giovedì 24 ottobre 2013

nome comune di cosa / maschile / singolare / minuscolo







è al sapore di agrumi.
in realtà di due limoni con foglia e dalla buccia erta, strizzati a mano nello spremi-agrumi di plastica bianco e giallo scuro.
dalla finestra entrano beffarde urla dei bambini dell’asilo vicino.
si staranno spingendo su quelle slanciate altalene di ferro blu, un po’ attempate e ossidate.
resto in silenzio.
senza tivù, né musica, solo i fragori esterni che s’intrufolano quasi a dispetto.
è assai nuvoloso, di un grigio antracite chiaro e sfumato di canna di fucile.
poco vento.
eppure i brividi mi attraversano la superficie della pelle indisponente.
il riso è di colore bianco latte.
leggermente attenuato dai bocconcini di pollo dorati in padella.
la tovaglia rossa è ripiegata a metà, quella giusta per una me solitaria.
vado lenta.
e svuoto la prima ciotola.
passo alla rucola, piena di limone anche lei.
senza limone pare che io non sappia più mangiare.
come appena sveglia.
percorro come un fantasma la cucina, apro la finestra verso il buio che c’è prima delle sette e apro il rubinetto dell’acqua calda.
faccio che scorra un bel po’.
ci riempio il bicchiere e ci spremo mezzo limone dentro.
bevo incerta, più perché faccia bene che per il gusto dell’aspro di prima mattina.
nello speck ho spruzzato l’aceto balsamico.
mi piace e altera il giusto l’impressione della carne che spinge sul palato.
solo due fette.
le grida continuano e mi avvicino alla finestra per cercare di vederli giocare.
si staranno rincorrendo, penso, perché non riesco a vederli.
una volta si vedeva tutto da lì.
lo sterrato, il prato, il giardino dell’asilo e l’asilo.
ci arrampicavamo su per la rete e ci intrufolavamo a giocare nei pomeriggi in cui veniva svuotato.
e c’eravamo solo noi, in quattro o cinque.
un giorno alessandro sbatté il lato destro del cranio su uno spuntone dello scivolo.
forte.
un fiotto a due corsie di sangue scarlatto scuro sgorgò come un fiume selvaggio davanti a noi.
agnese cominciò a piangere.
disperata.
io mi affrettai a strillare di correre tutti a casa di alessandro, per farci aiutare da sua madre a fermare quella piena dalla testa.
ci restò impresso a lungo e lì non ci tornammo più.
la vivemmo come un rimprovero della vita quella cosa.
un non si deve fare e non si fa e allora non lo facemmo ancora.
libero la tavola, lasciando la tovaglia stesa nella sua giusta metà.
non ci sono molliche, perché il pane non lo mangio se non in bruschetta.
faccio per chiudere la finestra, prima di uscire di casa.
la vedo al suo solito posto.
è la rosa, quella di quasi due metri.
solo due giorni fa aveva ancora la testa ricoperta di petali rosa sbiaditi dal velluto della loro consistenza.
oggi ne ha solo due o tre, non di più.
è l’inizio della fine di ottobre anche per lei, che è fiorita con la primavera dell’inverno.
mi manca già quella sua fierezza femmina che mi guarda dall’alto verso il basso.
o dal basso, quando la cerco dall’affaccio di casa mia.
è pranzo.
il nome comune di cosa.
maschile.
singolare.
(minuscolo).

bi



[ph. bi: aceto balsamico, tracce]

martedì 22 ottobre 2013

geometria d'una bellezza

è altissima e affusolata
l’ho vista sotto una magnolia
condensata in un’aria sognante
quasi a nascondersi da occhi inopportuni
occorre notarla
nonostante sia così allungata
– ah, allora sì ch’ella si manifesta impavida
ieri è stata la mia prima volta
solo ieri mi sono accorta di lei
e sono arrossita
m’osservava dall’alto
la testa declinata verso l’infinito del sottosuolo
con una geometria così rosea
per niente impallidita
un’overture di aromi vellutati
e spine puntute d’orgoglio e giudizio
“sono in ogni parte della mia materia”
questo sembrava dirmi in silenzio
dall’alto dei suoi quasi due metri
due metri di sottigliezza
di bellezza garbata e sottovoce
piena di avverbi di campo
e mai di tempo o di luogo
a sé stante
femmina e rosa
da donna a donna
un filo d’argento ci univa non visto
e in me un soffio d’emozione
è sbocciato dentro
poi un balzo di malinconia
e la percezione della rovina
la rovina insita nel suo sguardo
una certezza insapore e silente
d’essere – ella – per il mondo
solo e soltanto una rosa
una rosa
nulla più d’un fiore
altissimo e affusolato
sotto una magnolia
di un anonimo giardino di città
– e nient’altro

bi
 
 
 
[floridóptero, di esteban leyton]

mercoledì 16 ottobre 2013

rose rosse

sedevano composte in un tavolo da sei. la tavola apparecchiata era movimentata e le cose vi giravano sopra in ordine sparso, seppure fosse pulita e senza macchie, senza acqua caduta accidentalmente e schizzi di sugo attorno ai piatti bianchi. erano quattro giovani fanciulle e una donna adulta di spalle.
due parlavano tra di loro, messe una di fronte all’altra. se l’erano scelto prima di sedersi quel posto – ne sono certa – proprio per ritrovarsi con i visi allo specchio e le parole incrociate al loro centro. fammi assaggiare la tua pasta, diceva una. sì, sì, ché è buona anche senza il sugo di mamma, le rispondeva l’altra.
sorelle, quattro sorelle, seppur differenti nei colori e nelle linee.
una era buttata sull’angolo vicino alla finestra, silenziosa e dedita ad agghindarsi le ciocche castane chiare. appena dodicenne – così pareva – con lunghi capelli annodati su loro stessi in caduta nel lato sinistro del viso, con le punte schiarite dall’estate finita.
sembrava slegata dal resto del tavolo, come se cenasse da sola e senza ingoiare cibo. si era accostata una fine rosa rossa sulla guancia destra, facendola scivolare avanti e indietro, per trovarne la più giusta inclinazione per una bella inquadratura. voleva scattarsi una foto, che sembrasse presa d’improvviso e senza studio, naturale quanto basti per piacersi sotto la stessa luce in cui presumibilmente la vedesse il resto mondo.
di fronte a lei una bambina poco più piccola mangiava il pollo in silenzio. anche lei aveva una rosa rossa, sistemata in perfetto orizzontale tra il bicchiere ed il piatto pieno. gli occhi li affondava nel piatto, poi li faceva risalire in aria e li spostava verso destra, alla ricerca di sua madre.
una donna mora, esile e composta era seduta infatti a capotavola a raccoglierle tutte davanti a sé. era impegnata con il suo telefono cellulare, mentre attorcigliava scomposta una folla di spaghetti sottili, che le sfuggivano dal piatto. poi alzava lo sguardo, passava in rassegna le sue quattro creature sedute a tavola, controllava che i piatti si stessero svuotando, per poi tornare nei suoi pensieri affondati nella luce artificiale del telefono. aveva donato a tutte una rosa rossa.
intanto le parole continuavano ad incrociarsi tra le due sorelle frontali, accomodate rispettivamente alla destra e alla sinistra della madre. brevi visi accesi da sorrisi e pensieri bambini, contornati da capelli sciolti e ben organizzati lungo le loro schiene.
quella di sinistra sorrideva di continuo e restava impegnata nel suo piatto ricco di pietanze verdi attorno ad una fettina di carne scura. agitava la sua rosa rossa col braccio sinistro, accompagnando discorsi spensierati e gesticolando allegria e garbo.
la sorella di fronte la ascoltava divertita, interrompendo a volte con frasi corte quel monologo così ben articolato. aveva un bel viso tondo, accerchiato da lunghi capelli cenere, che le coprivano il profilo gentile. avevo preso di getto la sua rosa rossa e aveva cominciato a sventolarla sul muso di sua sorella, ridendo a voce piuttosto alta e muovendosi sbattendo sul tavolo e spostando la tovaglia. i suoi erano movimenti selvaggi e poco ponderati, quasi poco consapevoli di siffatta potenza, pronti a scoprire un viso piatto con due mandorle perfette al posto degli occhi.
tutte e cinque separate e a sé stanti, eppure così unite da amorevoli fili invisibili, intessuti da quella madre indaffarata e così presente con più d’uno dei suoi sensi, riunite in quel loro qui e ora di una domenica sera piena di rose rosse.
cinque donnine erano cucite insieme da un forte sentimento di appartenenza familiare alle loro radici comuni, mentre già si stavano inconsapevolmente costruendo, ciascuna per sé, un segmento di autonomia e libertà. da vincoli, provenienze, storie di vita, da quei fili d’aria. nella pienezza della libertà di essere presenti senza assenze.
come le rose rosse.

bi




[ph. christian schloe digital art]

venerdì 11 ottobre 2013

in fondo è solo autunno

 
 
accade al mattino

la luce del buio non è tutta uguale.
al mattino, ad esempio, è grigio piombo, rivestita di sottili riflessi argentei.
è lì, in quello spicchio d'argento, che il mattino viene alla luce con tutti i suoi adagio.
scendo al di sotto dell'unica coperta che mi separa dall'aria rinfrescata e non riesco mai a sentirmi del tutto verticale.
indugio e, quand'anche sia eretta, in me domina un sentimento trasversale.
metto a bollire l'acqua per il tè e mi perdo in tre mattonelle della parete: sono là a disegnarmi un cuore.
ecco che mi siedo e ci parlo (da cuore a cuore).

l'autunno mi si deposita addosso.
poi entra dentro.
ho foglie sospese nei capelli, di quel nocciola dorato che annuncia la caducità dello starci.
oggi sei la foglia che regna sulla fronda di una quercia secolare, domani il foglio appassito di vita vissuta, inaridito e pronto a volare come polvere.
amo perdermi in quegl'occhi appena un po' lucidati dalla fissità delle palpebre, da quell'immobilismo temporaneo che li tinge di emozione e li fa riflettere a se stessi.
come una luce nera.
il vento mi strega e ruba frequenze a tutto il mondo.
mi bolle in fondo e s'intrufola nelle cavità nascoste di una me candita e caramellata.
l'autunno germoglia ad ottobre.
mi metto il caldo in tasca e lo tocco con impazienza mentre sono fuori.
lo giro, lo accarezzo, lo rigiro, lo maneggo, lo stuzzico.
e intanto sento venir meno l'aria che s'intrufola con dispetto in cima alla gola.
ah, che peccato grave la dimenticanza.
come si può scordare il giallo della terra estiva, semplicemente perché l'autunno s'è impossessato di te?
t'affitto i miei campi di grano, se li vuoi, sì che calpestandoli e vivendoli tu ne tenga memoria per sempre.
piantaci su degli alberi pieni di poesia e nessun autunno verrà mai ad ingoiarne le foglie.
è autunno, usciamo.
vorrei essere cucita sulla brezza mattutina, per vivere vaporosa e senza geografie.
radici nell'aria, queste vorrei, incrostate e trasparenti.

bolle.
l'acqua per il tè mugugna.
rieccomi.
affogo il mio grigio tè mattutino in quel cratere fondo ed incandescente.
la dimenticanza, mai mi avrà la dimenticanza.
nulla si cancellerà da queste membra pulsanti, finché non ne sarò del tutto oltrepassata.
stringo metà del limone nella teiera e mi annuso le mani bagnate, che si sono imbevute del suo gusto giallastro.
l'autunno è la gestazione della neve.
aprire la porta e trovare tutto bianco e rigido, questo pure vorrei.
la testa coperta, la sciarpa addosso e i calzini di lana.
aspetto pure questo, aspetto pure questo.
mangio i biscotti appena inzuppati, prim'ancora che si sbriciolino nel tè.
centinaia di parole confuse mi vociano in testa.
sto bene, grazie.
in fondo è solo autunno.

bi
 
 


[immagine di mariana palova "moon tales"]
 

mercoledì 9 ottobre 2013

le forme dell'amore

amore genetico
amore sanguineo
amore inteso
amore distato
amore inerpicato
amore trasversale
amore raggomitolato
amore desertico
amore immaginato
amore transumato
amore ramificato
amore rischiarato
amore sordo
amore a sorsi
amore nuvoloso
amore rastrellato
amore mietuto
amore di cristallo
amore sommato
amore di confine
amore atterrato
amore disossato
amore in rovine
amore albergato
amore senz'apostrofo
amore al crepuscolo
amore ammucchiato
amore randagio
amore immobile
amore ibrido
amore albeggiato
amore disciolto
amore costellato
amore vertiginoso
amore ingoiato
amore tracimato
amore rabbrividito
amore inverso
amore tinto
amore al quadrato
amore che scorre
amore spogliato
amore fertile
amore certo
amore asimmetrico
amore alluso
amore intimato
amore senza geografie
amore mediano
amore scovato
amore penetrante
amore speziato
amore spaziato
amore versato
amore apparecchiato
amore condito
amore ricordato
amore fritto
amore dipinto
amore incantato
amore situato
amore sincronico
amore aspirato
amore espirato
amore affrettato
amore scosso
amore vagheggiato
amore ruvido
amore alberato
amore consegnato
amore circolare
amore inginocchiato
amore fradicio
amore obliato
amore stellato
amore affilato
amore sdrucciolevole
amore allo specchio
amore in silenzio
amore agito

bi




[ph. ewa adriana szumowska]



martedì 8 ottobre 2013

due divani da due

di lì a poco sarebbe piovuto. lo annunciavano le colline imbrunite, di quel verde già bagnato prim’ancora di incarnarsi con la pioggia. settembre, il sette, dopo un pranzo pieno di famiglia e di piatti tradizionalmente carichi e colorati, con otto sedie disposte attorno al tavolo rotondo al centro del salone del piano di sotto. disuguali, sei in un modo e due zingare ed impagliate provenienti dalla cucina. ecco: quelle le mie preferite da sempre.
tuoni lontani, il vento che ne alza il volume ed il pranzo dissolve i presenti, portandoseli nelle loro cose altrove. noi lì, nella cucina adiacente, illuminata dalle due finestre che ci buttano nel verde: ci affacciamo e ci ricopre una costa di aceri e conifere e querce, una misticanza di verdi zuccherati che si perdono tra loro.
il vento si rinforza, la finestra sbatte una delle ante su di sé ed eccola, precisa come il rintocco della campana delle tre, la pioggia da subito forte e decisa. piove ogni volta, ad ogni pranzo di settembre che facciamo tra di noi. entriamo che c’è il sole e il caldo è appena un po’ sfiorito e passato, ma poi dopo le due accade puntuale il vociare della pioggia. acuto e un po’ grave, che smuove le foglie degli alberi da farli echeggiare anche lontani, ininterrotto e potente, che scorre sui sampietrini generando fiumi fragorosi e lucidi, forte e armonioso, come una melodia che ci avvolge mentre prendiamo il caffè.
noi quattro. quattro donne, quattro generazioni, quattro mondi.
- andiamo su, mettiamoci sul divano. 
è chiara che parla. una i maiuscola, alta da sempre, da quando era bambina e più alta di tutti e già maiuscola dall’infanzia. chiara come i suoi capelli appena poggiati sulle spalle, come la pelle color perla, nitida e fresca. si muove a passi svelti e brevi e noi la seguiamo al piano di sopra, messe in fila in ordine sparso. l’ultima sono io, la più piccola quasi ogni volta.
facciamo il nostro ingresso nel salone, riempito da una luce ingiallita e dalla musicalità del tardo temporale estivo. l’acqua corre e sembra una quantità tale da poter riempire la valle e far nascere un nuovo lago a mille metri, di cui dovremmo solo inventare il nome. (il lago dei pensieri, così lo chiamerei).
ci sediamo. due divani da due color avorio e leggermente floreali ci raccolgono al centro del salone e ascoltano le nostre chiacchiere femmine.
siamo sempre state tanto donne nella mia famiglia. tutte femmine che finiscono con la a e sanno fare da sé e anche di più, accompagnate e non, solitarie eppure mai sole. donne che si bastano, queste siamo. un po’ tutte così, anche chi ancora non lo sa (ed è meglio per lei, dico).
del pranzo e dei presenti, di quello parliamo. della pasta che non è avanzata e dello zafferano che ci si sposava benissimo. del matrimonio delle cinque e della sfortuna dell’arrivo della pioggia, ché chissà quella poveretta della sposa come potrà fare con quella sua veste candida che dovrà strusciare sulla strada infangata. del passato, di quello parlo io, ma non per malinconia, quanto per la nostalgia di attimi che conservo nelle interiora, proprio così: intatti e mai masticati del tutto. per conservarne ricordi carnali e non sfatti e diluiti.
- quando andavamo alla terra di zio, ti ricordi? e coglievamo cestini di ciliegie, arrampicate sulla scala di legno. (e io fuggivo alla sola vista delle api e delle cassette con cui zio le coltivava con passione). e zio faceva la discesa a macchina spenta, in folle, con la otto e cinquanta color crema. alle quattro mi facevi il panino come volevo io e mi chiamavi signorina tumistufi
ero come la sua quarta figlia, piccola, estiva e un po’ bizzarra. e lei mi amava, eccome se mi amava, come si amano le estensioni delle proprie sorelle. mia madre è la sorella minore, io la nipote frizzante e stravagante, piccola pure di statura, esile e scattante.
- ti cambiavi vestiti tre volte al giorno, mi facevi impazzire! neanche dovessi andare chissà dove.
mia madre ride ogni volta a sentirmi raccontata in questo modo, arrivando a far mostra perfino delle gengive e schiudendo i suoi occhi cioccolato fondente.
la gioia è un’asimmetria di attimi e sguardi familiari, come quelli che stiamo vivendo in queste poche ore pomeridiane, contornati dalla pioggia, ora illuminata dal sole, eppure così caparbia e ancora lì a scrosciare sicura di sé.
donna, pure la pioggia, e appoggiata anche lei, insieme a noi, nel salone di sempre, in cui correvo e mi nascondevo da bambina.
noi quattro nei nostri due divani da due.

bi
 
 


[ph. bi]
 

mercoledì 2 ottobre 2013

antologia di un'emozione


raccolgo parole e le avvicino tra loro, affinché si scaldino e rimescolino il confine confuso che le disunisce e le fa danzare in questo spazio di relazioni.
ho raccolto qualche poesia, dunque, di quelle che ho scritto qua e là e di cui vorrei lasciare traccia in queste radici preziose, affinché crescano rami pronti a svettare coraggiosi verso i cieli.
ad ogni poesia ho avvicinato una immagine, quella che avevo negli occhi o nel cuore.
a volte mia, a volte no, eppure amorevolmente scelta.
ecco perché antologia: un cestino di vimini con una tovaglia a quadri ripiegata e molti fiori sparsi. tutti differenti.

buon viaggio, bi 

(sorrido)




ho le tasche vuote,
gli occhi pieni di sonno.
ma una lingua della nuvola
su cui poggio i piedi e viaggio
posso donartela.
(ecco, questo è il mio palindromo).

bi | otto aprile

 [ph. julie de waroquier]


***

 


un vociare mattiniero
di mani che s'inumidiscono
e confessioni che s'incrociano
il tempo si confonde
e si declina al remoto

bi | due luglio
 
[ph. bi: roma, il bucataio]
 
 
***

 
 
 

passo per il nocciola e il rosso,
per l'aroma del sandalo,
la ribellione dei no
e l'amore dei sì.
per le note di vivaldi
e i capricci di paganini,
per le lacrime di catherine earnshow
e il vento furioso della brughiera,
per la pioggia che piange a luglio
e il letargo invernale di chi,
come me, ha la pelle trasparente.

bi | dieci luglio

[ph. bi: lisboa, more than a shopping bag]


***




una vestiva l'ocra del fieno
e prendeva di petto il mondo.
ammiccava talvolta un sorriso

per perdonare mortificazioni universali.
donna tra le donne, spirito tra gli spiriti.
l'altra era tinta di rosso passione.
sangue vermiglio la percorreva di visioni celestiali,

mentre ella falciava il mondo a metà

con l'intensità carnale del suo profilo.
l'ultima aveva un mare di acque profonde addosso.
azzurra come i cieli che si concedono a intervalli,

nelle spalle aveva tatuato il candore.
nell'orizzonte era la sua pace.

bi | quindici luglio
 

[william whitaker paintings]
 
 
***

 


mi sporgo nel dubbio di me
ne osservo l'immensità silente
un acuto calore mi pervade
il petto stringe e si ritrae
il corpo tutto annuisce
e dunque varco la prima soglia

bi | due agosto

[la bambina di terra, di john collier]


***
 


smuovo e snodo passi disuniti
una brezza di polvere stellare
si riduce baciandomi il viso
mi bollono dentro i miei oceani
la mia esistenza è virale  
è un'energia che mi abita
non sono mai definita
né definitiva
sono un'anima dispari

bi | nove agosto
 
[ph. bi, ponza]
 
 
***
 
 
 
 
levandomi questo velo di aria frizzante
scogliendomi nodi selvatici e spinosi
mostro agli occhi miei ansiosi
la libertà delle colline
di essere segrete e stondate

bi | ventidue agosto
 
[ph. bi: rosciolo de' marsi, aq]

 
***
 


 
che se ne fa di un'emozione
se non può raccontargliela
di una luna accesa
se non può indicargliela
che se ne fa di un gesto
se lo vede allo specchio
di parole messe in fila
se non può sussurrargliele

bi | venti settembre

[ph. christian schloe, digital art]
 
 
 
| fine prima parte |

martedì 24 settembre 2013

al numero venticinque

al numero venticinque ci abitano quattordici famiglie. tre per piano, due al quarto. il primo è un piano terra, senza balconi e con quattordici cassette della posta ordinate simmetricamente su due file. le incornicia un legno liscio e spesso e sono chiuse da uno sportello in ferro color ottone, opaco e rigato.
ci abito da quando sono nata al numero venticinque. da quando il giardino del cortile era incolto e selvatico, con un'ortensia media e sottile sul bordo stondato e tanti quadrifogli e fiori fucsia con i petali tondi e regolari. e tanta ghiaia. tantissima ghiaia al centro, di quella che restavo lì a smucinarla per ore, nella speranza di trovare dei sassi preziosi. lisci, un po' marmorei, sulle tonalità del miele, grigi cangianti e neri rugosi. bianchi no, non mi pare. troppo rari per restarsene in un cortile di provincia.
ci sto da quando ancora non esisteva il cancello a serrare il cortile e il vialetto era allargato verso il fuori, verso gli altri. quelli di passaggio o quelli invitati ad entrare. non c'era la paura dei ladri, solo un po' degli zingari, quelli sì. che giravano la domenica mattina dopo le dieci e spiavano le famiglie pronte ad andarsene. poi magari entravano e (dicono tutti) segnavano gli assenti o i presenti, scalfendo croci e simboli da streghe medievali sulle targhette dei nomi. tutte cretinate, secondo me, non lo so.
al secondo piano al centro, interno otto, siamo sempre stati lì. con un campanello con una lunga eco, molto elegante, eppure un po' troppo squillante. che gli altri mi parevano più discreti, più smorzati, mentre il nostro (boh) forse era così perché mio padre è da sempre fissato con le cose che squillano belle forti.
al secondo non ci stavo mai, salivo sempre a piedi al terzo da laura e federica. lì era tutto più bello, più alto e con le finestre disposte su tre lati del palazzo. il balcone era ampio e a elle e il salone così grande da correrci perbene e nascondercisi meglio.
salivo tutti i giorni, già dalla mattina per andare a scuola insieme. appena entrata, annusavo quell'odore di caffellatte tipico di casa loro. non era affatto come il mio. poi il pomeriggio federica mi aiutava con i problemi di matematica, mentre laura mi insegnava i trucchi del manuale delle giovani marmotte. ordinavamo i fumetti di topolino per data e salivamo ad accatastarli nei cartoni in soffitta, una volta che fossero aumentati troppo da non stare più in libreria. ci vestivamo da maestrina del far west e da dama con il cappello a falda larga, da cow boy e da punk, tutte truccate col nero sugli occhi e sulle guance.
salire in soffitta era troppo divertente. eravamo così in alto da vedere tutti i tetti e da affacciarci dentro al tetto del nostro palazzo. dentro proprio. al centro c'era un ampio stenditoio nascosto e in una porticina a destra la soffitta di laura. un posto caldissimo e dall'odore di chiuso perenne, pieno di piccole magie nascoste.
loro non ci sono più al numero venticinque. da tanti anni, da quando, finite le elementari, se ne andarono due palazzi più in là, in un quarto piano più grande e con un terrazzo coltivato come un giardino meraviglioso. da allora per me non fu più lo stesso venticinque: un pezzo importante di questo cinque elevato alla seconda era andato via per sempre, seppure per stare meglio, e nel frattempo non era più lì con me. un addio difficile da sistemare dentro.
il terzo piano era il loro, così come il secondo era il nostro. poche certezze hanno i bambini nella vita fanciullesca, quella era una delle mie: laura e federica sopra a destra, guardando a nord.
non ci sono più molti figli. al nostro tempo bambino, era pieno di piccole biciclette che sfrecciavano nel cortile dei garage e di palloni che finivano al primo piano, sopra al pezzo di prato con l'ortensia. e giocavamo a campana, in uno spazio due-per uno-per due-per uno-per due delimitato dalle lastre di marmo del pavimento dell'entrata del cortile.
ora c'è più silenzio, contornato da voci adulte e odori anziani, ed io non sono ancora andata da un'altra parte. non so come possa essere non abitare al venticinque e non stare all'interno otto (boh). non è più lo stesso venticinque, no, eppure ogni volta che varco la soglia del cancello e lo richiudo rivedo ancora tutto. e scorgo pure dei sassolini bianchi.

bi





[ph. niebl mirella, the unexpected]

lunedì 16 settembre 2013

preferisco chiudere gli occhi



"in viaggio, quando gli occhi cambiano ogni prospettiva
dando spazio alla circolarità".
maria a. listur


non puoi neppure immaginare
come possa smembrarmi
e permanere in più luoghi.
la mia casa è il vuoto,
il mio amore è il silenzio a scaldarla.
sono ricami le fratture del pavimento
su cui m'agito ogni giorno,
sono ricami quelli della roccia
dentro cui ho sigillato le parole.
vorrei essere trovata e strappata
a questa quiete indifferente e sorda,
vorrei che raccogliessi il cerchio dell'anima mia
e te lo infilassi nel dito indice.
com'a dire: laggiù, quello è il dove che c'aspetta.
sono ancora viva, non più orientata,
vedo e preferisco chiudere gli occhi.
tutte queste acque tra di noi
rimescolano i destini intagliati
e scombinano le ferite sui nostri corpi.
il taglio che ti ho inferto
è ora una fessura aperta al mondo.
lasciala così: spalancata.
amami con la bocca,
come un poeta ama le sue righe
nate dalla forma.
io t'amerò con le orecchie,
come un musico ansima appresso alle sue note.
t'inseguo ad occhi aperti e ti perdo,
sei come un bandolo ingoiato dal vuoto.
andrò dunque oltre il numero di avocadro.
sarà allora che ci separeremo
ciascuno dalle proprie membrane
e rimarrò senza parole, né nostalgia alcuna.
ora preferisco chiudere gli occhi.

bi





[creazione di christian schloe digital art]

venerdì 13 settembre 2013

settembre non è bello se non è…

litigarello.
si litiga a settembre e si fa pace ad ottobre. è una questione di numeri: sette(-mbre). e il sette è quello della crisi del settimo coso, in cui tutti sbroccano e, invece di vedersi belli e con gli occhi a cuore, si ritrovano a tirarsi buste dell'immondizia (chiuse) addosso.
d'altronde il sette è mistico, è storto e ritorto, è numero primo, sì, insomma, nel girone dei numeri primi è come saturno per i pianeti: quando ce l'hai contro, è guerra (e ho detto guerra).
si litiga pure davanti alle scuole per un parcheggio in primerrima fila, che consenta ai genitori di accompagnare i propri figli dentro all'asilo, senza che nessuno si bagni troppo le scarpe comprate coi saldi di fine agosto. si litiga per scattare loro una foto centratissima con i grembiuli bianchi e blu e arcobaleno, ricchi di manine ben piantate sulle tracolle pulitissime delle cartelle (ah, no, che dico: degli zaini, mica stiamo ai miei tempi), per poterle subito esibire a parenti e amici e social network e amici al bancone del bar e vicini di casa e simili.

pioggerello.
peraltro è così: settembre introduce l'autunno con l'equinozio del ventidue. un periodo meraviglioso, occhei, quanto malinconico, pieno di giorni stracolmi di lacrime amare, che sbattono la porta in faccia all'estate luminosa e assolata, tutti e trenta insieme. mica uno ad uno: tutti e trenta spingono in un attimo il portone in faccia al trentuno agosto e punto. si devono di nuovo attendere tipo duecentottanta giorni, prima che torni il tepore del sole fino a tardi.
che poi "piove dalle nuvole sparse / piove su le tamerici salmastre ed arse" d'annunzio l'avrebbe voluta scrivere di getto in un giorno di settembre, ne sono certa, ed invece per la fretta si era sbrigato e l'aveva composta in estate, perché era stato lasciato.

…azzurro, anzi azzurrello.
azzurro, settembre è troppo azzurro e lungo per me, mi accorgo di non avere più risorse senza di te. e allora io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te. ma il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va
(uh! m'ero fatta prendere dalle botte di celentanite che giacciono felici in me)
dicevo, azzurrello. perché il cielo ha questa tinta decisa e forte, senza incertezze e titubanze, è pulito e limpido. il mare pure è azzurrissimo e di più, col cielo che se lo bacia e gli si tuffa dentro in un amplesso amoroso ed intenso. tutto intorno s'inumidisce e si scurisce di tre, quattro toni, prima di imbrunirsi ed ingiallirsi. le montagne azzurrano i propri riflessi sotto i raggi sbiechi del sole e i vestiti si stratificano un poco e le coperte dai tessuti sottili si accoccolano sopra i nostri corpi rientrati alle scomode ripetizioni giornaliere.
azzurro, dipinto d’azzurro: così è settembre, se vi pare.

principiello
fatto di prìncipi e princìpi, inizi, esordi, aperture, novità, rinascite. tanto che non si può restarne sordi al richiamo e si comincia a saltellare verso nuove mete e larghe vedute. genti che si sposano, che nascono (settembre è zeppo di compleanni ed anniversari in famiglia mia), che fanno esami, scrivono tesi, vanno in primo superiore, partono per fine settimana allungati e ancora carichi di voglia di ferie d'agosto, che fanno diete macrobiotiche e consultano omeopati e streghe bianche.

andiamo, è settembre, è tempo di librare.
settembre non è bello se non è iniziato e vissuto.
(ohibò).

bi
 



[immagine tratta da hub09 social design]
 
 

mercoledì 11 settembre 2013

storia di un luogo chiamato amore



scritto lo scorso undici settembre
per un amore oggi quarantunenne






- qual è il segreto per restare insieme quarant’anni?

- ascoltare insieme la sua musica classica e i miei celentano e morandi, dentro la stessa macchina, dentro casa con lo stesso stereo. che poi sono quarantasei: sei anni di fidanzamento ufficiale, quando si fece più di centocinquanta chilometri con la cinquecento di suo padre, in mezzo alla neve alta e senza autostrada. era san valentino.

abbassò lo sguardo e lo fece scivolare giù, immergendolo nel pavimento. il suo naso sottile ed appuntito creò un’ombra sulle labbra, che trattennero altre parole. era volata proprio lì, verso quel san valentino. ed io la vedevo.

- fuggiva da me appena possibile, perché sapeva che ero lì ad aspettarlo. e non si faceva aspettare poi molto. altre volte invece l’ho aspettato a lungo, senza che arrivasse mai. rubava la macchina a suo padre, neanche ne aveva ancora una tutta per sé. l’amore è un atto di coraggio, sai? un giorno ci lasciammo. il distacco durò sei mesi, forse di più, eppure tornò lui e mi giurò che sarebbe stato per sempre, se io l’avessi voluto. “o me, o la musica” gli risposi secca, senza neanche concedergli un’occhiata. sapevo bene cosa gli stessi chiedendo. bene, lui fu coraggioso: scelse me. era la sua assenza che non potevo sopportare, il fatto che non ci fosse, che io mi sentissi abbandonata, mentre lui trascorreva le sue serate fuori tra musica e musicisti, in un mondo in cui io non avevo spazio. continuò a suonare comunque, ma in modo diverso: suonò per me, per l’aria di casa nostra, per insegnare la sua sensibilità agli altri. con passione, la sua.

- erano bellissimi: lui, il suo violino e la sua folta barba nera.

- sì, eccome! ci sposammo un lunedì pomeriggio, con poco, pochissimo, ma comunque con ciò che fosse sufficiente per amarci. anche per litigare, scontrarci, ammusarci, ritrovarci, abbracciarci, perdonarci e perderci nei nostri sguardi innamorati, ancora una volta. quel giorno era bellissimo ed il vestito glielo regalai io: un mezzo tait nero, con sotto una sottile camicia bianca ed un cravattino nero nascosto sotto al collo. portò i suoi occhi verdi bagnati dalla commozione fino ai miei. e ci scambiammo il nostro per sempre.

quel giorno anche lei era uno splendore, un raggio di luce incantevole che camminava sognante, accompagnata da suo fratello, nell’assenza di un padre mancato troppo presto. il suo sguardo lo gridava in silenzio: “vorrei infilare il mio braccio destro in quello sinistro di mio padre”.
a lui dedicò un trucco azzurro come il cielo abruzzese di settembre e delle rose chiare appuntate su una lunga veste candida, liscia e raffinata. se le mise anche in testa e profumava di mancanza e bellezza. tutta.

- siamo il giorno e la notte, eppure non ci siamo arresi. io non mi sono arresa.

e sottolineò quell’io, portando in alto le sopracciglia nere e ben disegnate, incantandosi in un movimento oscillatorio e regolare del mento, dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso, in un moto perpetuo che in quel momento generava un’energia cosmica che ci avvolgeva tutte.
avevano sofferto entrambi molto e non c’era alcun bisogno di dirselo a parole. eppure avevano sempre avuto il potere di tramutare il dispiacere di uno scontro in un nuovo inizio.

- ci si sceglie e ci si ama. pienamente, capito? sono le anime a scegliersi e i corpi le seguono senza indugio, nel rispetto reciproco. quando ci è capitato di esitare, sono corsa a cercare mio marito, l’ho fermato all’ingresso di casa e l’ho interrogato con lo sguardo. glielo dicevo che ero lì, che la comunanza avrebbe vinto sulla differenza, e glielo dicevo quanto lo amassi. anche in silenzio. e lo ha fatto anche lui con il suo, di silenzio. ci si ama anche così, senza le parole.

- qual è la verità del vostro amore?

- la nostra verità è che devi gridare, se l’amore grida forte, e che non devi smettere mai di guardare verso la stessa direzione.

- e se uno si confondesse e distogliesse lo sguardo?

- l’altro dovrebbe essere bravo ad accorgersene, andarselo a riprendere e riportarlo lì. il nostro amore non è un quando, è un dove da vivere e arredare insieme. questi quarant’anni sono un luogo chiamato amore.

uscì poco dopo, uscì assieme a lui. lui le prese la mano, lei gliela strinse nella sua.
la sera nel letto lei gli diede la buona notte, allungandogli un bacio sulle labbra e poggiando i piedi caldi sui suoi, sempre gelidi. lui si scaldò. lei gli chiese di abbassare il volume della tivù, lui lo abbassò.
lui la chiamò amore, con l’ardore di un eterno schiodato dal tempo, e lei lo sognò quella stessa notte.
non sognò un quando. sognò un dove.

bi

(a mio padre e mia madre,
al loro matrimonio oggi quarantunenne).



[immagine tratta dal film
"ferro 3 la casa vuota"
di kim ki-duk:
"siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi"]

lunedì 9 settembre 2013

nasi rossi

la fine accade.  

si stringevano a soffocarsi, a fondere l'una le braccia nella pelle dell'altra. s'oltrepassavano di strette e nascondevano i visi bianchi nel solco del collo, infradiciato di pianto.  
sono tutti così quegli abbracci: tolgono il respiro. il loro era prolungato, fisso e ininterrotto, a volte dondolato, come a dire "ti stringo di più, di più ancora di come tu possa sentire" e poi ritornava immobile e impassibile. silenzioso, un abbraccio lungo e silente.
nessuno sembrava accorgersene, seppure fossero sul ciglio della strada all'ora di pranzo, tranne l'altra. le osservava muta e sofferente e si premeva forte un fazzoletto candido sul naso. piangeva. le guardava e piangeva, sempre di più, piangeva e le fissava, mentre continuavano a restare intrappolate nel loro abbraccio a due.
non una parola, né un sussulto o, che so io, uno sguardo rivolto altrove. solo loro e il loro pianto intrecciato e il pianto dell'altra sopra il loro. erano attorcigliate in quella stretta annebbiata e vischiosa, mentre l'altra pareva una triste spettatrice affranta.
aleggiava un senso di morte. è la morte che ti fa premere degli insipidi fazzoletti bianchi sul naso, fino ad irritarlo e a farlo diventare rosso.  
ecco che finalmente mollarono la presa e s'incrociarono con lo sguardo, bisbigliando brevi parole confuse, per poi ripiegare i visi a terra. fu allora che l'altra si fece avanti, piuttosto esitante, e abbracciò anche lei la donna di spalle in lacrime. un abbraccio breve e gentile, di quelli che si concedono in quelle circostanze: quando ti muore uno caro.
ognuna aveva un fazzoletto personale e, durante quell'incontro, lo portava per conto proprio sul naso, a momenti alterni ed in maniera indipendente rispetto ai movimenti altrui. lo asciugavano, lo strofinavano, gli tamponavano le narici inumidite, lo usavano come sfogo per il loro corpo elettrizzato. ecco perché i nasi erano rossi, quelli di tutte e tre. a forza di sfregarli sulla carta legnosa del fazzoletto.
avevano nasi rossi e quei nasi rossi le accomunavano, imbevute com'erano in quel clima funereo di una fine purtroppo accaduta.
continuarono a parlare, pure se nessun suono sembrava spargersi intorno a loro. solo un alone indaco chiaro, doloroso e di non accettazione, che pareva ribadire quanto fosse colpa della vita quando la morte succede.
una sembrava soffrire più di tutte ed era la piccola donna bionda di spalle alla strada. era lei che, scesa dalla macchina, si era lanciata nell'abbraccio lungo e silenzioso, senza staccarsene più. la sua amica s'era spalancata e l'aveva accolta a sé e si stava lacerando il cuore insieme a lei, partecipando intimamente a quell'assenza ricalcata e fresca di giornata. l'altra era portata a commozione alla vista di quel dolore così tanto pianto e abbracciato.
la fine d'altronde accade a tutti, prima o poi, e pare pure non finire mai. era accaduta anche quel giorno e non faceva che finire di continuo, morendo più volte. moriva di nuovo, ad ogni abbraccio. ad ogni soffiata di naso. ad ogni breve frase raccontata. ad ogni pianto soffocato nell'incavo del collo.
nasi rossi dolenti di morte erano i loro.
ché è la morte che ti fa premere quegli stupidi fazzoletti bianchi sul naso, aspri e grossolani, nient'affatto morbidi e così freddi, da tingere i nasi. i nasi di rosso.

bi







 
 
"io non so se la solitudine, se quello
strazio chiamato solitudine, se quell'andare
via dei corpi cari, se quel restare soli
dei vivi, io non so se quel lamento della
solitudine, se quel portarci via le facce,
se quel loro sparire
di facce che avevamo dentro il respiro, non so
se il dono sia questo portarci via le
carezze, questa slacciatura.
è poco il poco che so e di questo
poco io chiedo perdono.
io chiedo
perdono per quello che so, perdono io chiedo
per tutto quello che so".

tratto da parsifal, in fuoco centrale e altre poesie per il teatro
di mariangela gualtieri
 
 
[illustrazione di pierre mornet]

 

martedì 3 settembre 2013

sarebbe...ma non posso

sarebbe auspicabile dire che sia bellissimo tornare dopo venti-e-passa giorni e provare gioia e piacere nel ritrovare i colleghi. quell’orda infernale che allevia le giornate barbose in ufficio (dicunt).
che la città al rientro non puzzi di cane morto e non sia ancora più cinerea del nove agosto. e pure che quell’orizzonte grigio che scorgo dall’autostrada, tornando, altro non sia che lo scenario costruito a cinecittà per un odioso film di paura.
che quello in casa sia solo odore di chiuso e non quel fetore infantile che accompagna i miei ritorni dai tempi che furono, pieni di lacrime e musiche di ligabue e dei depeche mode sparati dentro grosse cuffie. un odore tipo di blatte castano scuro-cioccolato, che vedono me entrare tristerrima, seppure io non possa vedere loro.
sarebbe cosa giusta e buona convincersi che il silenzio della casa vuota sia un silenzio gemello di quello di due giorni fa, dieci giorni fa, venti giorni fa, perché tanto sempre silenzio si chiama. quello pieno di fiori, monti, cose verdi, strade deserte, vicoli caldi e ventosi.
che lo spazzolino morbido che ho qui sia morbido come quello che ho lasciato lì e che disfare le valigie sia meno faticoso che farle.
che le mie gatte, che mi aspettavano tutte le notti in cima alle scale per accompagnarmi davanti all’uscio e assicurarsi che andassi a dormire lì, fossero proprio lì solo per cibo e bevande, e non per queste sciocchezze da ragazzina dell’asilo.
sarebbe meglio pure dire che i colori della città siano accesi come quelli delle montagne, già solo infilandosi su per gli occhi un collirio omeopatico (evvia).
che la luna davanti al balcone tutte le sere o quasi io ce l’abbia anche qui, pur vedendo che il balcone guarda il nord (e il nord la luna lo snobba e lo guarda frontale, con aria di sfida).
che le piante in balcone mi amino come la lavanda e la menta e il mandorlo dell’orto.
che il problema sia solo mio, che sono una romantica visionaria disadattata controcorrente.
sarebbe bello, sì.
sarebbe una salvezza per una come me, che è così da trentanove anni.
sarebbe, sì che lo sarebbe.
ma non posso.

bi



 
"e starmene al centro, abbracciata da un cuscino destro e verticale.
e chiudere le persiane di fronte alla luna e alla collina abitata.
e l'onda di lavanda e menta che mi avvolge pochi passi prima di inchiavare la porta al rientro.
e gli schiamazzi degli uccelli come unici rumori.
e gli zoccoli di legno e il pigiama a fiori, pure quelli.
e i sogni come richiami, coi risvegli di un tempo.
mancanze.
si chiamano così".

 
bi

[ph. bi]

giovedì 22 agosto 2013

del mare

del mare amo le case colorate vivaci, 
l'aroma verde scuro del basilico, 
gli scuri intensi chiusi sulle finestre. 
la polvere smielata dei granelli arrampicati sui piedi, 
il calore che sprofonda nelle ossa, 
le gabbianelle dalle ali tozze e gentili. 
le barche incrostate alla riversa, 
le torri che segnano brevi distanze, 
la foschia di salsedine. 
i pranzi scalzi e inumiditi, 
i progetti dai larghi orizzonti, 
i silenzi portati a riva dall'andirivieni delle onde. 
la confusione dei pensieri, 
le mancanze appena accennate, 
gli occhi chiusi puntati verso l'alto. 
le pelli lentigginose e dorate, 
i celesti azzurrati, 
le pappe nella plastica per i più piccoli. 
il vociare delle vecchie altalene, 
gli ombrelloni legnosi e spalancati, 
le radici fradice. 
amo il mare per i suoi attimi mai uguali, 
per le vette segnate dalle sue onde sulla battigia, 
per il suo essere mare così come altri mari, seppure oceani, non sanno rifare.

bi

 
 
 
[ph. bi]