testa per farne uscire idee regalo che costino poco ma che facciano molto, a dire che quest’anno no, i regali per principio non li facciamo e robe pallosissime così.
i piccoli no.
loro ci insegnano che natale è stupore e incanto.
lo stupore e l’incanto di scrivere una letterina lunga un chilometro con su scritto cose dolcissime, tipo:
“caro babbino, quest’anno sono stata buonissima, quindi vorrei: barbie ironica e intelligente, la casa di barbie ironica e intelligente, le costruzioni della lego grandezza naturale per costruirci lo studio che papà desidera tanto avere a casa nostra, il cicciobello pelato che fa la pipì finta, il cicciobello nero e riccio che insegni all’altro come si fa la pipì nel vasino, il vasino di cicciobello e basta. ti prego, babbino, rispetta quest’ordine qua che ti ho scritto, così se magari ti finiscono i soldi prima di comprare i regali miei - ché c’è pure quella di mia sorella, anzi sì quella leggila prima della mia che è più importante per favore - allora rinuncio ai cicciobelli e al vasino. ti aspettiamo con ansia! ciao e grazie di tutti i regali che riuscirai a regalarci”.
lo stupore e l’incanto di dire:
“no, io non ho paura di babbo natale. io ho paura della befana, perché
ha il naso curvo e il neo grosso sulla punta del naso”.
“e chi te lo ha detto che ha un neo grande al naso?”“ma come chi me l’ha detto, mamma! l’ho vista io! c'è anche un pelo sopra.”
lo stupore e l’incanto di contare i giorni così: meno quindici, meno
quattordici, meno tredici, meno dodici, meno undici, meno dieci, meno nove,
meno otto, meno sette, meno sei, meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due
e… ecco il ventiquattro!
lo stupore e l’incanto di chiedere:
“chi verrà a cena la sera che si mangia il panettone e il torrone che
stanno sotto l’albero? e poi il giorno vero di natale è vero che nevica sempre? e allora andiamo in montagna così giochiamo con le palle di neve e ci possiamo mettere
la tuta pesante con il copriorecchie?”
lo stupore e l’incanto di far finta di addobbare l’albero di natale, che
tanto poi le mamme ci ripassano e risistemano tutte la palline e i nastri.
perché per loro c’è un ordine per fare l’albero, ma per i piccoli no: è
un caos divertente l’albero, non è un mobile da mostrare a chi viene a casa.ma questo i grandi non lo capiscono, cioè l’hanno dimenticato.
lo stupore e l’incanto di cercare di restare svegli il ventiquattro sera, dopo il cenone e le robe varie con i grandi, per provare ad incontrare lui: babbo!
se ne stanno nel letto e si dicono:
“non dormo, non dormo, non dormo, non dormo, non dormo, non dormo, non
dormo, non dormo…”
e se lo dicono tante volte, perché vogliono vedere com’è fatto, se è
uguale a quello che loro disegnano o se è più bello e più secco, se le renne
puzzano e come mai non fanno mai la cacca quando babbo entra dentro casa con
loro per scaricare i regali.
poi puntualmente s’addormentano prima che lui arrivi.lo stupore e l’incanto di pensare che comunque, almeno un giorno all’anno, qualcuno s’impegnerà ad essere veramente più buono, come raccontano sul serio nella favola di dickens.
pure loro s’impegnano ad esserlo e ci riescono e sono felici di riuscirci.
lo stupore e l’incanto di dire una preghiera, come vogliono, a chi vogliono, con le parole che vogliono, quando vogliono e quanto vogliono.
lo stupore e l’incanto d’imparare una poesia a memoria da dire la sera a cena, nascondendola sotto al piatto del papà, pure se imparare le poesie a memoria fa schifo, perché a natale è un’altra cosa.
a natale è diverso, dicono loro, i piccoli.
volenti, nolenti, insolenti, natale sta per arrivare e qualcosa di diverso ci sarà di sicuro.
chiediamo ai piccoli: loro ce lo insegneranno.
bi
[la pallina è del mio albero: è una voce fuori dal coro, una palla di natale più mezza che palla.]
lunedì 3 dicembre 2012
nel dubbio io mi vesto ed esco
il destino esiste, eccome.
prendi una donna tutta pronta per uscire: truccata, labbra lustrate, in piedi sicura su due tacchi dodici, sciarpa in pura lana al collo color pastello, cappotto che ormai è dicembre e fa freddo, anelli e cose varie, borsa e chiavi sul tavolo della cucina.
si poggia pochi minuti in equilibrio incerto sul bordo del tavolo e si stende un difficilissimo smalto bordeaux scuro luminoso.
si chiude la porta alle spalle ed esce, sale in macchina e fugge via.
lo smalto fresco, eppure immacolato.
né scheggiato, né rovinato, né scollato e cose così.
resta perfetto.
poi dici che il destino non esiste.
sì, il destino esiste.
un sabato mattina al mercato, gente che corre di qua e di là, piena di buste e di robe ingombranti, banchi che ululano sconti e occasioni che mai nella vita, confusione sopra e sotto i piedi, una mamma che in fretta e furia cerca di fare la spesa e porta con sé la figlia di cinque anni.
se la perde.
la bambina resta immobile sotto al sole cocente nel punto esatto in cui la mamma l’ha lasciata e non si muove per più di mezz’ora.
resta in silenzio.
si mette in ascolto isolando le voci della folla per restare in sintonia soltanto con quella di sua mamma, si guarda intorno attraversando le cose per trovare solo lei, stringe tra le mani a strozzarlo un pezzo di pizza rossa, senza morderlo più.
lei torna.
sua mamma torna e si tuffa su di lei con gli occhi bagnati di lacrime, descrivendo quale grande paura di averla persa per sempre l’abbia colpita in pieno petto, da lasciarla senz’aria.
lei la guarda ancora un po’ così, come un’animella smarrita, e le risponde che no, non doveva preoccuparsi: lei era solo rimasta lì, certa che il destino le avrebbe ricondotte in quel punto preciso, accanto al carrello pieno di spesa.
le ridà la pizza, dicendole che non le va più.
si, sì: il destino esiste.
un giorno ero in macchina.
ho uno stereo vecchissimo, un pezzo da museo degli anni novanta, che se fosse una persona sarebbe un rincoglionito di centodieci anni portati un po’ benino e un po’ no, che si sa che l’apparenza inganna e l’abito non fa il coso.
per alzare o abbassare il volume dovevo sfilarlo, sbatterlo con un colpo secco sul volante, mai due, e riaccenderlo: funzionava, per magia.
ora neanche più quello: ha un volume fisso su ventidue.
posso ascoltarci soltanto la radio e resto sempre su una, perché ormai il display è quasi tutto buio, che se me la perdessi sarei fottuta: mi toccherebbe ascoltare radio maria, che è l’unica che prende anche sotto un traforo.
mettono una canzone bellissima, di quelle che alzerei il volume e mi metterei a cantarla strillando e facendo destra e sinistra con le spalle ben rilassate sullo schienale del sedile, liberando lo sguardo verso il cielo.
così anche un altro giorno, sempre quella, sempre la stessa, sempre più o meno nel primo pomeriggio del venerdì o del sabato, che la mente viaggia più veloce della luce.
e pure un’altra volta, un’altra ancora e un’altra anche…
è il destino, mi dico.
è questo spiffero silenzioso che senti quando ti passa un brivido sulla schiena così intenso da farti contrarre le spalle e ritrarre la spina dorsale.
è la magia dei pezzetti a caso che coincidono e si sincronizzano in quel punto e non in un altro.
che tu ci creda o no, io il destino l’ho visto.
e comunque, nel dubbio, io mi vesto ed esco.
bi
(ah, la canzone è questa...)
[immagine by asuka111 "dear princess", su digital art]
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