venerdì 22 febbraio 2013

io scelgo la neve






siccome è febbraio, io scelgo la neve.
per svegliarmi e sentire il silenzio che alleggerisce le strade.
per aprire le finestre e ascoltare quel bianco che sussurra appena nello scricchiolio della neve sotto le scarpe.
siccome è febbraio, mi vesto pesante.
mi metto una maglia a maniche lunghe, una dolcevita di lana e poi sopra ancora un altro maglione.
e sciarpa e cappello, pure.
poi prendo ed esco.
a piedi, ché voglio scricchiolare silenziosa anch’io.
incontro la mia macchina tutta coperta di bianco e le disegno un sorriso sopra al vetro fatto con l’indice.
è felice, sì, perché si riposa e si gode il bianco pure lei.
vado in metro, allora.
ma prima resto un attimo incantata davanti al laghetto.
siccome è febbraio, è più freddo e più scuro, lo vedo.
eppure intorno la neve lo schiarisce tutto e fa sentire meno la mancanza dei fiori.
la metro è strapiena e le persone si accendono di risate e leggerezze.
pure loro come me hanno scelto di uscire a piedi.
e la neve, hanno scelto anche loro la neve.
di godersela, dico, e di toccarla e di farla scricchiolare sotto i piedi.
mi prende la mano e, stringendola, me la scalda.
lo sento il suo amore per me, lo sento forte.
siccome è febbraio, lo bacio e credo di trovare le sue labbra gelide come le guance.
sono bollenti.
- portami allo zodiaco, amore.
e mi ci porta a piedi.
una lunga passeggiata dove le macchine sono soltanto parcheggiate ai bordi delle strade e le strade sono riempite da chi come noi la neve non vuole guardarla dalla finestra.
né, peggio, maledirla.
la neve è un’occasione per fare cose che non avremmo fatto, è un dono, la neve, per restare tutti imbambolati e stupiti più a lungo.
e uscire a piedi, pure se è freddo ed è febbraio.
camminare in salita ci scalda, stare mano nella mano pure.
così arriviamo su in alto.
restiamo senza parole.
roma non l’ho mai vista così bella, non l’ho mai vista così bella.
è tutto diverso.
è un altro febbraio, un altro panorama, un altro odore, altre persone, altri passi, altre immagini, un altro orizzonte, altre parole d’amore, altri baci, un’altra temperatura, un altro freddo, un altro biancore, un’altra neve, un altro tutto.
tutto è altro, altroché.
siccome è febbraio, rivoglio la neve.
voglio farla scricchiolare nel silenzio e ci voglio camminare a piedi.
rivoglio i suoi baci, mentre ci giriamo intorno e il bianco ci rinfresca le guance.
voglio quell’aria sognante e sognata e gli alberi spogli coperti di candore.
anche quest’anno, io scelgo la neve.

bi 


"immagina di poter prendere l'uomo e di rovesciarlo come un guanto. non rimarrebbe così come lo vediamo ora; si espanderebbe fino a diventare l'universo".
(rudolf steiner)
 
 

 
[immagini mie, scattate a roma]

lunedì 18 febbraio 2013

un attimo

cosa si nasconde in un attimo?

piove a dirotto.
piove che il cielo sembra non riuscire più a contenere quel pianto e lo vomita alle sette di sera. è buio, un buio di febbraio delle sette di sera.
gio s’infila il cappuccio sul capo ed esce rapidissima dalla macchina. il cuore le galoppa impazzito e sembra sbalzarle fuori dal petto, mentre corre e va ad infilare la lettera nella cassetta della posta di lui, sperando con tutta se stessa che nessuno la veda e che lui non torni in quell’attimo. e scappa via come una ladra.
è bellissima, gio. pure con tutti i pedicelli sotto il mento e quell’aria spocchiosa da diana la cacciatrice.
- ma scusa, perché non gliela mandi per posta?
- perché deve sapere che sono stata lì, sotto il suo balcone, e che mi ha perso per un attimo...
lui l’ha lasciata. perché non era più capace, così le aveva rivelato. e lei non se ne capacitava e la notte non ci dormiva e il giorno si spaccava la testa pur di capire che volesse dire quel non essere più capace e come mai e perché quel no invece di un sì!
non seppe mai se lui la lesse. se la lesse in cucina con il giaccone ancora addosso semiaperto. oppure nell’androne ancora incredulo e appena incerto prim’ancora di salire le due rampe di scale. non lo seppe. né volle saperlo. mai. mai. 

piove a dirotto.
ari è chiusa in macchina, piena d’ansia e di rossetto rosso. i capelli sono lisci e ordinati, gli orecchini neri pendono appena sopra alle sue spalle. ascolta distrattamente canzoni a caso passate in radio, mentre la città la trapassa con le sue luci chiassose del traffico delle sette di una sera di febbraio.
tutti sono impazienti di tornare a casa, invece lei da casa è uscita da poco meno di mezzora. ha un appuntamento, un appuntamento con lui.
il giorno in cui lo incontrò, rimase impigliata in quello sguardo. intenso, onirico, ombroso... bello. uno sguardo dal quale non era più riuscita a separarsi. l'aspettava da tempo un’emozione così. da restarci sveglia all’una di notte e da credere che sì, la vita li avesse fatti incontrare proprio lì, in quell’aperitivo distratto. distratto per tutti, ma non per loro.
si cercarono, si trovarono. si parlarono al telefono per qualche giorno, vogliosi di rivedersi e di restituire ai loro occhi la sublimazione del loro primo incontro.
- lunedì sera alle sette sarò tutto tuo.
le disse. e lei precisa è lì. solo che si è fermata un attimo prima, un momento prima di arrivare dove lui già la sta aspettando.
ari è bellissima, con quel suo rossetto ciliegia e il cappotto corvino e quella luce accesa negl’occhi. è piena di sé e consapevole. ha chiaro che chi ti vuole non si fa aspettare in un luogo. semmai ti raggiunge nel tuo.
non seppe mai cosa pensò lui di quell’attimo di attesa. se l'attese anche dopo. o smise in poco tempo, dimenticandola. seppe solo che lei si era salvata.

piove a dirotto.
gigi l'ama quella melodia dell’acqua che si frantuma sulla finestra e se la guarda, così grigia e così liscia e così potente. febbraio è freddo e umido. febbraio è corto, è come una canoa che ti traghetta dall’inappetenza dell’inverno alla speranza della primavera. è febbraio, non c'è dubbio, e sono le sette di una sera di pioggia.
alle sette no, ma alle cinque c’è ancora il sole. non quel giorno, perché quel giorno piove. e la pioggia purifica, dice gigi, lava l’aria, cancella le maldicenze, scrosta le cose cupe, si porta via i ricordi scomodi.
è steso nel suo letto e guarda un po’ fuori dalla finestra, un po’ il soffitto di legno, un po’ chiude gli occhi. è quando li chiude che la vede. e li mantiene chiusi, per tenersela lì.
la sta aspettando, perché lei ha detto che sarebbe arrivata prima di cena, per le sette. e lui le ha già comprato le sue cose preferite da mangiare insieme, insieme a un buon bianco dai profumi floreali.
lei è come i fiori d’inverno, dice sempre. lei è una ventata di passato che lo avvolge nel presente, dice sempre. lei è un po’ pazza, un po’ strana, un bel po’ diversa dalle altre. eppure la sente così sua, così tanto sua da non sentire più il confine tra il proprio cuore e quello di lei. 
un giorno la sposerà, o forse no. un giorno comunque, ne è certo, vivranno sotto lo stesso tetto e guarderanno lo stesso soffitto e respireranno la stessa aria viziata e cucineranno insieme chiusi nella stessa cucina e si laveranno nello stesso bagno con la stessa acqua! questo lui lo sa.
in quell’attimo il campanello suona. rompe il silenzio di quei pensieri e penetra in quel momento forte e chiassoso. è lei. è lei ed bellissima. la guarda curioso ed in un attimo lei gli salta al collo e lo bacia tutto.

cosa si nasconde in un attimo, dunque?
è un attimo per sé.
eppure è un attimo per tutti.
un intimo attimo di ciascuno.
un attimo fatto dell’infinità di tutti.

bi
 


["pioggia di colori", artista di strada anonimo]
 

giovedì 14 febbraio 2013

un libro per librarsi

 
 


quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nella prima pagina, in cui avrò inflitto col cuore una dedica al mio universo.
una facciata vestita a festa, frutto del tempo e del sogno che ho stirato per farla nascere dalle tenebre del nulla.

quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nella prefazione, scritta durante il rumore della pioggia e il fresco del mattino ancora tenue e scolorito.
è un ingresso, più che una prefazione, arredato con colori chiari e subito caldo e conosciuto.
la frasi sono sussurri ventosi e tu ne sentirai l’aria, prim’ancora che il suono.

quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nelle pagine centrali, dove regna il respiro, il battito delle ali del cuore, la pancia e le sue emozioni più selvagge e femmine.
lì la bellezza trapasserà il pensiero e lo renderà carne attraverso le parole.

quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nelle ultime pagine, lente, stanche eppure vogliose di sapere.
di sapere come avrà fatto il corso degli eventi a trasfigurarci in un uno imprescindibile ed eterno.
un uno acceso sul bianco, altre volte sul rosso, altre sul rosa.

quanto a te, t’amerò dentro un libro.
nel finale, nella voce che ci griderà che è una fine solo per chi ci legge, ma non per noi che nel libro ci viviamo.
la fine è un orizzonte e noi già ne viviamo il suo oltre.
il suo al di là.

questo l'ho scritto per l’amore.
per l’amore universale.
per l’amore verso tutte le creature.
rivolto a chi mi ama, a chi amo, a chi mi sostiene, a chi sostengo, a chi mi teme, a chi temo, a chi mi guida, a chi guido, a chi mi rimprovera, a chi rimprovero, a chi mi nutre, a chi nutro, a chi m’ha dato la vita, a chi la darò io.
rivolto al cielo infinito, alla terra umida, ai paesaggi di cui m’invaghisco, ai luoghi cui appartengo, ai tempi da cui provengo, ai domani verso cui andrò.
rivolto ai desideri di tutti, ai perdoni, ai per sempre, ai sogni aperti e non più chiusi nei cassetti.
ma anche ai miei gatti e al mio cavallo, agli scarponi da montagna, alle frappe e ai biscotti al cioccolato, al divano con la coperta e un libro, alle donne, al film nel lettone, alla cena con le amiche e ai segreti contenuti, ai ti amo sussurrati e a quelli rubati, alle guarigioni fisiche e oltre, alla musica e ai suoi diesis, alla vita e al suo dopo, ai sì invece dei no, ai leggings, alla macchina vecchia e passata di moda, alle cose semplici, alla verità degli occhi e alle menzogne delle parole, ai san valentini e ai non san valentini.
questo l'ho scritto per l’amore.
questo è un libro per librarsi.

bi
 
[immagine: "kiss" by andy warhol, 1959]


martedì 12 febbraio 2013

un giorno sarò tua madre

un giorno sarò tua madre.
ci perderemo l’una negli occhi dell’altra e ci annuseremo con narici familiari e a forma di cuore.
tu saprai di me, io saprò di te.
io saprò più cose di ora, tu me le insegnerai.
vorrei che fossi concepita in viaggio, mentre tuo padre attorciglia i miei capelli sottili attorno alle sue dita forti e mi sussurra parole deliziose all’orecchio sinistro, quasi in silenzio.
ancora non ti ho mai sognato, o forse sì.
eppure già sogno per te attimi fatti di suoni gentili, profumi orientali, lievi carezze.
sarai desiderata e amata, amata e desiderata.
avrai sogni leggeri ed impalpabili, chiari, limpidi e illuminati.
ti porterò in montagna a guardare i fiori da vicino, senza staccarli dalla terra loro, a cercare rapaci e cervi e a chiamarli per nome, correndo in mezzo agli alberi profumati di antico.
ti insegnerò che dall’alto siamo tutti piccoli e che la natura si tuffa dentro di noi, nella nostra immensità.
tuo padre ti porterà lontano, tenendoti la mano stretta a sé.
con i suoi occhi vedrai città enormi e moderne e mangerai lo zucchero filato e imparerai a sentirti sicura e protetta e donna e guarderai lontano perché è lì, è lì che il tempo t’appartiene davvero.
lui sarà il tuo slancio verso il futuro, io sarò il sapore del tuo passato.
ascolterai la musica che ha fatto la mia storia e la storia mia con lui e la storia di tuo nonno, che ti ricoprirà con le dolci note del suo violino.
non lo fa più per nessuno, ma per te sì: tornerà a suonarlo.
ti laverai con l’acqua tiepida e userai l’acqua di rose.
te la spruzzerai guardando come faccio io e rideremo come pazze, chiuse insieme in bagno.
prima di dormire ci metteremo alcuni minuti insieme nel tuo letto: io ti insegnerò a pregare, tu mi ricorderai come sognano i bambini e come si chiamano gli angeli.
li guarderai indicandoli nel soffitto, salutandoli e ridendo, ed io li cercherò attraverso gli occhi tuoi, perché i miei, pigri, hanno smesso di vederli.
ti arrampicherai sulla libreria a piedi nudi e vorrai leggere con me, t’infilerai nel letto grande per fantasticare davanti ad un film insieme a tuo padre.
vorrei insegnarti a gesti e parole che il segreto della vita sta nella gentilezza, nell’attenzione verso gli altri e nella considerazione quotidiana verso chi ami.
che la vita terrena è fatta di tempo, ma anche di spazio e quello va condiviso, altrimenti le distanze diventano pian piano incolmabili.
vorrei dirti ogni sera che t’amo.
tuo padre te lo dirà ogni mattina, venendoti a svegliare.
e tu dovrai amarti ogni giorno ed ogni giorno un po’ di più.
non dovrai credere in me o in lui.
dovrai credere in quello che sarai tu, crescendo accanto a noi.
e noi staremo lì, a guardarti e sostenerti.
un giorno sarò tua madre.
e ti ricorderò che l’infinito si nasconde sulla punta del tuo dito indice, quello che punti di fronte al tuo sguardo.

bi




 

[…] come la mano che pensa dell'altra mano: si sovrappone, quindi è identica a me. e invece è opposta.
(anonimo)

[immagine di sara fogl]

mercoledì 6 febbraio 2013

Moonrise Kingdom




Ho visto Moonrise Kingdom ieri notte, per curare l'insonnia e la stanchezza. l'ho visto perchè la recensione dell'amico mio caro, flavio, mi ha convinto a farlo.
la storia contiene molti degli elementi che amo trovare in un racconto: è la fine dell'estate, la luce è gialla, due preadolescenti s'incontrano, si riconoscono, s'innamorano e scappano dal loro mondo per avventurarsi alla ricerca del loro universo. è attesa una grande tempesta, che come sempre, stravolgerà il vecchio per far affiorare il nuovo. è la storia di due anime legate da quel patto, che in quell'età si sente più forte che mai, che si fonda e si plasma sul sentirsi estranei al proprio mondo e al proprio tempo.
il tutto è narrato delicatamente, e prende  forma in una stramba ma delicata poesia.
questo ha spalancato le porte ai ricordi di quell'età, quando con lara, ci "chiamavamo" x ed y, manifestando il disagio di chi ancora si sente un'incognita, un'indefinita entità colma di emozioni e sensazioni che emergono per spazzare il noto ed accogliere l'ignoto corso, di un'esistenza altra, che non si riconosce più nel mondo incantato della fanciullezza, che discognosce "l'adultità", vissuta e percepita come lontana, estranea, oscura ed inaffidabile.
l'avventura è il fine ma anche il pretesto, per cercare di trovare un posto in quel mondo che sembra non accoglierci più come prima, quel mondo in  cui vorremmo trovare uno rifugio dove poter muovere i nostri passi incerti e poter mostrare i colori nuovi che sprigioniamo, a tratti violentemente e che non sappiamo capire e più contenere.
i protagonisti del film creano il loro mondo nuovo, creano anzi, una riserva sacra, in cui goffamente sperimentano le loro pulsioni profonde, nascoste, da  difendere fermamente da chi vuole usurpare quei sentimenti e quel legame indispensabile per potersi concedere poi, alla pienezza della vita. lo difendono da tutto e tutti, anche quando il loro "giardino segreto" verrà usurpato e distrutto dagli adulti e dalle autorità che li troveranno. crederanno fino in fondo a questo legame e riusciranno a tramutarlo in storia d'amore e d'amicizia che trasformerà chiunque sia venuto a contatto con loro.
questo tema è centrale nella mia vita, per il lavoro che faccio e per i ricordi così pregnanti, a cui ho avuto di nuovo accesso, grazie a questa incantevole storia.
e ricordo l'estate nel mio paesino fra le colline marchigiane, quando con i miei compagni ci preparavamo per intrapendere le nostre fughe avventurose. il fiume Fiastra attraversato a piedi sui ciottoli scivolosi, la strada nascosta che cercavamo nel bosco della selva scura, per non farci trovare, perchè quell'avventura rimanesse il nostro segreto, da difendere da occhi indiscreti e non abbastanza puri da capirene il significato. la casa abbandonata sotto la capagna del paese, che occupammo per un'estate intera, territorio da riempire di storie e sogni, solo nostri e di confessioni inconfessabili, di amori solo sognati e raccontati e di risate piene, pulite e fragorose, che liberavano, finalmente, quello spirito nuovo che nasceva piano piano dentro e che sentivamo troppo ingombrante per essere contenuto dalle mura delle nostre case.
mi è sembrato di risentire gli echi dei quei ragazzini lontani, perduti, ieri notte, mentre il film scorreva.

Di.




martedì 5 febbraio 2013

mi ricordi la roccia

mi ricordi la roccia.
quella su cui la natura posa il suo respiro e fa germogliare il muschio e l’erba incolta e barbara e selvaggia.
sembra immutabile, mai erosa, mai trasformata.
lento, nel tempo quasi eterno.
così mi sembri, tu.

mi ricordi il rumore della pioggia.
quella incessante, abbondante, vigorosa e fresca, una pioggia che inonda, nutrendo e piangendo gioia e vita.
una musica, quel rumore.
un temporale che grida forte, quasi infinito.
così mi sembri, tu.

mi ricordi il profumo della terra.
dei suoi frutti, dell’aria limpida e rigida, dei passi di chi quella terra la invade e la calpesta in cima alla testa.
e lei lascia fare, ché ha il capo massiccio e le spalle ampie e robuste.
carica su di sé fardelli non suoi e va. 
potente, quasi immenso.
così mi sembri, tu.

mi ricordi il silenzio.
il silenzio nel suo vociare, il vuoto pieno di spazio, il tempo che scorre e che ai più pare immobile.
plutone, ecco, plutone mi ricordi.
coi suoi giri pigri e lunghi come secoli, ghiacciato e sempre bollente, lontano e così intimo.
onnipresente e scivoloso, quasi liquido.
così mi sembri, tu.

mi ricordi un mantello.
scuro e pesante, che avvolge e protegge, che socchiude e lascia rifiatare, che vigila guardiano e si dischiude in un impercettibile sorriso.
sono gli occhi a sorridere, io li vedo.
accesi all’improvviso nell’abisso, quasi come lampi e fulmini. 
così mi sembri, tu.

mi ricordi le radici.
le origini, gli inizi, i principi, l’uno.
tutto in te vedo riunito: il cielo e il sole e i baci nostri e l’amore e le parole dolci e la voce che s’alza e il respiro che s’affanna e il cuore che pulsa e l’anima che si dà pace.
un ululato nella quiete, quasi un lupo.
così mi sembri, tu.

mi ricordi il vento.
dominante e tiepido, che spira e sposta l’esistenza, la mia, la tua, quella di noi due insieme.
e io ti corro dietro e mi sento una farfalla e poi ti giro intorno e sicura m’allontano e intimidita prendo e torno e questo moto è regolare come il respiro dentro al petto che mi spalanca il cuore e lo richiude e l’aria c’entra e tu pure.
io vi custodisco lì, dentro, in fondo, come si fa con i tesori più preziosi.
prezioso, così.
così mi sembri, tu.

mi ricordi la roccia.
quella su cui vola una farfalla.
quella su cui m'adagio io.

bi





[il bacio, gustav klimt]


venerdì 1 febbraio 2013

dov'eri?

dov’eri quando, angosciata, dissi a bassa voce a mia madre che andavo a piangere in bagno, purché l’avessero lasciata stare accanto a me cinque soli minuti in più?
i suoi abbracci e i suoi occhi lucidi erano su di me più forti di qualsiasi antibiotico.
i muri del bagno avevano piastrelle bianche e limpide ed io restavo lì più a lungo, per farmi consumare dalle mie innocenti lacrime bambine.

dov’eri quando, spavalda, indossavo senza timore il mio vestito da cleopatra di fronte a una platea nutrita di genitori affamati dei proprio figli?
con quella lunga, lunghissima parrucca corvina sul capo mi sembrava di allisciare il paradiso.
ricordo bene che mi presi i miei applausi ed uscii di scena di corsa, soltanto per andare a specchiarmi e per continuare a carezzare quella chioma meravigliosa.

dov’eri quando, incredula, esultavo di fronte al primo voto alto?
ero seduta con tre libri di fronte, la penna nera tra le dita umide e la sciarpa a seppellirmi il rossore dell’agitazione impresso sul collo.
e quelli non erano solo tre libri, ma tre direzioni.
le ho prese come si fa con una tisana, me le sono ingoiate.
erano tiepide e sapevano di fiori.
ho parlato per mezzora senza interruzioni e mi è sembrato di fare una passeggiata nel parco in primavera, eppure era febbraio.
uscii volando.

dov’eri quando, bella e profumata, festeggiavo le mie prime cinque estati?
sedevo sul divano, come se sapessi tutto dell’esistenza mia e di quella altrui.
ero lì che leggevo, eppure non sapevo ancora leggere.
inventavo segreti e li facevo scivolare sotto i miei zoccoli di legno dal colore chiaro.
avevo il vestito color ciliegia con le bretelle sottili, che stava a significare che di lì a poco saremmo andati tutti insieme in spiaggia, come ogni anno.

dov’eri quando, felice, raccontavo dei miei sogni desiderati e un po’ realizzati?
quando mi lagno, trovo sempre una mano pronta a spiegarsi per disegnarmi consigli.
fa del bene a sé, più che a me.
vorrei accanto chi amo quando gioisco e urlo la contentezza mia, invece.
eppure non tutti siamo così puri da saperlo fare.

dov’eri quando, ingenua, ho commesso il mio primo grave errore?
i cocci erano finiti fin sotto terra e avevano scheggiato pure le mie radici.
mi sentivo spezzata ed erano bastati già soltanto un gesto a metà e una parola storta.
ho imparato che il respiro è fondamentale per prendere tempo.
respiro per attendere, di un’attesa che sospende e previene le offese.
quelle che inferto agli altri.

dov’eri quando, disperata, la vita mi disse che di malattia si muore e che, pure quando si vive, ci si continua a sentire morti dentro?
la malattia parla.
non si vede, eppure tocca.
t’afferra, non è che ti sfiora.
non è una cosa a sé, diventa di tutti.
diventa universale.
e allora dall’anima passa alle membra.

dov'eri, dunque?

già, dov'ero?


bi, dialoghi surreali allo specchio




[creazione di shinya okayama, tratta da digital-art]

martedì 29 gennaio 2013

le donne vengono da venere e gli uomini da dove vengono non se lo ricordano

lei.
esce in ritardo ed incontra la vicina di casa. la saluta allegramente e, mentre corre velocemente per le scale, le augura un’ottima giornata, pure se fuori piove a dirotto ed è ancora semi-buio, perché sono da poco passate le sette.
s’infila in macchina svelta, i capelli già inumiditi perché l’ombrello… già dov’è l’ombrello? l’ha dimenticato nella borsa nera, l’ombrello, ché pioveva l’ultima volta che ha messo orgogliosa il suo impermeabile comprato col cinquanta percento di sconto.
conta fino a cinque, mette la retromarcia ed enuncia a voce alta:
“oggi è una bellissima giornata!”
e sorride mentre lo dice, se no non vale uguale. mette la musica col volume a ventisei e lo stereo grida una stra-bellissima canzone rock piena di energia propulsiva, un po’ canta, un po’ guarda curiosa il telefono in attesa che lui, sì, lui proprio, le mandi un buongiorno col cuore.
si butta sulla strada principale in quinta e va diritta. sposta il retrovisore su di sé e si stende orgogliosa l’ultimo gloss zeppo di luccichini, che le accende due labbra paurose color rosa pallido. manca qualcosa, si dice. osserva la strada, controlla lo spazio che la accoglie ben oltre i centottanta gradi di visuale che qualsiasi essere umano avrebbe e capisce che le manca il mascara nero, ché dove caspita te ne vai senza?
smucina con la mano destra nei pertugi bui, buissimi, della gigante borsa marrone, quella senza ombrello dentro, alla ricerca della pochette perduta. ma sì, quella fucsia da tre euro del mercatino, con dentro i segreti inconfessabili dei barba-trucchi!
intanto va dritta, non sbaglia strada ed è perfettamente in orario con la tabella di marcia, che la vuole fresca e leggermente truccata nella sua femminilissima postazione di lavoro.
ed eccolo qui: mascara. guida con la sinistra e intanto lo svita, tirando fuori lo splendente pennello attorciglia-ciglia magico. si protende appena in avanti, in modo da centrare perfettamente il retrovisore ancora puntato su di lei, non perde mai di vista la strada e le macchine e via! si stende alla perfezione e senza tocchi schifosi e non districabili il suo favoloso mascara nero non resistente all’acqua. ché se devi piangere, piangi, chi se ne frega che poi ti scivola e ti crea due strisce nere poco simmetriche sulle guance arrossite dallo sfogo. se devi piangere, piangi e ne mostri orgogliosa i segni sul volto e ciao.
l’opera è conclusa. mancherebbe solo lui. sì, lui, il moroso del messaggio col buongiorno e coi cuori. va bene, che aspetta a fare? afferra d’istinto il cellulare ed inizia a comporre lei stessa il suo breve ma efficace:
“li senti i miei baci che ti danno il buongiorno, amore?”.
intanto guarda avanti, guida perfettamente, senza mai esitare in uno sbandamento a destra.
(tutte cose assolutamente da non imitare, che sia chiaro, per amore del cielo, percaritàdiddio!)
arriva in ufficio precisa e puntuale, bella come una dea dipinta da uno street artist sui muri di lisbona.
viene da venere, questo è inconfutabile.

lui.
esce in ritardo ed incontra il vicino di casa. lo saluta a malapena, con un “salve” ibrido ed esitante e, mentre corre velocemente per le scale, si chiede come si chiami, ché tutte le volte proprio bo? se lo scorda.
fuori piove a dirotto e tira fuori orgoglioso il suo ombrello over-size di un nero da impiegato triste e mesto. eppure  sta di fatto che non si bagna manco con una goccia virtuale. s’infila in macchina un po’ goffo e, per chiudere perbene l’ombrello nero over-size, si bagna tutti i pantaloni e sgocciola in cima al sedile vuoto del passeggero. tira giù un morto.
accende la macchina e attende certosino che salga la temperatura quel po’ che faccia scaldare il motore e che lo faccia vivere più a lungo possibile e in salute, al motore, così come gli ha consigliato il suo irruento amico meccanico.
accende la radio e ascolta i commenti di quei truzzi che parlano di calcio poco dopo le sette di mattina e che giurano eterna fedeltà alle maglie rigate e sponsorizzate delle loro squadre superfiche e mafiose. la musica no, si ascolta pure le previsioni del tempo, ma la musica gli fa perdere tempo e gli fa mancare anche il tg con le ultimissime notizie dei cruenti fatti accaduti nella notte.
si butta sulla strada principale in quinta e va diritto, senza accorgersi del panorama ingrigito e delle grosse buche a terra, nascoste malvagiamente dalla pioggia, che continua a scendere senza sosta. ne prende una, di buca. tira giù il secondo morto. continua dritto, un po’ più incavolato di prima.
guarda il retrovisore per tenere sotto controllo la strada anche dietro e s’accorge che è spostato. l’avrà spostato la sua morosa la sera prima per stendersi orgogliosa il suo splendido gloss rosa tenue, mentre stavano andando al cinema.
continua diritto, il cellulare ben nascosto nella tasca del piumino. suona. il cellulare ben nascosto nella tasca del piumino annuncia l’arrivo di un messaggio. sussulta e s’agita nervosamente, cercando di ricordare quale fosse la tasca. la sinistra? no, non è la sinistra, lì ci sono le chiavi casa, che lancia stizzito nel sedile vuoto del passeggero. sì, è a destra, quella tutta bella compressa sotto le grinfie della cintura di sicurezza.
allenta la cintura e intanto la macchina, guidata con la mano sinistra, s’allarga sulla corsia di sorpasso e si becca il clacson impaurito ed isterico di quello che gli sfreccia accanto. tira giù il terzo morto. intanto il cellulare sta sempre là, nella irraggiungibile tasca destra, soffocato e quasi paonazzo per la mancanza d’ossigeno.
lo prende, lo acchiappa deciso con la mano destra e se lo mette davanti al volante. si chiede come facciano gli altri a fare due cose messe insieme, cioè guidare andando dritti e in modo fatto bene e aprire un messaggio sul cellulare. e gli altri, generalmente, sono donne. 
intanto goffo e mezzo tremolante apre il messaggio.
“li senti i miei baci che ti danno il buongiorno, amore?”
- i baci? li sento? che sento? dovrei fermare l’orologio per fermare il tempo che mi serve per a) accostare b) leggere e capire il senso “altro” del messaggio c) riflettere su una risposta all’altezza degli ammiccamenti della morosa d) scrivere il messaggio e) rileggerlo per scovare i maledetti refusi f) inviarlo.
la ama, moltissimo, ma non ci riesce proprio a fare due cose insieme e rimanda di un’oretta la sua dolce, dolcissima risposta col cuore, al suo arrivo sano e salvo in ufficio.
arriva trafelato, i capelli spettinati con un leggero buco aperto sul capo da una vertigine perenne e comincia la sua giornata, già stressato.
(tutte cose assolutamente da non imitare, che sia chiaro, per amore del cielo, percaritàdiddio!)
insomma ancora a chiederci delle donne, degli uomini, delle similitudini, delle differenze, delle simmetrie, delle asimmetrie, degli anagrammi e degli ossimori?
suvvia, gli uomini a mala pena si ricordano il nome del vicino di casa, anzi che no, figuriamoci se si ricordano se vengono da marte, venere o saturno...
ed in ogni caso quello, saturno, ce l’hanno tutti i santi giorni contro.


bi



"per un vero cambiamento abbiamo bisogno di energia femminile nella gestione del mondo. abbiamo bisogno di un numero critico di donne in posizioni di potere, e abbiamo bisogno di nutrire l'energia femminile presente negli uomini".
isabelle allende


[creazione dell'artista Os Gemeos]

mercoledì 23 gennaio 2013

lo aspettò per anni sul ponte

lo aspettò per anni sul ponte.
la serata era tiepida, settembre le rinfrescava le guance dorate dell’agosto trascorso al mare. tutti parlavano rilassati, incrociando risate e parole intorno al tavolo imbandito, con le bevande servite fredde e gli spuntini da consumare prima della torta per il compleanno di linda.
il vento era leggero e le voci dei presenti si confondevano con una musica blues di sottofondo. eppure rosabel si sentiva prigioniera dentro una sensazione di disagio.
se c’era qualcosa di sbagliato, si diceva, era senz’altro il posto. se qualcuno avesse potuto vedere quanto fosse stata smembrata in quel momento, avrebbe visto un pezzo di corpo là e tutto il resto, cuore compreso, altrove.
sperò che le passasse quel malessere.
la serata proseguiva piacevole, mentre rosabel abbozzava degli impacciati convenevoli piuttosto disadattati, conditi da sorrisi impersonali dei quali ella stessa si faceva meraviglia, ma dei quali i presenti sembravano non accorgersi affatto. erano talmente presi dai loro vestiti scuri e tirati a lucido, dai rossetti appiccicosi e i tacchi dodici delle ragazze, dalle camicie con il colletto turgido dei ragazzi, che tempo per soffermarsi oltre l’immagine altrui non ne avevano. né desiderio. l’unica fantasia che vedeva compiersi in quella festa era un tripudio di immagini ben costruite e vuote dentro.
quello strano disagio le aumentò dentro.
aveva lasciato il suo paese in festa, per ripiombare nel grigio cittadino in anticipo, soltanto per far felice linda.
- faccio sempre di tutto per non dire di no agli altri… e dico no a me.
pensò sospirando e spostandosi più indietro con la sedia. se qualcuno avesse potuto vedere quanto fosse stata malinconica in quel momento, avrebbe visto un corpo buio e senza luce. eppure nessuno sembrò accorgersi di nulla e la serata proseguì liscia.
intanto lì nulla sembrava lasciato al caso. neanche le emozioni congelate nelle foto scattate tra i vari gruppi seduti in posa intorno al tavolo. neppure le loro battute lasciate in superficie. né l’anaffettività con la quale posavano i loro regali per linda sopra al tavolo, restando in attesa che lei li aprisse svelta. volevano il suo grazie, la sua compiacenza. nulla di più.
questo era ciò che rosabel vedeva, rattristandosene.
crebbe l’imbarazzo di trovarsi lì e di voler tornare indietro nel tempo di poche ore, quelle sufficienti per telefonare e dire no! quel no che l’avrebbe trattenuta più a lungo fuori città.
guardava il telefono silente e accennava discorsi che poi seguiva distrattamente con le ragazze che le erano accanto. rosabel, che avrebbe voluto parlare della sua passeggiata in mezzo al verde del pomeriggio, delle foto scattate al suo paese da un punto diverso che glielo aveva fatto sembrare come mai visto fino ad allora, delle scarpe da ginnastica che ancora portava ai piedi e che le si erano riempite di minuscole spighe impertinenti, del sole degli ultimi tre giorni che le aveva invaso la stanza di prima mattina, si ritrovò a parlare di vestiti e cose senza sentimenti, senza entusiasmo, senza gioia.
- la gioia, questa mi manca.
e soffiò dentro un lungo sospiro. 
ecco che il suo telefono suonò.
trasalì.
non attendeva nessuno, ne era certa, ma forse in un angolo nascosto di sé desiderava ricevere un messaggio. lo aprì. una luce piena di colori decisi ed entusiasmanti la colse di sorpresa, tanto da farla tornare in vita, da illuminarle il viso e spalancarle le labbra per l’emozione.
erano fuochi d’artificio.
era lui che l’avrebbe voluta lì, accanto a sé, per guardarli insieme.
si sentì subito a casa, nell’altrove che sconsolata aveva salutato in anticipo, nel luogo che sentiva più suo delle altre cose sue, nell’affetto di una memoria dilatata e senza il tempo che passa per non tornare più. era tornato, tutto ciò che sentiva mancarle era tornato a scaldarle il cuore e il corpo tutto.   
sentì finire un’attesa di cui nemmeno sapeva l’esistenza. era come se fosse stata ad aspettare, affacciata ogni notte su un ponte poco illuminato e con lo sguardo perso verso l’immensità dell'acqua, che arrivasse lui. 
le parve di stare ad aspettarlo da anni su quel ponte e quell’attesa, piena d’affetto e riconoscenza verso la donna differente che si sentiva di essere, la fece innamorare.
lo aspettò per anni su quel ponte.
e lui arrivò.
 
bi

 
 



[immagine tratta dal film "la ragazza sul ponte" di patrice leconte
presa solo in prestito, poiché il racconto parla di un'altra storia]




lunedì 21 gennaio 2013

mi sono sempre fidata della gentilezza di prima mattina

cosa c’è di peggio di un tizio maleducato?
un tizio maleducato ed egocentrico, mi dico.
al bar, sono le sette e trentacinque del mattino.
mi guardo intorno mentre aspetto il mio latte molto schiumoso con caffè e abbondante cacao, ma in verità faccio finta.
sono più aria che sostanza a quell’ora, vedo e attraverso, parlo ma non dico, sento ma non do ascolto. 
il tizio è piuttosto alto e beve da solo il suo caffè ristretto senza la schiaritura del latte.
si gira più volte su se stesso, che se avesse indossato una gonna le avrebbe fatto fare la ruota, occupa più spazio del dovuto, dando distrattamente la schiena accentratrice a chi gli è accanto, racconta a voce alta tra un sorso e un altro di aver trovato la brina sul suo suv e che, che palle, ha pure tardato quei cinque minuti che ora non gli consentono di leggere il corriere dello sport.
indossa un giaccone imbottito scuro, occhiali scuri e un paio di hogan. sì.
sono le sette e trentacinque del mattino e fuori è ancora quasi buio.
è quello che ha parcheggiato in doppia fila, ci giurerei.
sono le sette e trentacinque del mattino ed è ancora quasi buio e lui porta occhiali da sole scuri.
mica perché non si può: è che il tutto è decisamente maggiore della somma delle sue parti, questo sì.
e sul corriere dello sport avrebbe letto le pagine del calcio, perché gli altri non li ritiene sport. sì.
posa la tazzina vuota, facendo risuonare il piatto e il cucchiaino che sta lì sdraiato sopra, ringrazia molto maschio la ragazza carina e gentile che gli ha servito un ottimo caffè scuro e forte, paga con una banconota da cinquanta euro quel caffè che non ne costa manco uno e ribadisce che il corriere dello sport lo tornerà a leggere all’aperitivo-time (dice proprio time).
sempre a voce alta. poi esce senza salutare.
non sbatte la porta solo perché la porta si chiude da sé, lenta e silenziosa lei, altrimenti sono certa che, sì, l’avrebbe sbattuta.
non ha parcheggiato in doppia fila il suo suv, mi correggo.
ha parcheggiato in doppia fila, nonostante il posto in prima fosse libero, il suo fottuto suv, quello strafottente.
cosa c’è di peggio di un tizio maleducato?
un tizio maleducato ed egocentrico, che si comporta male dentro e fuori dal bar.
mi sveglio.
continuo a sognare un mondo abitato da persone gentili e sorridenti che parlino a voce divinamente bassa, che occupino senza strafare uno spazio democraticamente condiviso con gli altri, che vestano per piacersi e non per piacere, che non comprino scarpe di merda, che abbiano una personalità rumorosa dopo mezzogiorno e fino alle dieci di sera, conservandone una soave e delicata dalle nove di sera a mezzogiorno del giorno dopo, che si dimentichino di pagare un caffè ma mai di dire ciao e buongiorno a tutti, proprio tutti, che li conoscano o meno, che parcheggino dentro le strisce bianche ricordandosi che non esistono solo loro, che leggano del calcio ma pure del fosforo, che si ricordino che la loro unicità è indice dell’unicità altrui.
mi sveglio e vedo un mondo che non è così.
mi stranisco di prima mattina, mi trema leggermente la mano destra e mi faccio sgocciolare un po’ di latte marrone-beige sulla sciarpa grigio chiaro.
non è aria, mi dico, mentre sbraito e mi asciugo rapida la sciarpa, che resta macchiata.
colpa mia. la vita ha punito la mia intolleranza verso il tizio facendomi macchiare la sciarpa. sì.
pago, saluto rattristata ed esco.
la porta si chiude da sé con gentilezza, mentre fuori fa freddo.
mi dispiaccio e subito dopo ripenso al tizio.
e al fatto che la pozzanghera marrone tinta unita di fronte al bar sia più grande di quanto mi fossi accorta entrando.
e che magari lui ci possa aver affogato le sue hogan di merda.
e cose cattive così.
torno al mio torpore.
d’altronde sono una che sbraita facile e che fa la tollerante a tempo perso.
mi sono sempre fidata della gentilezza di prima mattina.
così come della sua assenza.

bi



[creazione di miss van, da "pop surrealists"]

domenica 20 gennaio 2013

Canto errante delle stelle di Di.






- non disegnarmi confini, non cercarli.
voglio essere come l'acqua, anche quando non parlo e la luce è sottile.
 


- non voglio aggiungere confini, ho bisogno di una mappa, per non perdermi.
 

 - allora scegli una mappa dei cieli, una mappa delle stelle.
 

- sono lontane miliardi di anni, le stelle. quello che vedi è andato già. sono parvenze.

- sono le non prospettive, sono i non punti di vista, sono la tensione verso l'alto. sono metafore e proiezioni.
 

- vorrei tracciare una linea fra le tue stelle, una linea di racconti che decora contorni all'anima, solo per poterla vedere.

- non è necessario vedere. tornare.
 

- ho il passo incerto, svelto, poco equilibrio sulla terra.
 

- ma hai il flusso

- si è un flusso.
dove ci troveremo?


- io andrò nel giardino segreto. è bagnato come le primavere inglesi. tu vai lì, dove c'è l'albero sulla collina dalla terra rossa, e si vede la casa di campagna. oppure sull'altalena di nonno, quella sull'albero di fico.
 

- ah ricordo bene. e le notti profumate di fieno, con nonno che cammina davanti. ha la camicia leggera, bianca, e i pantaloni marroni. sembra un vecchio albero nodoso. ha la pella dura che sembra corteccia. a volte appare l'ombra deforme, ma invincibile.

- è tutto lì, anche l'altrove.

mercoledì 16 gennaio 2013

rifiorirai d'amore

ho visto i suoi occhi grandi e scuri sciogliersi in una cascata di lacrime dolorose e piene di paura.
era la fine dell’estate e un temporale le portò il presagio di una pioggia torrenziale.
e fu pioggia.
e furono lacrime grigie.
le sue e non solo.
il cuore le batteva forte e combattente e le diceva che insieme ce l’avrebbero fatta a percorrere una lunga e penosa salita.
- ché le salite finiscono, non sono mica infinite.
le disse pieno d’amore il cuore suo.
ho visto il suo corpo comprimersi e lottare.
finché arrivò anche il freddo, uno di quelli che entrano dentro e ci restano un bel po’.
e fu neve.
e furono lacrime bianche.
le sue e non solo.
l’ho vista gioire, raggiante come una stella vicina poco meno del sole, che festeggiava i suoi quarant’anni.
un vestito nero e luminoso le avvolgeva le forme e un foulard sofisticato le carezzava il capo.
mangiava felice, ascoltava ridacchiando le canzoni stonate dedicate tutte a lei, danzava come un merlo sinuoso al mattino in cerca di un amore da dichiarare.
e venne la primavera.
e i tramonti rossi della tarda sera.
i suoi e non solo.
l’ho vista raccogliere a terra i pezzi caduti e rimetterli insieme con la fermezza di una leonessa e la dolcezza di una gattina, ricucirli con dedizione e con l’aiuto dei suoi sogni di bambina e di chi l’ama da sempre ed in silenzio.
e sbocciò l’estate.
con le corse mattutine in riva al mare.
le sue e non solo.
- non hai mai scritto di me.
mi disse un giorno, a ragione.
è che la sofferenza non so tradurla, ha parole tutte sue che io non sempre so maneggiare.
le scrivo oggi, perché è tutto il giorno che penso a lei.
la vedo festeggiare, ché oggi è il suo compleanno.
la vedo piena di persone che l’amano ad alta voce e che la accolgono dentro abbracci pieni di fiocchi da sciogliere e regali da scartare.
la vedo vestita di grinta interiore e di un tocco di delicatezza che il suo corpo fragile oggi le conferisce.
voglio dirle che l’amore è una direzione.
che se la sbagli lo sciupi e il vento del mare se lo porta via.
l’amore va verso dentro, giù, in fondo, fino alla parte più nascosta di sé.
fino alla pancia.
l’amore cammina da fuori a dentro.
l’amore prenditelo.
e ingoiatelo.
rifiorirai d’amore, ti dico.
d’amore per te.
per quella te che porti in grembo.

buon compleanno, m.

bi



[creazione di jeremiah ketner tratta da "pop surrealist"]

martedì 15 gennaio 2013

A message in the bottle




Questo è un messaggio in bottiglia, che ha vagato per mille mari, ha superato molteplici tempeste dell'anima e non solo, ma in qualche modo ha sempre navigato per tornare, non per andare. Ha cercato, come tutte le anime gettate in questo strambo mondo, la lunga strada verso casa. Quella lunga strada di cui i poeti, i cantori i bluesman, hanno cantato, per secoli. Crediamo di andare per allontanarci, invece andiamo per tornare. Volver, sempre volver.

È approdato da dove era partito, nella casa-anima di Radicamenti.

Quella scintilla che la fece nascere , crescere nel liquido amniotico di Bi e Di, è ancora viva in me, nonostante le apparenze.

Questo messaggio in bottiglia vuole parlare a Radicamenti come parlasse ad una figlia.



Cara meravigliosa, cangiante, figlia luminosa, sei nata dal mio cuore e dal cuore di una mia sorella di viaggio, l'amica che lascia dietro di sé orma di lupo, come me. Sei nata in un giorno grigio ma pieno di risate. Sei nata piena di sogni scintillanti.

Non ti ho abbandonato, è che non so stare troppo nelle parole, mi ci trovo stretta alle volte, scrivo solo quando trovo lì, in quei segnetti neri, la misura di quel po' di me che capisco, che sgranocchio dalla vita a poco a poco. Per questo ti visito spesso, ti viaggio dentro, mi perdo, ma poco so starci. Sei una figlia, e come un figlio ti ho donato al mondo,“perchè è del mondo che sono figli i figli”, ti ho lasciato andare senza mai volgere lo sguardo, e accompagnandoti silenziosa. Ma sopratutto t'ho lasciato nelle mani di una grande tessitrice di trame multicolorate e sognanti, di storie dai toni più diversi, che ha mani leggere d'aria eppure feroci come artigli, che ha mani che sanno ricamare incanti. Ti ho lasciato in queste preziose mani, che ti hanno fatto crescere amorevolmente. Ne sono felice radicamenti. Sono felice di tutto quel che abbiamo generato e di come poi si è trasformato.

Voglio dirti di me che non so se ora sono più radicata a terra, ma so che sto imparando un po' a volare, fra goffi tentativi di volo e infiniti spicchi verso il cielo.

Cara radicamenti, voglio dirti quel che vorrei che ogni uomo trovasse dentro una bottiglia che proviene dal mare: “basta anche un niente per esser felici, basta vivere come le cose che dici, e dividerti in tutti gli amori che hai per non perderti, perderti, perderti mai...Ogni amore della vita mia, ogni amore della vita mia, è cielo e voragine, è terra che mangio per vivere ancora”.

Tutto è cielo e voragine per me, figlia mia, lo sei anche tu. Sei un cielo stellato e sei voragine assoluta, ma sopra ogni cosa, sei amore.



Buon compleanno Radicamenti.





Sempre tua

Di.

lunedì 14 gennaio 2013

chiedimi se sono felice. anzi, no. ci penso io.

chiedimi se sono felice.
anzi, no.
ci penso io.
sì, sono felice.
a prescindere dal resto.
indipendentemente dagli altri.
nonostante tutto.
malgrado le apparenze.
soprattutto nel rispetto della vita che mi sono disegnata addosso.
sono felice perché domani radicamenti compie un anno. si sente fresca come una rosa rosa-sfumato ed è felice che, parlando di lei, si usi il femminile. è uno spirito femmina, senz’altro. un po’ come diana, un po’ come afrodite, un po’ come artemide. perché mica è solo uno spazio o, peggio, un non-luogo. è luogo eccome e pure corpo e anche anima. è perfino un divano ampio e comodo con un tavolo etnico di fronte, due tazze piene di tè zuccherato, tante parole dette bene e un’aria fresca, contaminata da un’amorevole amicizia. come posso non essere felice del compleanno di radicamenti? dovrò anche farle un regalo con la mia di. magari basterebbe un po’ di silenzio, affinché si ascolti un po’ nel profondo e si senta appagata anche lei di essere se stessa: radicamenti.
sono felice perché ho superato brillantemente dieci agonizzanti giorni di bronchite, che sarebbe potuta essere peggio: broncopolmonite. e invece no. ho visto cose che voi mostri neanche potete immaginare. una notte mi sono svegliata mezza moribonda e ho trovato l’albero di natale acceso. che prima era spento. sì, insomma, qualcuno mi ha visto nel pieno della mia sofferenza e mi ha acceso delle lucine accanto, restandosene in silenzio e in un angolo buio… poi manco ho avuto il problema del che-mi-metto-a-capodanno, che è una questione annosa. dunque alla fine ho scelto il pigiama grigio scuro, zeppo di stelline e lunette e palline. tutte microscopiche. ah, anche le lenzuola dei peanuts, per sentirmi nel bel mezzo di una festa tra discoli e non solo a letto.
sono felice perché sono iniziate le frappe. che altro c’è da aggiungere ad una notizia fantasticherrima come questa? niente, parla da sé. frappe tutti i giorni e a volontà, frappe che che-te-lo-dico-a-fare quanto sono buone, frappe che ti regalano una manciata di sorrisi e brufoli adolescenziali, frappe che ti passa tutto compresa la sindrome dell’inizio settimana, frappe che il fegato si rassegnerà finché arriverà martedì grasso. lui se ne feliciterà e io manco un po’. evviva le frappe e chi le cucina!
sono felice perché penso alla neve e alle montagne e mi si apre il cuore. voglio dire, è importante avere una cosa nel cassetto che lo apri, la guardi e ridi come una pazza. sono felice anche se non le vedo e ce l’ho lontane, perché tanto ce l’ho nel cuore. quindi il resto non conta, no? me le sogno, le guardo, le penso e dico che è una fortuna avere delle montagne che stanno lì che m’aspettano.
sono felice perché già so che, se avrò tempo, disobbedirò all’intento di regalare un po’ di silenzio a radicamenti. perché parlo troppo e lo so. e se domani avrò tempo, le scriverò anche: "auguri", "ciao sono radicamenti e oggi è il mio compleanno!", "ringrazio bi e di per avermi dato alla luce il quindici gennaio del duemiladodici che era una domenica piovosa e grigerrima" e cose smielate così. perché disobbedire a se stessi è una cosa che fa bene, per sentirsi vivi e fieri di non essere automatici.
perché l’oroscopo dice che l’anno per i gemelli sarà bello e ho appena mangiato un bacio perugina con uno di quei foglietti dentro che tutte le volte dico: che palle le citazioni scontate dei baci perugina! e puntualmente me le leggo e pure prima di succhiarmi il cioccolato che avvolge la nocciola del bacio. sul foglietto di oggi c’è scritto: “la fortuna è già dalla tua parte”. che sommato all’oroscopo che dice che l’anno per i gemelli sarà bello fa che sono felice.
perché dopo vent’anni abbiamo di nuovo attaccato sull’albero di natale un babbo natale che ho disegnato a scuola, invece di prendere appunti. una di quelle volte in cui non avevo voglia di fare niente, che niente non è mai ma è voglia-di-fare-una-cosa-che-mi-piace e che non è prendere appunti. e quindi ho disegnato questo babbetto sorridente e con le gote gonfie. poi l’ho attaccato sopra un cartoncino e se ne sta beato tra le palle a fare quello che ha più esperienza, perché appunto ha vent’anni.  
perché c’è sempre un perché per essere felice. e se non c’è, ci penso bene e lo trovo. e se non lo trovo io, mi trova lui, che ci vede meglio di me che ogni tanto faccio la gnorri.
perché sì, invece che perché no.
 
bi
 
 


[creazione "never ending stories" di anry, tratta da pop surrealist]

domenica 13 gennaio 2013

l'occhio vede l'orizzonte anche se l'orizzonte non esiste





fu un bacio rubato su di un rossetto rosso.
la panchina era accogliente e respirava di un autunno lieve e un po’ rosa.
li abbracciò, li fece suoi.
non attese che s’unissero da sé, ci pensò lei.
li strinse e disse loro di crederci, di credere in quel bacio.
un bacio umido e timido, un bacio che sapeva d’immensità.
un bacio rosso.
sono ancora lì che si baciano.
di un bacio rubato su di un rossetto rosso.

un petalo stanco cadde e s’adagiò a specchiarsi nel fiume.
la sua pianta lo aveva incoraggiato ad andare, che era bell’e pronto.
va’, che è la tua estate.
gli disse.
si fidò.
si lanciò ed iniziò a volare, libero e sottile.
e rosso.
s’andò a specchiare nell’ansa del fiume sotto i suoi piedi, sotto i piedi della pianta sua.
fu subito amore.
il petalo cadde e s’adagiò a specchiarsi nel fiume.
e s’innamorò di sé.

un libro s’aprì su una dichiarazione d’amore.
il vento invernale soffiava petulante e ansioso.
smaniava di spostarsi e di raccontare storie e muovere la polvere verso ovest.
trovò delle pagine sottili e legate tra loro, intrecciate in una stretta universale.
erano pagine rosse.
le guardò ammirato, le salutò, le sfiorò appena e l’incanto del momento lo fece spirare più forte.
l’emozione lo rese incalzante e le pagine si girarono a guardarlo stupite.
e s’aprirono.
quel libro s’aprì su una dichiarazione d’amore.
fu, quello, un freddo inverno meno gelido.

esiste una parte di bellezza rossa.
non è rossa in sé, ma rossa per chi l'ammira.
sa emozionare, sa suonare le corde del cuore.
t’incanta nei pensieri tuoi.
come quando fissi le onde e il mare e il cielo che lo sovrasta e ti fermi ad indugiare un po’ con gl’occhi.
fermi lo sguardo nella linea in cui il cielo incontra il mare e il mare incontra il cielo.
lì, dove paiono unirsi.
è l'orizzonte, pensi.
quella linea che c'è, eppure non esiste.
ti ci perdi, lo indichi, lo pensi, lo tracci.
tracci una linea, una linea che non c’è, se non dentro la profondità degl’occhi tuoi. 
gli occhi s'incantano sull'orizzonte e provi a spiegar loro che in fondo quel luogo non c'è.
provi a rompere l’incantesimo di quel bacio.
dici che no, l'orizzonte è un'illusione.
e intanto gli occhi ci si tuffano sognanti.
ti dicono che è vero, che l'orizzonte è vero.
sperando che tu non li contraddica.
(intanto mare e cielo s'amano).

bi

[immagine tratta da internet, un dono della mia robi]