giovedì 11 aprile 2013

portami a cantare





- partiamo poco dopo le sei, metti che troviamo traffico.
quando una parla, deve snocciolare le parole con parsimonia e comunque con grande attenzione, ché infatti poi le parole s’avverano in fatti. ci ritroviamo dunque in mezzo ad un fiume grigiastro di macchine inferocite, sotto una pioggia pazzerella di marzo.
il concerto è alle nove, quindi ce n’è di tempo, eccome! ci rassegniamo alla fila, solo dopo aver tentato un’inversione di marcia e una furbata, tagliando per le campagne.
ascoltiamo musica un po’ così e parliamo delle nostre stregonerie e stranezze solite. e intanto ci ritroviamo sul lungotevere, sommerse da altre macchine e sfiorate da motorini impazziti a manca e a destra.
- giro di là per via della conciliazione, no? 
- ma che sei matta? lì andiamo in vaticano! dritta, sempre dritta devi andare. te lo dico io poi, ad un certo punto, di girare a destra.
le rispondo pronta.
sì, perché a natale le avevo fatto un regalo fantastico: due biglietti in primissima fila a sinistra per ascoltare ( con me! e con chi se no?) il nostro amatissimo niccolò fabi. all’auditorium, così era. quindi sempre dritto.
troviamo un parcheggio perfettissimo, che ci guardiamo e diciamo: no, dai, vediamo se ce n’è uno meglio che siamo in anticipo. giriamo che ci rigiriamo, torniamo lì: sì, è perfettissimo proprio.
sono passate da poco le sette e mezzo e ha pure smesso di piovere. ci ritroviamo, certe di non essere viste da anima viva, in un corridoio nascosto dell’auditorium e ci cimentiamo nelle nostre performance solite. tipo che ci sediamo per finta su una panchina di legno e ci facciamo una foto che fa finta di non essere in posa, andiamo nel bagno pieno di marmo bianco e ci guardiamo in fondo agli occhi e lustriamo le labbra, facciamo pipì mentre ci parliamo da un bagno all’altro certe che nessun’altra sia entrata nel frattempo, ci asciughiamo le mani e il ciuffo di capelli sotto il getto d’aria calda e cose così.
ah, pure l’aperitivo, ché tanto è presto. alcolico, sì. con olive e patatine, mentre buttiamo distrattamente lo sguardo in giro.
- ah bi, ma com’è che sono tutti vestiti eleganti? mica verranno tutti a vedere niccolò fabi…
- ma no! questi andranno in uno di quei concerti di musica da camera, ti puoi mettere pure i tacchi dodici per andare a cantare e ad applaudire fabi? figurati…
ebbene, usciamo e ci leggiamo pure il cartellone dei programmi di marzo e aprile. e si fanno le otto e mezza passate pure.
- dai, incamminiamoci dai tizi all’entrata. così entriamo in sala con calma.
e questi ce li ritroviamo subito davanti, dopo aver scavalcato un’altra dozzina di donne sui trampoli e uomini in abito scuro.
- hai visto? c’è pure coso, il giornalista.
- ah, sì! pensa te, si ascolta fabi pure lui. o il concerto classico, mi sa.
i due ci guardano divertiti.
- dove dobbiamo andare per vedere il concerto di niccolò fabi?
gli chiedo, sorridente e felice.
- mica lo fanno qui il concerto di niccolò fabi.
e ha quel ghigno di chi lo vede che fremi per entrare e ti burla e si prende gioco della tua ingenua attesa, quella dei venticinque minuti prima dell’inizio. lo guardo divertita e gli dico una cosa tipo sì, infatti e rido ancora.
- è all’altro auditorium. in via della conciliazione. sbrigatevi, è tardissimo!   
divento sorda per qualche istante. tutto intorno a me gira vorticosamente e m’avvolge e le orecchie mi si tappano che non sento niente e vedo appannato e ro pure la vedo appannata mentre scappiamo furiose mentre lei ride come una pazza.
ero furibonda. con me stessa. che manco un dubbio m’era balenato per la testa. e avevo solo desiderio di dire tantissimi vaffanculo tutti in fila gridando all’aperto sotto le gocce d’acqua che esili avevano ripreso a cadere.
era tardi anzi tardissimo e i semafori poi che te lo dico a fare e lei rideva come una scema e sembrava divertirsi come mai mentre io ero pietrificata dall’ansia sulla bocca dello stomaco salita fino in gola. così mi sentivo. e ad ogni semaforo era una parolaccia, mi mettevo il viso tra le mani e gliele premevo contro, imprecavo ad ogni rosso e ad ogni lento cimelio che ci precedeva nella nostra marcia furibonda verso il vaticano. sì, il vaticano. dove aveva detto lei, ro, quando io le avevo appunto risposto… ma no! e poi eccetera.
alle nove spaccate, manco un minuto in più, eravamo montate su un marciapiede delle mura per lasciarci abbandonata la macchina. incivilmente, lo so. e siamo corse dentro, piene di cuore in gola e fatica manco avessimo trasferito noi tutta la strumentazione per il concerto dall’uno all’altro auditorium.
il concerto ci ha sturbato e ci ha regalato tre ore in un altro mondo meraviglioso. ve ne dono un pezzo, della canzone (molto nostra) gridata con le lacrime in viso in prima fila, sedute sul bordo della sedia, il cui testo è scritto in penna blu sulla busta del regalo di natale della mia anima amata… ro.



bi



[immagine tratta da il design delle idee, luna park]

martedì 9 aprile 2013

i panni stesi fuori





mi piacciono moltissimo i panni stesi fuori.
prendi la casa di quella del primo piano, ad esempio. è sempre piena di voci e la luce della tivù esce fino ad illuminare il balcone. le tende sono color tortora e lei le sposta con leggerezza e pazienza. è mora e sottile e suo marito la aiuta spesso in casa.
è lui che esce fuori a stendere i panni. in genere di sera, con il buio della lavatrice fatta dopo il lavoro. i bambini giocano vicino alla finestra lunga e corrono intorno al tavolo bianco. apre la finestra, facendola scorrere, mentre sorregge una grossa bacinella gialla col solo braccio destro. di fare piano, dice loro mentre la spalanca, che corrono e corrono e paiono instancabili.
i fili su cui stende i panni sono lunghi e attraversano tutto il balcone. così, da destra a sinistra, dall’inizio alla fine. non li mette in ordine, come farebbe mia madre. lei sostiene che abbiano un verso, i panni stesi. una direzione, un posto ben preciso. lui invece li lascia in ordine sparso e li sistema morbidi, rilassati.
ci sono asciugamani dai colori etnici e lenzuola a sacco di un arancio piuttosto acceso. poi una fila di vestitini e canotte e pantaloni e camicie di bimbo. sono dei due figli maschi, ancora piccoli.
il vento li agita un po’ e li fa danzare liberi, dopo che questi hanno lavorato a lungo su quei corpicini sudati. dei figli, dico, che corrono e sudano e si buttano per terra e strusciano le ginocchia sul pavimento velato di vita casalinga e mangiano a tavola seduti su schienali più alti di loro con posate da adulti che colano cibo sulle maglie grigie e blu.
vivono una vita difficile i panni, che quando li stendi si distendono e chiudono gli occhi per qualche ora. il vento li culla, li asciuga, li coccola. mentre loro sognano. sognano di non avere quelle mollette colorate a tenerli legati e sognano di volare, pure. sotto un cielo familiare, sempre lo stesso per lunghi periodi.
il buio serale definisce alcune forme, altre invece le lascia solo immaginare. capisci che c’è anche una tuta lì stesa, più lunga di quei vestitini. è scura e ampia, forse è di sua moglie. la mora, sì, del piano primo.
poi ci sono quelli del secondo. si vede che non si fidano, perché li stendono dentro. sempre fuori, nel balcone, ma su fili appesi a riparo sotto la tettoia del terrazzo di quelli del terzo, per capirci. se si fidassero, infatti, li stenderebbero come quelli del primo: a testa in giù verso il mondo.
sono in due, moglie e marito. stendono le cose a tema: tutte le cose di casa, tipo strofinacci insieme ad asciugamani insieme agli accappatoi, e a parte i vestiti. quando fanno la lavatrice dei vestiti, lavano solo quelli e li espongono come opere d’arte, ben distesi e stirati.
lui è un maniaco della precisione, si vede. stende i panni abbinando i colori delle mollette alle maglie. una questione complicatissima che non so approfondire, perché mi manca questa sensibilità estetica. mi fido del suo gusto ed è giusto che egli l’assecondi.
i loro panni li vedo di giorno, perché di notte scompaiono. se ne vanno di sicuro in qualche luogo sperduto della casa, ben ripiegati in riflessione su se stessi. ordinati. su una sedia, immagino. magari ai piedi del letto.
ecco, mi piacciono terribilmente i panni stesi fuori. mi piace immaginare la loro vita reificata e la vita di chi li gestisce e li tiene a posto. e la vita di chi li guarda e li osserva e che in loro ci trova la bellezza di cose che, quando le vedi, le scruti curiosa e le ammiri e sai che cose non sono.

bi
 
[disegno dell'artista nicoletta ceccoli]

mercoledì 3 aprile 2013

sei una meteoropatica se...

sei una meteoropatica se ti svegli la mattina lentamente, carica di un silenzioso buonumore, e non vedi l’ora di spalancare la finestra e di vedere se è già arrivato il merlo in balcone...
e invece no!
spegni il sorriso interiore non appena apri la finestra e vedi che piove e sembra già sera, non mattina, tanto che fa più luce il chiarore della lampadina maledettamente vecchia che quella foschia grigiastra e sudicia e rumorosa.
purifica, per carità.
lava l’aria, per carità.
nutre la terra, per carità.
è vitale, per carità.
ma al quarto giorno ti girano vorticosamente già per il solo fatto che non ricordi più di quale gradazione di colore sia la bellezza del cielo limpido.
e sbraiti.

sei una meteoropatica se tieni l’ombrello fisso in macchina, nella tasca laterale dello sportello sinistro, tutto bello infiocchettato e incapsulato e nuovo di pacca.
che è utilissimo, perché metti caso che tu sia lontana da casa e all'improvviso becchi una grandinata, bene: tu sei prontissima e lo tiri fuori, come un coniglio bianchissimo dal cilindro.
e invece no!
è mattina e sei a casa e devi andare a lavoro e la macchina è lontana molto lontana ché la sera prima il parcheggio non c’era manco a disegnarlo con le strisce adesive bianche.
quindi esci incappucciata, sì, ma non basta.
e inveisci contro quelli della setta delle previsioni del tempo, che la sera prima lo avevano dannatamente predetto...
ma tu no!
non li hai ascoltati, perché sei ottimista e vedi sempre il bicchiere pieno per metà e dici va bene, che fa, semmai l’ombrello potrebbe servire domani.
perché sì, loro sono una setta satanica e portano iella marcia.
e sbraiti.

sei una meteoropatica se cammini con lo sguardo inclinato verso i piedi, perché sei triste e malinconica e ti viene da piangere e non ti capisci e non ti senti compresa e pensi e ripensi e strapensi e comunque non sai perché tutto queste robe così.
ad ogni modo, cammini, con lo sguardo basso, e all’improvviso sei punta da un odore intenso di fiori freschi e bagnati, che ti invade le narici e ti arriva in testa e s’infila lì, dritto nell’angolo dei ricordi.
e mica pensi ai prati in primavera inumiditi dalla pioggia sotto una luce timida di un sole nascosto che si cela a cercare la sua amata luna verso l’ora del crepuscolo…
eh no!
pensi subito di camminare in un cimitero.
cupo, solo, tetro, quasi buio.
e sei cupa, sola, tetra, quasi buia.
e pensi che i ricordi alle volte siano stronzi, più stronzi di quella pioggia beffarda di marzo e d’aprile che bagna i fiori e tu ne senti l’odore e pensi al cimitero di prima.
e sbraiti.

sei una meteoropatica se ti ripeti ogni ora che passa che il sole è una speranza che è bello che è giallo e il giallo è allegria che scalda che gira intorno alla terra e invece no è un’illusione ché è la terra che gira intorno al sole ma tu ti senti al centro dell’universo e te ne freghi e pensi che sia lui bello e focoso come il sole a girare intorno a te e a nessun’altra.
piove e sbraiti.

sei una meteoropatica se ti rode che manco riesci a dire due parole insieme senza che la terza sia una parolaccia, se hai le occhiaie buie come le nuvole e bagnate come la pioggia fuori, se non sorridi più e formuli desideri sempre più irrealizzabili per infliggerti poi la colpa della loro non realizzazione e cose depressissime così.
eppure, te lo dico io, sì, sì proprio io, la presidentessa del sindacato delle meteoropatiche, don’t worry!
sei bellissima.
simpaticissima.
amatissima.
bravissima.
issima.
sima.
ima.
acchiappa l’ombrello, come fosse una scopa volante, ed esci sotto la pioggia.
le gocce che cadono sono farfalle scese per donarti il loro bacio innamorato.

bi



[creazione di amy sol per surrealismo pop]

mercoledì 27 marzo 2013

è una vita che annuso la mia vita

è una vita che colleziono odori e li coltivo in testa come ricordi.
quello dell’androne del palazzo di mia zia sulla tiburtina, per esempio.
un luogo semibuio, con un lungo, lunghissimo corridoio che poi svoltava a sinistra.
a pensarci bene ora, non era poi così lungo, ma quando sei piccola gli spazi si dilatano tutti, per poi restringersi quando smetti di avere gli anni con una cifra sola.
ci si accedeva con un portone enorme, grandissimo e altissimo.
tutto issimo, sì, non sto esagerando.
fatto di vetro, ma protetto da un gigantesco intarsio in ferro, che lo ricopriva per intero, senza celare completamente la visione del dentro.
appena lo aprivo, un forte odore di gomma misto a legno mi rapiva le narici e mi strizzava gli occhi nocciola.
e correvo ad infilarmi dentro l’ascensore, per riprendermi il mio naso.
ma niente.
anche lì dentro quell’aroma aggressivo e quasi feroce colava su di me, negandomi gli odori miei.
oppure quello della mimosa.
ogni volta che mi porto quelle palline gialle alle narici, chiudo gli occhi e torno lì: nel grande giardino della mia scuola, pieno di prati, di terra, di ghiaia, di voci innocenti.
un cortile nascosto tra le mura, in cui si affacciavano mille e mille occhi di bambini urlanti e curiosi, pronti a scattare alla musica monocorde della campanella.
sul fondo, dando le spalle all’entrata principale e guardando avanti, c’era un grosso albero di mimosa.
alto, folto.
il suo odore sanciva da sempre l’arrivo dei giorni assolati, in cui a ricreazione si usciva a correre fuori, con addosso solo il grembiule.
il mio era bianco, come quello di tutte le ragazzine, con un grosso fiocco azzurro scuro, quasi blu.
un coso da annodare, non già fatto e con l’elastico come quello di molte mie compagne.
loro avevano tutte le cose più comode: il fiocco che non si sfioccava e restava lì immobile e bell’e fatto, nonostante le capriole e le corse con la cartella, e pure i polsini del grembiule con l’elastico, invece dei bottoni.
odiavo i bottoni e le maniche delle magliette che, sotto il grembiule, si spostavano impunemente, creandomi un fastidio tremendo. 
poi l’odore del ciambellone.
fatto con la buccia di limone, grattata ed impastata con tutto il resto.
lo faceva per me nonna angela e a me, prim’ancora che un dolce, sembrava una scultura perfetta ed imperiosa. 
lo mangiavo ancora caldo, proprio appena sfornato, da farmi venire il mal di pancia, che però in verità non mi pare che mi fosse mai venuto.
ma lei diceva così, che avrei dovuto aspettare un’ora.
lo preparava in cucina, mentre io nel salone giocavo in piedi sul davanzale della finestra.
mi ci arrampicavo per guardare fuori e salutare lidia.
solo lei, perché letizia invece non piaceva a mia nonna.
poi ce n’era un altro, quasi il migliore di tutti: il profumo della menta.
anzi, mentuccia.
non era una roba astratta, come sono i profumi, perché quello lo toccavo proprio.
me lo strofinavo pure e mi restava sulla pelle per ore.
era verde, un profumo verde.
quell’essenza sa di corse, di gioie, di giochi, di caramelle donate, di baci, di preghiere, di ginocchia sbucciate, di trattori, di mucche, di montagna, di casa, delle gambe di nonna anna, della ringhiera verde, della sedia impagliata, di vacanze, di pensieri pieni, di musica, d’infanzia, di oltre.
mi basta sentirlo per attraversare luoghi senza tempo, fatti di tante vite e di famiglia.
è una vita che annuso cose e immagino mondi e costruisco ricordi.
è una vita che annuso la mia vita.

bi
 
 
 

[ph. shelby robinson photography]

venerdì 22 marzo 2013

seduta nello scalino del ristorante di fronte


 


al primo piano ci abita lina, una mora longilinea di quarant’anni circa. perché lo diresti che ne ha quaranta, guardandola muoversi e spostarsi i capelli dietro le orecchie. poi magari ne ha di più, o di meno.
lina sta per carmelina, che suona scomodo e ti porta indietro nel tempo, in un borgo collinare a settecento metri dal livello del mare. lì l’odore del mare e l’aggressività della salsedine sono nulli, mentre il profumo dei camini alle sette e mezzo di sera ti si posa sulla stanchezza del corpo in modo intenso.
lina ha un quadro antico sulla parete del salone, a destra del divano. un regalo di suo nonno, dice. ma non è vero. suo nonno non le ha mai fatto un dono, se non quel cognome detestabile. mica per il suono, ma per il fatto che quella famiglia non sapesse cosa fosse la gratitudine. mai un grazie, per dire, o un sei stato bravissimo, sussurrati con voce amorevole a suo padre. suo padre, il figlio del nonno di carmelina. lina, cioè, ché lei non vuole.
se lo guarda tutte le sere alle sette mezzo quel quadro e si ripete che suo nonno glielo avrebbe regalato senz’altro, se solo avesse saputo quanto lei ne avesse avuto così tanto desiderio. è solo per quello che non lo fece, solo per non averlo mai saputo. ne è certa.

al secondo piano c’è roberto. alto, altissimo. un metro e novanta e qualcosa. capelli radi sulla fronte, castani chiari. una fronte ampia che tradisce intelligenza, poco sfruttata in verità. perché? per via di sua moglie. e di quella dannata abitudine di certi uomini di scegliersela sempre troppo simile alla madre. infatti non sa cucinare.
è una che si gode il divano in penombra, così da riuscire a guardare fuori senza mai essere vista. poi si alza di scatto e va di là a mettere su un sugo per la cena. la cucina ha la luce accesa tutte le sere alle sette e mezzo. lascia cadere distratta un goccio d’olio e accende. poi ci corica sopra la passata. tutto su una padella. dico io, usa una pentola più alta! gli urla roberto. e giù si sente, per via delle persiane lasciate socchiuse. poi ci butta un po’ di olive nere e dopo un po’ spegne.
quello per lei è il sugo migliore che riesca a creare. e lui s’arrabbia, andandosene e sbattendo la porta. come faceva con sua madre, quando sbadata bruciava il sugo di carne nel pentolino. non ti ama una che ti brucia la cena, pensava lui. non ti ama.

al terzo piano ci vive giorgia. la musica è sempre alta, le luci spalancate al mondo fuori. ci farebbe entrare tutti in casa sua. tutti. pure la signora in abito nero che chiede l’elemosina all’angolo del palazzo. quella che nessuno saluta, ma giorgia sì.
poi un giorno la signora le racconta che una volta era un’insegnante. di lettere e filosofia. e come mai ora sei buttata in strada, le chiese un giorno giorgia, con la tristezza in bocca. perché la mia famiglia non m’ama, le disse. era tutto lì il problema, non era amata.
la strada la accolse e da allora girò per un bel pezzo, nella speranza di trovare un angolo e disegnarci sopra la sua solitudine. fu così che trovò quello e ci si fermò. e ancora è lì, sotto casa di giorgia.
giorgia a casa balla, si muove veloce fino a tarda sera, riordina mentre fa altre tre cose. è libera il pomeriggio, non lavora. solo la mattina.
una sera ha fatto del polpettone. una roba troppo grossa per mangiarsela da sola, così è scesa giù verso le sette e mezzo. all’angolo ha trovato la solita signora in nero, silenziosa e con lo sguardo basso e solo. tieni, mangia un po’ del polpettone che ho preparato per me, le dice. così mi dici com’è, ché a forza di cucinarmi da sola ho perso l’abitudine di sentirmi dire che potrei aggiungerci un tocco di qualcos’altro.
i chiodi di garofano, le risponde di aggiungerci quelli. io ce li mettevo sempre, pure se nessuno pareva accorgersene. anche se è già buonissimo così.

al quarto sembra che ci sia una casa, ma in realtà c’è uno studio. ci viene sempre uno distratto che non saluta mai. sembra sicuro di sé. sembra uno che sa parlare bene, ma che non ha mai ascoltato nessuno. o quasi. dico sembra, perché io non ci ho mai scambiato una conversazione. solo salve gli dico, quando lo incrocio qualche volta alle sette e mezzo. lui esce dal portone e lo apre con forza fino in fondo, così non deve richiuderlo lui, ma si chiude da sé per la forza di ritorno con cui l’ha aperto.
e allora gli dico salve, perché lo dico alle persone che non mi piacciono.

dove abito io? io non abito lì. ci vado perché il palazzo è bellissimo. ha le persiane e le finestre altissime. poi un albero secolare ci si tuffa un po’ addosso e mi fa pensare di non essere in città. e i riflessi del lampione, pure quelli mi piacciono.
mi fermo lì di fronte, seduta nello scalino del ristorante. e ci resto per un po’. alle sette e mezzo, ché c’è la luce giusta. accogliente, un po’ gialla. così resto seduta nello scalino del ristorante di fronte.

bi
 
[la foto è mia]

mercoledì 20 marzo 2013

sono dolci queste notti fatte così

era un delfino.
anzi, di più, una balenottera.
mi passò accanto e mi portò via con sé.
erano due, a dire il vero, e nuotavano fianco a fianco.
veloci, sincronici.
grigi, come la nebbia.
lunghi, come due secoli.
io e lei volavamo veloci dietro di loro, fianco nel fianco.
avevamo le pinne, ecco perché.
(senza non ce l'avremmo fatta).
non ci fu bisogno di dirselo: bastò un'occhiata accesa.
fu così che incominciammo a seguirli.
gli schizzi dell'acqua giocavano con le nostre guance.
piena di incredulità, riuscii a prendere molta velocità.
in perfetta armonia con loro.
lei era lì con me, a destra.
io alla sua sinistra.
ogni tanto mi sbilanciavo per guardare indietro.
(ecco, ci si sbilancia sempre guardando dietro).
l'equilibrio era con gli occhi in avanti.
proprio in quel fulcro, agganciate alle balenottere grigie.
era un magnifico fluttuare, sinuoso e perfetto.
e i nostri corpi si levavano leggerissimi.
ho giocato con due balenottere.
lei era accanto a me.

era un cinghiale.
era mattina, scesi dal letto ancora rallentata.
vidi il borsone, era proprio lì.
pieno, ai piedi del mio letto.
cominciò a muoversi in solitudine.
mi agitai e lo guardai immobilizzata.
lui si mosse, ancora.
poi ancora una volta.
era vivo, era un borsone pieno di vita.
in preda al panico, presi la porta e scappai rapida.
me la serrai alle spalle e tirai giù una ventata dalla bocca spalancata.
ma lui la spalancò.
la porta, come se nulla di materiale ci stesse dividendo.
ne uscì maestoso e spavaldo, certo di sé e del resto del mondo.
era un maschio.
marrone scuro, come la terra bagnata dalla pioggia di una sera d'ottobre.
inumidito allo sguardo, eppure asciutto al tatto.
mi guardò come solo un essere mitologico solitario saprebbe fare.
con quella prepotenza lì, sì, quella di un maschio.
fu uno scintillio nelle pupille ad anticipare i suoi movimenti verso di me.
in un attimo quel pachiderma mi stava succhiando la mano destra.
proprio così.
posò il suo muso su di me e si riempì le labbra della mia mano.
(come farebbe un bambino con il seno di sua madre).
era un grazie, ora lo so.
un grazie, solo per me, per non averlo ucciso.

sono belle davvero le notti così.
abitate da esseri meravigliosi che per una notte scelgono me.
così intense, più vere del reale.
sono dolci queste notti fatte così.

bi




[creazione di mel kadel]

venerdì 15 marzo 2013

sorridi che il mondo ti sorride





sorridi, ché il mondo ti sorride.
sono le sette e dieci e t’infili nella doccia. sei già in ritardo e devi fare veloce. più veloce. ancora più veloce. di più, sì! aspetti che si scaldi l’acqua e nel frattempo ti riempi la mano di sapone. l’acqua è fredda. più fredda. sempre di più. proprio che non si scalda. butti il sapone dalla mano, la sciacqui con l’acqua gelida e ti asciughi al volo. è la caldaia. è quella che non parte, s’è bloccata e devi resettarla. e intanto ti sei gelata e i minuti corrono. e sei ancora più in ritardo e devi fare ancora più veloce e così via.
però tu sorridi, ché il mondo ti sorride.

apri la macchina di tutti i giorni con il telecomando di tutti i giorni. eppure niente. ti guardi intorno e la mattina è serena, gli uccellini sfriguellano qua e là e c’è pure il sole. niente, il telecomando non funziona. apri la macchina con la chiave e t’accorgi che l’allarme l’ha sfiancata. ha suonato tutta la notte, ma tu vallo a sapere, visto che l’hai parcheggiata a ottocento metri da casa, perché lì hai trovato parcheggio e mo è morta la batteria. però provi uguale: fai per accenderla. fa un colpo di tosse tubercolotica e muore, esalando l’ultimo sbuffo.
ma tu continua a sorridere, ché il mondo ti sorride.
 
al semaforo rosso ti fermi, perché sì: è rosso. sei la prima, che fortuna, così puoi ripartire entro i primi tre secondi dal verde che s’illumina. controlli il semaforo della via perpendicolare e vedi che è arancione. infili la prima, così sei pronta a rispettare i tre secondi che ti sei data. poi arriva lui. uno con lo scooter arriva da dietro-dietro e si piazza davanti-davanti a tutti, cioè anche a te. è verde, prima che arrivi lui. in un secondo arriva lui, che invece frena, perché era rosso un secondo prima. e niente, non vi capite e vi mandate a quel paese a vicenda.
però sorridi, eh? tu sorridi, dicono.

in ufficio ti sei portata le gocce fitoterapiche per dimagrire. quelle robe marroncino-verdi fatte di erbe drenanti, si dice così. che ti fanno fare un botto di pipì e ti aiutano ad eliminare i liquidi in eccesso. non le carbonare depositate nel girovita, quelle no! solo l’acqua. prendi la boccetta e versi le trenta gocce previste per la mattinata. la rimetti a posto dentro al mobile. ah, poi ti scordi la cartellina con le robe di lavoro, ché comunque sempre in ufficio sei. riapri, prendi al volo la cartellina e casca. la boccetta con le gocce, che erano pure nuove-nuove, comprate due giorni prima. tutto un lago marroncino-verde per terra e i vetri e cose brutte così.
sì, ma stai continuando a sorridere?
devi sorridere, dicono che sia meglio così.

hai sonno. tanto sonno. sempre sonno. ti ammazzi di lavoro, che di questi tempi manco lo devi nominare, che ti dicono subito che lascia perdere, sei fortunatissima e hai un culo così ad avercelo a tempo indeterminato. sopporti i malumori di tutti i capi messi in fila per sei col resto di due, che magari fossero gatti, magari! invece no, sono uomini e maschi e pure maschilisti. uno ti chiama alle nove e zero-tre, per dirti che è urgente il file del riepilogo dei cosi per la riunione. un altro alle nove e zero-quattro, per dirti che è prioritario lo scadenzario delle cose di cui in riunione dovrà parlare lui. un altro alle nove e zero-cinque, per gli estratti conto di tutte le cose che se no come facciamo a pagare le scadenze di prima? e tu nel frattempo devi fare pipì. tanta pipì. perché sei lì dalle sette e cinquacinque e la pipì scorsa l’hai fatta alle sette, più o meno.

ma tu ridi.
perché lo dico tutti.
perché non fai altro che sentire gente che dice che il sorriso sia la base.
che senza sorriso hai perso.
che sorridendo, tutto ti sorride.
che la felicità passa per il sorriso.
mentre tu t’incazzi ogni ora-barra-oraemezza.
e odi tutti.

bi
 
[immagine tratta da internet]

giovedì 7 marzo 2013

quando la vita era tutta rosa e fiori

quando la vita era tutta rosa e fiori ero atterrita dalla paura del buio.
il buio era un nero fitto fitto e rumoroso di scricchiolii dentro le orecchie.
me le tappavo forte quelle, premevo fino in fondo per isolarmi e non sentire più.
gli occhi pure.
li strizzavo fino a farli diventare cianotici, da vedere dei puntini filiformi fatti di luce.
una luce tutta mia nel mezzo di quel buio allucinante.
mi giravo e rigiravo, certa che da un secondo all’altro avrei sentito un peso poggiarsi in cima al bordo del letto.
alle mie spalle, non di fronte.
una volta, mentre sudavo sotterrata da una coperta di cotone rosa (era pure estate, me lo ricordo, ma non ci pensavo minimamente a scoprire il mio esile corpo, prestandolo a simili esperienze col buio), restai senza respiro.
una mano a me troppo vicina sbatté due volte sul muro bianco della camera.
contai i secondi di muto terrore e di mancanza di ossigeno.
erano tanti, che ora non li ricordo nemmeno.
una mano aveva rotto il silenzio, non la mia.
eravamo sole: io e la mano.
e il muro, sì.
non so bene cosa successe, ma io ero immobilizzata e insudiciata e la gola era secca e la bocca ammutolita e il naso cercava aliti d’aria in silenzio e le gambe erano piegate e gelide e le braccia mi stringevano a loro e la stanza era buia.
nera come la pece e il silenzio mi stava stordendo.
presi un po’ d’aria.
zitta.
muta.
la mano non doveva capire ch’io fossi sveglia e l’avessi sentita sbattere vicino a me sul muro bianco fatto a volta.
l’aria era fresca.
era buona e rassicurante e ripresi a respirare.
lentamente.
in silenzio.
nel buio.
il cuore era impazzito e non riuscivo a farlo tacere e batteva, mi batteva in pieno petto, dentro il mio pigiama zeppo di sudore.
sei viva, mi diceva.
era vero, ero viva sul serio.
e sveglia, ero sveglia.
ero lì.
la mano pure.
mossi furtivamente il braccio destro.
dapprima piano, senza far rumore.
poi in modo meno incerto, accompagnandolo con un sospiro.
fu proprio quel sospiro a restituirmi sicurezza.
coraggio, mi disse, accendi la luce in questo buio.
era troppo.
la mia mano sarebbe dovuta uscire allo scoperto, rischiando di incontrare l’altra.
la mano altra.
contai.
uno, due, tre… a dieci, dissi, a dieci accendo.
quattro, cinque, sei… a dieci accendo, sì.
sette, otto… a dieci ammazzo il buio.
nove… dieci.
e luce avvenne.
gialla, tiepida e familiare.
una rassicurante e tenera luce gialla.
il soffitto a volta era bianco e disegnava ombre allungate e amiche.
io ero lì, bianca come il muro.
il muro bianco era accanto a me.
era vero, ero ancora viva.
e sveglia, con gli occhi spalancati.
il cuore mio trovò consolazione e i miei occhi trovarono la loro verità.
eravamo soli: solo io e il muro.
nessuna mano, nessuna mano che potesse sbattere ancora.
quando la vita era tutta rosa e fiori tutti credevano che ci fossero soltanto rose e fiori.
io già sapevo che ci fossero anche le mani.

bi
 


[creazione di nicoletta ceccoli artist]
 

martedì 5 marzo 2013

resta con me

le sue dita affusolate ed eleganti si spostano come cinque ballerine sul ciuffo corvino che le copre gli occhi.
s'aprono due occhi lucenti e pieni di verità nascoste ai più.
pieni, zeppi di immagini.
di persone e di cose, che cose non sono.
- sai che vorrei per il mio compleanno? gli occhiali a raggi x, capito quali? tipo quelli che stavano sulle pubblicità all'ultima pagina dei giornali di una volta… mica ci voglio vedere le solite parti anatomiche, che me ne frega. voglio togliermi la tremenda curiosità di vedere la gente che slip porta.
ridiamo come pazze.
mi sposto e le pesto il piede sinistro: porta un paio di anfibi neri, fuori moda, ma puliti.
robe che invece, se le porta lei, sono tornate di moda di sicuro, è solo che io non me ne sono accorta, perché guardo sempre per aria.
- poi vorrei essere la chitarra di matthew bellamy nei suoi concerti.
e si distrae, buttando lo sguardo fuori dalla finestra.
fa sempre così: c’è, eppure se ne va in un attimo.
ti ascolta, senza perdersi nemmeno una virgola e un punto esclamativo, mentre gli occhi suoi escono a farsi un giro.
si sdoppia, ecco.
che mi viene d’istinto da dirle “resta con me”.
- come la chitarra di bellamy? - le dico - è una cosa meravigliosa, che emette suoni magnifici e tutte robe poetiche così. ma è sempre tutta sudata e maltrattata e alla fine del concerto lui la prende e la sbatte per terra sul palco! ripetutamente! che fa molto trasgressione e rivoluzione, ma che schifo! che cosa maschilista! no, dai, la chitarra sbattuta per terra no...
ride, forte.
e gli occhi si socchiudono, lasciando trapelare quel tanto di luce che farebbe passare una persiana accostata alle due del pomeriggio di una domenica d’estate.
- poi vorrei che tutti pensassero ad un regalo originale per me, un oggetto che materializzi la famosa frase "basta il pensiero", capito come? mi pensi e prendi una cosa, perché dici che è troppo mia per lasciarla dove sta. oppure vorrei fare l’elettroshock per vedere cosa si prova, che cavolo ti succede in testa e nei pensieri e vorrei vedere se è peggio del caos che tutti i giorni mi affolla la mente. poi vorrei una felpa con uno skull messicano…
- un che?
- uno skull!
(lo pronuncia proprio con la u)
- teschio, chiamalo teschio così ti capiscono tutti.
- va bene, quello! però messicano. poi vorrei un parcheggio sotto casa mia, solo mio, con le righe gialle con scritto "riservato a ro", così non impazzisco più ogni sera cercandone uno. e pure sting. sì, quello che desidero più di ogni altra cosa al mondo per il mio compleanno è sentire il campanello che suona e andare ad aprire e trovarmi di fronte lui, l’uomo dei miei desideri, bell’e sorridente di fronte a me, che canti solo per me, per il mio compleanno!
le sue parole bizzarre disegnano un’aria sognante nel soggiorno e subito penso che le nostre stranezze siano dei piccoli libri da leggere, pieni di interi fogli da colorare.
ché in cuor mio vorrei che glieli facessimo tutti noi questi regali.
noi che la amiamo.
noi che ci sentiamo amati dalla generosità sua e dalla certezza che ci insegna.
una forza che supera ogni fisicità, che si avverte in ogni dove e che tempo non ha. 
resta con me, voglio dirle.
anime come te sono una rarità.
amiche come te sono una gioia da vivere ogni giorno.
resta con me.
ché io resto con te.

buon compleanno, ro.
creatura splendida.
tua bi
 


[creazione di bafefit, tratta da pop surrealist]

e tie', eccoti sting...

 

venerdì 22 febbraio 2013

io scelgo la neve






siccome è febbraio, io scelgo la neve.
per svegliarmi e sentire il silenzio che alleggerisce le strade.
per aprire le finestre e ascoltare quel bianco che sussurra appena nello scricchiolio della neve sotto le scarpe.
siccome è febbraio, mi vesto pesante.
mi metto una maglia a maniche lunghe, una dolcevita di lana e poi sopra ancora un altro maglione.
e sciarpa e cappello, pure.
poi prendo ed esco.
a piedi, ché voglio scricchiolare silenziosa anch’io.
incontro la mia macchina tutta coperta di bianco e le disegno un sorriso sopra al vetro fatto con l’indice.
è felice, sì, perché si riposa e si gode il bianco pure lei.
vado in metro, allora.
ma prima resto un attimo incantata davanti al laghetto.
siccome è febbraio, è più freddo e più scuro, lo vedo.
eppure intorno la neve lo schiarisce tutto e fa sentire meno la mancanza dei fiori.
la metro è strapiena e le persone si accendono di risate e leggerezze.
pure loro come me hanno scelto di uscire a piedi.
e la neve, hanno scelto anche loro la neve.
di godersela, dico, e di toccarla e di farla scricchiolare sotto i piedi.
mi prende la mano e, stringendola, me la scalda.
lo sento il suo amore per me, lo sento forte.
siccome è febbraio, lo bacio e credo di trovare le sue labbra gelide come le guance.
sono bollenti.
- portami allo zodiaco, amore.
e mi ci porta a piedi.
una lunga passeggiata dove le macchine sono soltanto parcheggiate ai bordi delle strade e le strade sono riempite da chi come noi la neve non vuole guardarla dalla finestra.
né, peggio, maledirla.
la neve è un’occasione per fare cose che non avremmo fatto, è un dono, la neve, per restare tutti imbambolati e stupiti più a lungo.
e uscire a piedi, pure se è freddo ed è febbraio.
camminare in salita ci scalda, stare mano nella mano pure.
così arriviamo su in alto.
restiamo senza parole.
roma non l’ho mai vista così bella, non l’ho mai vista così bella.
è tutto diverso.
è un altro febbraio, un altro panorama, un altro odore, altre persone, altri passi, altre immagini, un altro orizzonte, altre parole d’amore, altri baci, un’altra temperatura, un altro freddo, un altro biancore, un’altra neve, un altro tutto.
tutto è altro, altroché.
siccome è febbraio, rivoglio la neve.
voglio farla scricchiolare nel silenzio e ci voglio camminare a piedi.
rivoglio i suoi baci, mentre ci giriamo intorno e il bianco ci rinfresca le guance.
voglio quell’aria sognante e sognata e gli alberi spogli coperti di candore.
anche quest’anno, io scelgo la neve.

bi 


"immagina di poter prendere l'uomo e di rovesciarlo come un guanto. non rimarrebbe così come lo vediamo ora; si espanderebbe fino a diventare l'universo".
(rudolf steiner)
 
 

 
[immagini mie, scattate a roma]

lunedì 18 febbraio 2013

un attimo

cosa si nasconde in un attimo?

piove a dirotto.
piove che il cielo sembra non riuscire più a contenere quel pianto e lo vomita alle sette di sera. è buio, un buio di febbraio delle sette di sera.
gio s’infila il cappuccio sul capo ed esce rapidissima dalla macchina. il cuore le galoppa impazzito e sembra sbalzarle fuori dal petto, mentre corre e va ad infilare la lettera nella cassetta della posta di lui, sperando con tutta se stessa che nessuno la veda e che lui non torni in quell’attimo. e scappa via come una ladra.
è bellissima, gio. pure con tutti i pedicelli sotto il mento e quell’aria spocchiosa da diana la cacciatrice.
- ma scusa, perché non gliela mandi per posta?
- perché deve sapere che sono stata lì, sotto il suo balcone, e che mi ha perso per un attimo...
lui l’ha lasciata. perché non era più capace, così le aveva rivelato. e lei non se ne capacitava e la notte non ci dormiva e il giorno si spaccava la testa pur di capire che volesse dire quel non essere più capace e come mai e perché quel no invece di un sì!
non seppe mai se lui la lesse. se la lesse in cucina con il giaccone ancora addosso semiaperto. oppure nell’androne ancora incredulo e appena incerto prim’ancora di salire le due rampe di scale. non lo seppe. né volle saperlo. mai. mai. 

piove a dirotto.
ari è chiusa in macchina, piena d’ansia e di rossetto rosso. i capelli sono lisci e ordinati, gli orecchini neri pendono appena sopra alle sue spalle. ascolta distrattamente canzoni a caso passate in radio, mentre la città la trapassa con le sue luci chiassose del traffico delle sette di una sera di febbraio.
tutti sono impazienti di tornare a casa, invece lei da casa è uscita da poco meno di mezzora. ha un appuntamento, un appuntamento con lui.
il giorno in cui lo incontrò, rimase impigliata in quello sguardo. intenso, onirico, ombroso... bello. uno sguardo dal quale non era più riuscita a separarsi. l'aspettava da tempo un’emozione così. da restarci sveglia all’una di notte e da credere che sì, la vita li avesse fatti incontrare proprio lì, in quell’aperitivo distratto. distratto per tutti, ma non per loro.
si cercarono, si trovarono. si parlarono al telefono per qualche giorno, vogliosi di rivedersi e di restituire ai loro occhi la sublimazione del loro primo incontro.
- lunedì sera alle sette sarò tutto tuo.
le disse. e lei precisa è lì. solo che si è fermata un attimo prima, un momento prima di arrivare dove lui già la sta aspettando.
ari è bellissima, con quel suo rossetto ciliegia e il cappotto corvino e quella luce accesa negl’occhi. è piena di sé e consapevole. ha chiaro che chi ti vuole non si fa aspettare in un luogo. semmai ti raggiunge nel tuo.
non seppe mai cosa pensò lui di quell’attimo di attesa. se l'attese anche dopo. o smise in poco tempo, dimenticandola. seppe solo che lei si era salvata.

piove a dirotto.
gigi l'ama quella melodia dell’acqua che si frantuma sulla finestra e se la guarda, così grigia e così liscia e così potente. febbraio è freddo e umido. febbraio è corto, è come una canoa che ti traghetta dall’inappetenza dell’inverno alla speranza della primavera. è febbraio, non c'è dubbio, e sono le sette di una sera di pioggia.
alle sette no, ma alle cinque c’è ancora il sole. non quel giorno, perché quel giorno piove. e la pioggia purifica, dice gigi, lava l’aria, cancella le maldicenze, scrosta le cose cupe, si porta via i ricordi scomodi.
è steso nel suo letto e guarda un po’ fuori dalla finestra, un po’ il soffitto di legno, un po’ chiude gli occhi. è quando li chiude che la vede. e li mantiene chiusi, per tenersela lì.
la sta aspettando, perché lei ha detto che sarebbe arrivata prima di cena, per le sette. e lui le ha già comprato le sue cose preferite da mangiare insieme, insieme a un buon bianco dai profumi floreali.
lei è come i fiori d’inverno, dice sempre. lei è una ventata di passato che lo avvolge nel presente, dice sempre. lei è un po’ pazza, un po’ strana, un bel po’ diversa dalle altre. eppure la sente così sua, così tanto sua da non sentire più il confine tra il proprio cuore e quello di lei. 
un giorno la sposerà, o forse no. un giorno comunque, ne è certo, vivranno sotto lo stesso tetto e guarderanno lo stesso soffitto e respireranno la stessa aria viziata e cucineranno insieme chiusi nella stessa cucina e si laveranno nello stesso bagno con la stessa acqua! questo lui lo sa.
in quell’attimo il campanello suona. rompe il silenzio di quei pensieri e penetra in quel momento forte e chiassoso. è lei. è lei ed bellissima. la guarda curioso ed in un attimo lei gli salta al collo e lo bacia tutto.

cosa si nasconde in un attimo, dunque?
è un attimo per sé.
eppure è un attimo per tutti.
un intimo attimo di ciascuno.
un attimo fatto dell’infinità di tutti.

bi
 


["pioggia di colori", artista di strada anonimo]
 

giovedì 14 febbraio 2013

un libro per librarsi

 
 


quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nella prima pagina, in cui avrò inflitto col cuore una dedica al mio universo.
una facciata vestita a festa, frutto del tempo e del sogno che ho stirato per farla nascere dalle tenebre del nulla.

quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nella prefazione, scritta durante il rumore della pioggia e il fresco del mattino ancora tenue e scolorito.
è un ingresso, più che una prefazione, arredato con colori chiari e subito caldo e conosciuto.
la frasi sono sussurri ventosi e tu ne sentirai l’aria, prim’ancora che il suono.

quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nelle pagine centrali, dove regna il respiro, il battito delle ali del cuore, la pancia e le sue emozioni più selvagge e femmine.
lì la bellezza trapasserà il pensiero e lo renderà carne attraverso le parole.

quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nelle ultime pagine, lente, stanche eppure vogliose di sapere.
di sapere come avrà fatto il corso degli eventi a trasfigurarci in un uno imprescindibile ed eterno.
un uno acceso sul bianco, altre volte sul rosso, altre sul rosa.

quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nel finale, nella voce che ci griderà che è una fine solo per chi ci legge, ma non per noi che nel libro ci viviamo.
la fine è un orizzonte e noi già ne viviamo il suo oltre.
il suo al di là.

questo l'ho scritto per l’amore.
per l’amore universale.
per l’amore verso tutte le creature.
rivolto a chi mi ama, a chi amo, a chi mi sostiene, a chi sostengo, a chi mi teme, a chi temo, a chi mi guida, a chi guido, a chi mi rimprovera, a chi rimprovero, a chi mi nutre, a chi nutro, a chi m’ha dato la vita, a chi la darò io.
rivolto al cielo infinito, alla terra umida, ai paesaggi di cui m’invaghisco, ai luoghi cui appartengo, ai tempi da cui provengo, ai domani verso cui andrò.
rivolto ai desideri di tutti, ai perdoni, ai per sempre, ai sogni aperti e non più chiusi nei cassetti.
ma anche ai miei gatti e al mio cavallo, agli scarponi da montagna, alle frappe e ai biscotti al cioccolato, al divano con la coperta e un libro, alle donne, al film nel lettone, alla cena con le amiche e ai segreti contenuti, ai ti amo sussurrati e a quelli rubati, alle guarigioni fisiche e oltre, alla musica e ai suoi diesis, alla vita e al suo dopo, ai sì invece dei no, ai leggings, alla macchina vecchia e passata di moda, alle cose semplici, alla verità degli occhi e alle menzogne delle parole, ai san valentini e ai non san valentini.
questo l'ho scritto per l’amore.
questo è un libro per librarsi.

bi
 
[immagine: "kiss" by andy warhol, 1959]


martedì 12 febbraio 2013

un giorno sarò tua madre

un giorno sarò tua madre.
ci perderemo l’una negli occhi dell’altra e ci annuseremo con narici familiari e a forma di cuore.
tu saprai di me, io saprò di te.
io saprò più cose di ora, tu me le insegnerai.
vorrei che fossi concepita in viaggio, mentre tuo padre attorciglia i miei capelli sottili attorno alle sue dita forti e mi sussurra parole deliziose all’orecchio sinistro, quasi in silenzio.
ancora non ti ho mai sognato, o forse sì.
eppure già sogno per te attimi fatti di suoni gentili, profumi orientali, lievi carezze.
sarai desiderata e amata, amata e desiderata.
avrai sogni leggeri ed impalpabili, chiari, limpidi e illuminati.
ti porterò in montagna a guardare i fiori da vicino, senza staccarli dalla terra loro, a cercare rapaci e cervi e a chiamarli per nome, correndo in mezzo agli alberi profumati di antico.
ti insegnerò che dall’alto siamo tutti piccoli e che la natura si tuffa dentro di noi, nella nostra immensità.
tuo padre ti porterà lontano, tenendoti la mano stretta a sé.
con i suoi occhi vedrai città enormi e moderne e mangerai lo zucchero filato e imparerai a sentirti sicura e protetta e donna e guarderai lontano perché è lì, è lì che il tempo t’appartiene davvero.
lui sarà il tuo slancio verso il futuro, io sarò il sapore del tuo passato.
ascolterai la musica che ha fatto la mia storia e la storia mia con lui e la storia di tuo nonno, che ti ricoprirà con le dolci note del suo violino.
non lo fa più per nessuno, ma per te sì: tornerà a suonarlo.
ti laverai con l’acqua tiepida e userai l’acqua di rose.
te la spruzzerai guardando come faccio io e rideremo come pazze, chiuse insieme in bagno.
prima di dormire ci metteremo alcuni minuti insieme nel tuo letto: io ti insegnerò a pregare, tu mi ricorderai come sognano i bambini e come si chiamano gli angeli.
li guarderai indicandoli nel soffitto, salutandoli e ridendo, ed io li cercherò attraverso gli occhi tuoi, perché i miei, pigri, hanno smesso di vederli.
ti arrampicherai sulla libreria a piedi nudi e vorrai leggere con me, t’infilerai nel letto grande per fantasticare davanti ad un film insieme a tuo padre.
vorrei insegnarti a gesti e parole che il segreto della vita sta nella gentilezza, nell’attenzione verso gli altri e nella considerazione quotidiana verso chi ami.
che la vita terrena è fatta di tempo, ma anche di spazio e quello va condiviso, altrimenti le distanze diventano pian piano incolmabili.
vorrei dirti ogni sera che t’amo.
tuo padre te lo dirà ogni mattina, venendoti a svegliare.
e tu dovrai amarti ogni giorno ed ogni giorno un po’ di più.
non dovrai credere in me o in lui.
dovrai credere in quello che sarai tu, crescendo accanto a noi.
e noi staremo lì, a guardarti e sostenerti.
un giorno sarò tua madre.
e ti ricorderò che l’infinito si nasconde sulla punta del tuo dito indice, quello che punti di fronte al tuo sguardo.

bi




 

[…] come la mano che pensa dell'altra mano: si sovrappone, quindi è identica a me. e invece è opposta.
(anonimo)

[immagine di sara fogl]

mercoledì 6 febbraio 2013

Moonrise Kingdom




Ho visto Moonrise Kingdom ieri notte, per curare l'insonnia e la stanchezza. l'ho visto perchè la recensione dell'amico mio caro, flavio, mi ha convinto a farlo.
la storia contiene molti degli elementi che amo trovare in un racconto: è la fine dell'estate, la luce è gialla, due preadolescenti s'incontrano, si riconoscono, s'innamorano e scappano dal loro mondo per avventurarsi alla ricerca del loro universo. è attesa una grande tempesta, che come sempre, stravolgerà il vecchio per far affiorare il nuovo. è la storia di due anime legate da quel patto, che in quell'età si sente più forte che mai, che si fonda e si plasma sul sentirsi estranei al proprio mondo e al proprio tempo.
il tutto è narrato delicatamente, e prende  forma in una stramba ma delicata poesia.
questo ha spalancato le porte ai ricordi di quell'età, quando con lara, ci "chiamavamo" x ed y, manifestando il disagio di chi ancora si sente un'incognita, un'indefinita entità colma di emozioni e sensazioni che emergono per spazzare il noto ed accogliere l'ignoto corso, di un'esistenza altra, che non si riconosce più nel mondo incantato della fanciullezza, che discognosce "l'adultità", vissuta e percepita come lontana, estranea, oscura ed inaffidabile.
l'avventura è il fine ma anche il pretesto, per cercare di trovare un posto in quel mondo che sembra non accoglierci più come prima, quel mondo in  cui vorremmo trovare uno rifugio dove poter muovere i nostri passi incerti e poter mostrare i colori nuovi che sprigioniamo, a tratti violentemente e che non sappiamo capire e più contenere.
i protagonisti del film creano il loro mondo nuovo, creano anzi, una riserva sacra, in cui goffamente sperimentano le loro pulsioni profonde, nascoste, da  difendere fermamente da chi vuole usurpare quei sentimenti e quel legame indispensabile per potersi concedere poi, alla pienezza della vita. lo difendono da tutto e tutti, anche quando il loro "giardino segreto" verrà usurpato e distrutto dagli adulti e dalle autorità che li troveranno. crederanno fino in fondo a questo legame e riusciranno a tramutarlo in storia d'amore e d'amicizia che trasformerà chiunque sia venuto a contatto con loro.
questo tema è centrale nella mia vita, per il lavoro che faccio e per i ricordi così pregnanti, a cui ho avuto di nuovo accesso, grazie a questa incantevole storia.
e ricordo l'estate nel mio paesino fra le colline marchigiane, quando con i miei compagni ci preparavamo per intrapendere le nostre fughe avventurose. il fiume Fiastra attraversato a piedi sui ciottoli scivolosi, la strada nascosta che cercavamo nel bosco della selva scura, per non farci trovare, perchè quell'avventura rimanesse il nostro segreto, da difendere da occhi indiscreti e non abbastanza puri da capirene il significato. la casa abbandonata sotto la capagna del paese, che occupammo per un'estate intera, territorio da riempire di storie e sogni, solo nostri e di confessioni inconfessabili, di amori solo sognati e raccontati e di risate piene, pulite e fragorose, che liberavano, finalmente, quello spirito nuovo che nasceva piano piano dentro e che sentivamo troppo ingombrante per essere contenuto dalle mura delle nostre case.
mi è sembrato di risentire gli echi dei quei ragazzini lontani, perduti, ieri notte, mentre il film scorreva.

Di.




martedì 5 febbraio 2013

mi ricordi la roccia

mi ricordi la roccia.
quella su cui la natura posa il suo respiro e fa germogliare il muschio e l’erba incolta e barbara e selvaggia.
sembra immutabile, mai erosa, mai trasformata.
lento, nel tempo quasi eterno.
così mi sembri, tu.

mi ricordi il rumore della pioggia.
quella incessante, abbondante, vigorosa e fresca, una pioggia che inonda, nutrendo e piangendo gioia e vita.
una musica, quel rumore.
un temporale che grida forte, quasi infinito.
così mi sembri, tu.

mi ricordi il profumo della terra.
dei suoi frutti, dell’aria limpida e rigida, dei passi di chi quella terra la invade e la calpesta in cima alla testa.
e lei lascia fare, ché ha il capo massiccio e le spalle ampie e robuste.
carica su di sé fardelli non suoi e va. 
potente, quasi immenso.
così mi sembri, tu.

mi ricordi il silenzio.
il silenzio nel suo vociare, il vuoto pieno di spazio, il tempo che scorre e che ai più pare immobile.
plutone, ecco, plutone mi ricordi.
coi suoi giri pigri e lunghi come secoli, ghiacciato e sempre bollente, lontano e così intimo.
onnipresente e scivoloso, quasi liquido.
così mi sembri, tu.

mi ricordi un mantello.
scuro e pesante, che avvolge e protegge, che socchiude e lascia rifiatare, che vigila guardiano e si dischiude in un impercettibile sorriso.
sono gli occhi a sorridere, io li vedo.
accesi all’improvviso nell’abisso, quasi come lampi e fulmini. 
così mi sembri, tu.

mi ricordi le radici.
le origini, gli inizi, i principi, l’uno.
tutto in te vedo riunito: il cielo e il sole e i baci nostri e l’amore e le parole dolci e la voce che s’alza e il respiro che s’affanna e il cuore che pulsa e l’anima che si dà pace.
un ululato nella quiete, quasi un lupo.
così mi sembri, tu.

mi ricordi il vento.
dominante e tiepido, che spira e sposta l’esistenza, la mia, la tua, quella di noi due insieme.
e io ti corro dietro e mi sento una farfalla e poi ti giro intorno e sicura m’allontano e intimidita prendo e torno e questo moto è regolare come il respiro dentro al petto che mi spalanca il cuore e lo richiude e l’aria c’entra e tu pure.
io vi custodisco lì, dentro, in fondo, come si fa con i tesori più preziosi.
prezioso, così.
così mi sembri, tu.

mi ricordi la roccia.
quella su cui vola una farfalla.
quella su cui m'adagio io.

bi





[il bacio, gustav klimt]


venerdì 1 febbraio 2013

dov'eri?

dov’eri quando, angosciata, dissi a bassa voce a mia madre che andavo a piangere in bagno, purché l’avessero lasciata stare accanto a me cinque soli minuti in più?
i suoi abbracci e i suoi occhi lucidi erano su di me più forti di qualsiasi antibiotico.
i muri del bagno avevano piastrelle bianche e limpide ed io restavo lì più a lungo, per farmi consumare dalle mie innocenti lacrime bambine.

dov’eri quando, spavalda, indossavo senza timore il mio vestito da cleopatra di fronte a una platea nutrita di genitori affamati dei proprio figli?
con quella lunga, lunghissima parrucca corvina sul capo mi sembrava di allisciare il paradiso.
ricordo bene che mi presi i miei applausi ed uscii di scena di corsa, soltanto per andare a specchiarmi e per continuare a carezzare quella chioma meravigliosa.

dov’eri quando, incredula, esultavo di fronte al primo voto alto?
ero seduta con tre libri di fronte, la penna nera tra le dita umide e la sciarpa a seppellirmi il rossore dell’agitazione impresso sul collo.
e quelli non erano solo tre libri, ma tre direzioni.
le ho prese come si fa con una tisana, me le sono ingoiate.
erano tiepide e sapevano di fiori.
ho parlato per mezzora senza interruzioni e mi è sembrato di fare una passeggiata nel parco in primavera, eppure era febbraio.
uscii volando.

dov’eri quando, bella e profumata, festeggiavo le mie prime cinque estati?
sedevo sul divano, come se sapessi tutto dell’esistenza mia e di quella altrui.
ero lì che leggevo, eppure non sapevo ancora leggere.
inventavo segreti e li facevo scivolare sotto i miei zoccoli di legno dal colore chiaro.
avevo il vestito color ciliegia con le bretelle sottili, che stava a significare che di lì a poco saremmo andati tutti insieme in spiaggia, come ogni anno.

dov’eri quando, felice, raccontavo dei miei sogni desiderati e un po’ realizzati?
quando mi lagno, trovo sempre una mano pronta a spiegarsi per disegnarmi consigli.
fa del bene a sé, più che a me.
vorrei accanto chi amo quando gioisco e urlo la contentezza mia, invece.
eppure non tutti siamo così puri da saperlo fare.

dov’eri quando, ingenua, ho commesso il mio primo grave errore?
i cocci erano finiti fin sotto terra e avevano scheggiato pure le mie radici.
mi sentivo spezzata ed erano bastati già soltanto un gesto a metà e una parola storta.
ho imparato che il respiro è fondamentale per prendere tempo.
respiro per attendere, di un’attesa che sospende e previene le offese.
quelle che inferto agli altri.

dov’eri quando, disperata, la vita mi disse che di malattia si muore e che, pure quando si vive, ci si continua a sentire morti dentro?
la malattia parla.
non si vede, eppure tocca.
t’afferra, non è che ti sfiora.
non è una cosa a sé, diventa di tutti.
diventa universale.
e allora dall’anima passa alle membra.

dov'eri, dunque?

già, dov'ero?


bi, dialoghi surreali allo specchio




[creazione di shinya okayama, tratta da digital-art]