giovedì 30 maggio 2013

incamminati nel mio immaginario


"mi stia lontano chi ha cuore arido,
chi ha ciglia asciutte".
johann wolfgang von goethe


entra, chiudi la porta.
chiudila dalla bruttura di chi bellezza non vede e puntini sulle i interpone.
entra, togliti il giacchetto.
l’aria dell’immaginario mio ti vuole sfiorare, a partire dalle pelli più sottili e fatue.
entra, fai due passi avanti.
c’è una luce che attraversa i mondi sinistri e giunge a destra, dritto nella cucina.
cibi si cuciono tra di essi e, prim’ancora che sapori, sono profumi di gusti immaginati.
vieni, gira a sinistra.
il panorama è impervio e roccioso, coni di ombre raffreddano le salite in quota e gole di luce e di sole ardono chi l’ombra non teme.
le rocce sono memoria e passato e hanno in cima alle loro punte la fioritura di un futuro che è appena accennato.
muschiato all’occhio, vellutato al tatto.
affacciati nella finestra lunga.
tetti sfumati di terra bruciata sovrastano dimore storiche e rurali, silenti fuori e rumorose dentro.
piene di grida, di schiamazzi, di risa sconnesse, di sguardi nascosti, di vita semplice eppure complessa, di bambini in vacanza l’estate.
muovi i tuoi passi, non esitare.
l’odore è pungente nel basso ventre e floreale salendo verso i soffitti arcuati e lattei.
un pavimento miele tradisce macchie di vita ed irregolarità di pensiero.
sono i sinonimi che si strusciano ai loro contrari.
spalla a spalla, la destra.
e si voltano furibondi per l’impatto, per finire poi abbracciati tra lacrime di pentimento ed evoluzione.
incamminati, ne hai il permesso.
calpesta parola per parola questa fila di atti coscienziosi e pieni di ardore e rivoluzione e passione.
sono i miei, gridati al mond’intero.
sono così, passion-aria.
in me arde selvaggia la giustizia e il senso di protezione verso le creature tutte, soprattutto donne e persone indifese e minoranze.
in me regna l’aria con i suoi venti tempestosi ed estivi, mai brutali e pur sempre impetuosi.
ti lascio in dono il mio fianco.
pungolalo in primavera e accarezzalo quand’è autunno.
lascia che cada morbido sulle gambe sottili che camminano senza sosta da anni e decenni e secoli.
ecco, qui c’è il mio cuore.
bianco e rosso.
rispettalo.
salutalo.
pregalo.
stringilo.
lascialo libero.
seguilo.
fa’ che ti voli dietro.
ascoltalo.
dormilo.
sussurralo.
lambiscilo.
amalo.
e s’incamminerà con te.
per sempre.

bi
 
 


[immagine tratta da internet]
 

martedì 28 maggio 2013

a te i miei occhi

sono nel grido di un treno lontano, di ritorno dal posto che fu.
una nebbia appannata di tempi ibridati m'incornicia ed ecco che adorna anche te.
t'incontro e gioisco e la mia mano s'incolla sulla tua guancia color latte così tanto familiare.
ti rivedo, teresa.
e rosea e pallida e fresca, proprio com'eri allora, mi rispondi che sì, ne sei felice.
ché sempre lo dicevi, finché la corporeità che t'ospitava te ne aveva accordato il permesso.
accenni un sorriso serrato su quelle sottili pieghe della bocca.
mi cogli e mi stringi a te con le tue dieci dita grosse.
piccolo essere selvaggio, mi dici, esistono alberi incolti e tu sei una di quelli.
quando i cuori avranno pensieri, continui, diventerai corteccia e ti fonderai con essa.
vivrai nell'immensità che tanto canti, laddove m'incammino anch'io senza più fatica.
mi guardi con il turchese dei tuoi occhi di cristallo e resto lì.
con te, per te.
qualsiasi pigreco saprebbe ridisegnare la tua armonica rotondità e scattarne una fotografia.
donna di genuina ed educata gentilezza, senza libri ed istruzione aggiunta, donna vera, amabile signora.
la tua era una camera con svista.
un tranello, uno scherzo, una vita a due mancata.
sola da sempre, perché senza marito, madre di due figli.
venuti dal cielo, così pensavo che fossero.
parlavi del tuo uomo morto come uno scrittore parlerebbe di un suo personaggio.
un alito che esiste soltanto nell'occhio di chi lo sa vedere tra le righe.
non ho bisogno di nient'altro, dicevi, quando mi siedo al tavolo coi figli miei.
ed io nel guardarti mi facevo invisibile come un vetro che t'osservava e risputava riflessi muti.
eri bella.
la nebbia si fa tenue e ci apre un bosco di foglie e muschi e umidità e odori pregnanti.
lo vedi, mi chiedi, nei tuoi andirivieni disabiti luoghi e cavalchi orizzonti.
attraversi altri esseri viventi, ti cibi del loro spazio e doni loro del tempo.
non vedo.
ecco, mi dici, a te i miei occhi.
e te li stacchi uno ad uno, facendoteli scivolare sulla mano destra.
turchini e bianchi.
a te i miei occhi, dici dolcemente e me li doni.
ora lo vedo, teresa.
è come se io stessi seduta su una nuvola ed essa mi trasportasse da un essere a un altro.
ora vedo, finalmente.
non trovi parole che come i frutti di un albero riescano a raccontarmi la vita della morte, concludi.
ma tu continua a farle volare sulla bocca, mi sussurri, affinché le possa trovare anch'io.

a teresa, la sorella di una nonna che, anche lei, fu.

bi




“pensavano che anche io fossi una surrealista,
ma non lo sono mai stata.
ho sempre dipinto la mia realtà,
non i miei sogni".

frida kalho

[illustrazione di andy kehoe]

venerdì 24 maggio 2013

drammaturgia di un sonno

versi irregolari di una notte

peso come il macigno cosmico che aprì una voragine sulla terra, per accogliere il mondo delle ombre e del pianto.
la mia mano destra è certa di ergersi con coraggio, pronta ad illuminare con un bagliore la mia notte penosa.
resta invece immobile.
pare ch'io viva notti come viaggi e giorni come soste.
l'umanità tutta s'addolora in petto, mi dice la notte.
mentre m'affanno, affaticata, senza tregua, piangendo lacrime di tutti, tranne che mie.
oh, dimmi se sai come si placa questo dolore fulminante, questo vento furioso che s'impossessa dei corpi e fa sbattere l'anime come campane che vagiscono castigo.
dimmelo, tu!
con l'amore, dice.
parlato, baciato, abbandonato, lisciato, pensato, donato e scritto.
c'è bisogno di una nuova grammatica dei sentimenti, abile a cantarli e ballarli.
sacri silenzi di parole, mi dice, che li trasfigurino e che lascino fuggire i tempi finiti.
l'infinito, questo cura i mali in petto.
l'infinito.
io continuo a camminare e la penombra s'impossessa di me, imbevendomi di dolore.
non è il mio, mi dico.
soffro e la mia mano m'aiuta a far uscire frasi che tardano a manifestarsi, restando solo sibili e lamenti soffocati.
il mondo soffre, senti?
le dico, disperata.
e soffro anch'io appresso alle pene del mondo.
l'anima mia vibra e vaga in un girone di sofferenza che mai avrei potuto provare per me medesima.
per me sola.
è un dolore universale, uno spasmo violento che non s'arresta e vomita nero.
ansimo.
ancora la mia mano è convinta d'infiammare quel buio con la luce del lume, che come un lampo vorrebbe che s'accendesse e fulminasse quel mio vagare.
resto ancora bloccata.
odo il mio corpo sdraiato sul letto premere sul fianco destro.
la luce resta muta.
riesco allora a spegnere le mie lagne sulla bocca arida e rallentata, le mie dita suonano note d'aria.
sono tornata.
sono dentro.
sono sveglia.
mi cibo di respiri profondi, per restituire brezza ai miei polmoni imputriditi dal sonno.
sono sveglia.
sono calma.
sono cambiata.
la drammaturgia del sonno mi ha portato via con sé, rendendomi indietro una nuova parte di me.

bi
 
 

“non ho bisogno di vendere la mia anima per comprare la felicità. ho un tesoro interiore che è nato con me e che mi può tenere in vita, se ogni piacere interiore deve essermi negato e offerto solo a un prezzo che non sono disposta a pagare”.

dal romanzo "jane eyre" di charlotte brontë
 
 
[illustrazione di rebecca dautremer]

mercoledì 22 maggio 2013

Scalza






Ho camminato scalza
sul marmo freddo di un suolo sacro
sul pavimento di dio ho celebrato 
i giorni di vento
le onde a naufragare
l'assenza e l'aspettare
ho chiesto un perdono
o una tregua
al mio perpetuo sbandare
 
 
 
 
 
 
 
 
Di. 

mercoledì 15 maggio 2013

la cugina di agata

cadde all'improvviso.
le cadde accanto, facendo un tonfo soffocato e secco e lasciandola impietrita, a guardarla con due occhi sgranati così. più di un cuore sembrava batterle in petto, ché uno le sembrava poco per il chiasso che le si agitava dentro. 
lo sentiva dire da giorni quanto sua cugina fosse preoccupata e pure triste, per questo era andata a stare un po' dagli zii, coccolata in famiglia e lasciata tranquilla con se stessa e con le sue ferite sgranate. quando desiderava stare in compagnia, c'erano loro. suo zio le sorrideva, le carezzava il capo con l'affetto e la comprensione di un adulto piuttosto giovanile e le offriva sempre di rimboccarle l'acqua nel bicchiere. sua zia la stringeva a sé e si raccomandava che stesse bene, che non pensasse agli altri per quei giorni e che mangiasse, soprattutto.
agata le stava piuttosto addosso, le leggeva cose, dormiva con lei e stefy si divertiva a giocarci e le parlava di cose da grandi. di cerette, per esempio, e di trucco da stendere sul viso, cose che agata non avrebbe mai fatto, le diceva, né comprato neanche da grande. mai, no.
era figlia unica, agata, sola e solitaria e, sebbene sua cugina avesse undici anni di più, era felice quando poteva stare con lei, occupare gli stessi spazi suoi, dormirci, lavarsi i denti con lei, mettersi le sue ballerine allungate e ampie e dorate.  
era estate piena e quel giorno stefy indossava una gonna che la avvolgeva fin sopra alle ginocchia, tinta di una fantasia geometrica blu, azzurra, bianca e gialla, con cerchi, piramidi e quadrati. sopra aveva messo una canotta corta azzurro scuro, sottile, liscia.
cadde all'improvviso, mentre erano in un negozio di vestiti. agata e i suoi occhi sgranati le si avventarono sopra, preoccupati di coprirle subito uno dei seni, che sfuggì svelto dalla canotta. le sistemò in fretta anche la gonna, che aveva lasciato scoperta una gamba abbronzata. in un attimo arrivarono gli altri, che pure si precipitarono attorno a stefy con affanno.
- è svenuta! solleviamole le gambe!
si affrettarono tutti a darsi da fare per stefy. le alzarono le gambe, facendo scivolare il suo corpo forte verso il muro e facendo aderire i piedi alla parete. per far scorrere il sangue, dissero.
agata si preoccupò subito di sistemarle la gonna, facendogliela scivolare in mezzo alle gambe, affinché la tenessero bloccata.
- sarà colpa del succo di frutta freddo.
faceva terribilmente caldo, non si muoveva neanche un alito di vento e il sudore ghiacciato si era fermato sulla fronte di stefy. agata glielo asciugò, tamponandola con la sua maglietta di cotone bianca. aveva un pagliaccio disegnato sulla maglia, rosso e giallo e sorridente. le carezzava la fronte e le tempie con la maglia, per asciugarla da quell'ansia traboccante.
la donna del negozio portò un catino con acqua fresca e la zia cominciò a bagnarle i polsi bollenti. la sfiorò adagio e di continuo e le sussurrò cose che stefy non poté ascoltare, forse.
agata era lì.
i genitori di stefy non c'erano. in casa loro vi era una guerra sempiterna, liti che la facevano sentire minacciata e le segavano le ali. le ali di stefy.
agata era lì.
a controllare che la gonna restasse ferma e composta, che la fronte smettesse di agitarsi e si mantenesse secca, che la canotta custodisse al sicuro i suoi seni giovani e scuri, quelli di sua cugina stefy. un fiato d'aria e le premure di tutti la rianimarono e con estrema lentezza e prudenza stefy cominciò a riprendere vita, per poi sollevarsi da terra e tornare eretta, seppure con esitazione e debolezza. i suoi colori stiepiditi tornarono a illuminarle il viso e, bevuta un po' d'acqua, si allontanarono tutti dal negozio per tornare a casa.
- ti sei spaventata, agata?
le chiese stefy, una volta a casa.
non era proprio spavento, in verità. fu un'altra la sensazione, più lunga, più profonda: si sentì precaria e inerme, quasi non padrona dei propri movimenti, così le disse. quegli occhi così immobili, sbarrati in avanti contro stefy, che giaceva a terra scomposta, i suoi cuori galoppanti e ululanti in petto, il pensiero che sua cugina non potesse riaprire gli occhi, mai più, e la visione dell'intimità nocciola del corpo di stefy, gettato a terra in balia di tutti, quello proprio non riusciva a scordarselo. 
- ma non preoccuparti, stefy. mi sono presa cura io di ricoprirti e sistemarti i vestiti mentre eri a terra. nessuno ti ha scoperta.

bi
 


[immagine di sam wolfe connelly, "harvest"]
 

giovedì 9 maggio 2013

i pomeriggi di luca





i pomeriggi di luca erano in finestra.
un po’ faceva i compiti, seduto composto sulla sedia della cucina nel lato corto del tavolo. i libri ordinati, i quaderni senza orecchie, le matite e le penne colorate sistemate nell’astuccio dalla forma regolare e allungata.
la finestra era di fronte al tavolo. gli bastava distrarsi un attimo e alzare lo sguardo per avvertire forte la pulsione ad alzarsi. la apriva e si affacciava. premeva con gli avambracci sul davanzale e restava un po’ penzoloni con i piedi, le gambe scendevano morbide. e senza accorgersene ci restava un bel po’.
nato nella terra degli ulivi e dei trulli, tra il mare ventoso e chiaro e l’entroterra tinto di verde e a tratti brullo, luca era obbediente, studioso il giusto e amava arrampicarsi sugli alberi.  
io lo vedevo da fuori. vedevo che vagava con gli occhi giù per la strada. la rastrellava meticolosamente e ne copriva tutti gli angoli, anche quelli in ombra.
- sali, ti faccio vedere.
mi disse una volta in cortile. e da allora restammo amici. era pieno di biglie di vetro colorate e aveva una bici comodissima per andarci in due, perché aveva una di quelle selle dalla forma allungata e ben imbottita, tipo un motorino.
avevamo scoperto di andare alla stessa scuola elementare ed avevamo preso anche ad andarci insieme. stavo bene con lui, potevamo parlare della mia bambola di colore, della scrittrice jo del romanzo “piccole donne” e del suo amico lorence, dei soldatini pieni di vita schierati nella sua libreria, dei bambini con gli occhiali, della lebbra e di raoul follereau, senza che io mi sentissi una marziana inavvertitamente caduta dal cielo e lui sembrasse un bambino di un altro universo.
mi invitò quella mezz'ora nella sua vita e mi mostrò un mondo che non conoscevo. luca si affacciava tutti i giorni in finestra e si sceglieva le macchine. le automobili parcheggiate per strada e nei cortili, che si riuscivano a sbirciare dalla finestra della sua cucina, erano tra i suoi passatempi preferiti. si sceglieva e contava quelle che gli piacevano di più, quelle che avrebbe voluto per la sua famiglia. tipo la lancia thema grigia, la y blu, la panda bianca, la jeep grigia, l’alfa romeo rossa, la golf nera, la peugeot cabrio, la grande volvo station wagon e altre cose così. le altre no, non le sceglieva. tipo la ritmo, la croma, la uno e queste più bruttine.  
non capivo a cosa servisse fare queste scelte, contare le macchine belle e ignorare quelle brutte, ma mi divertiva. e luca mi aveva insegnato i nomi delle macchine e il fatto che il colore fosse un elemento estetico fondamentale.
il suo era un immaginario coltivato, a righe orizzontali e accoglienti, azzurro mare e a tratti rosa e marrone. non vi era nulla di euclideo nel suo sguardo e in ciò che faceva, eppure tutto sembrava rispettare un segreto equilibrio, il suo, e un’armonia celestiale. c’è un oltre in ogni oggetto e lui sapeva catturarlo. nelle auto ad esempio lui sapeva cogliere la storia della vita di chi le guidava e ne faceva una storia per sé, da non dire a nessuno. 
spesso lo trovavo a braccia conserte e andavo per aprirgliele e lui le stringeva ancora più forte sul petto suo, a tal punto da non riuscirle più a staccare.
- mi scaldano il cuore.
così diceva. e un giorno disse pure:
- la verità si trova nella mezza luna che non vedi.
da allora non guardo più alla luna come ad un satellite che non sa splendere di luce propria, ma come a una luce intermittente, che a volte regala il suo chiarore, altre volte la sua ombra.
sì, come noi persone. 

bi
 
[illustrazione di joe sorren]

lunedì 6 maggio 2013

il fratello di nessuno

dava le spalle alla strada, le mani conserte dietro la schiena appena stiepidita dal sole di aprile. conversava guardando il suo amico leonardo teneramente negli occhi. era quello il suo modo, ci metteva premura e anche un pizzico di benevola sbadataggine.
- ciao, nicola.
si voltò lentamente, con quel suo modo che la gente avrebbe certamente giudicato un po’ goffo.
- oh, ciao.
restò voltato per metà, con la parte superiore del busto. le gambe e i piedi no, rimasero un po’ storti verso il suo amico leonardo. era incerto, con il sorriso appena accennato e le labbra leggermente tremule.
- mi riconosci, nicola?
- sì, certo...
lo scrutò con quello sguardo leggermente svampito, gli occhi dilatati che puntavano le lenti spesse dei suoi occhiali, pur sempre in modo premuroso. era tenero con tutti, anche con quelli meno amici degli amici.
- come stai, nicola?
- bene, bene. grazie. e tu?
chiunque gliela perdonava quella smemorata disattenzione, quell’accennata ed innocente vaghezza, chiunque lo amasse e a cui lui volesse bene. era confuso, ché lo stava mettendo a fuoco, ma per nulla lo avrebbe ferito, dichiarando con insolenza di non averlo riconosciuto. eppure lo conosceva, ne era certo, solo che il nome proprio gli sfuggiva. gli girava intorno come l’arietta primaverile, una brezza lieve e in certi attimi pungente, ma proprio non gli veniva in mente. 
- anch’io sto bene, grazie. e anche la mia famiglia sta bene. e gli altri a casa? come stanno, stanno bene?
- sì, tutti bene. stiamo tutti bene, grazie.
lo fissava ancora diritto. era un viso pieno come una luna all’apice del suo ciclo, chiaro, rosato e appena più rosso sulle gote. tondo, molto tondo, con due occhi celesti molto chiari. che occhi di ghiaccio, pensò nicola tra sé. ipnotizzanti, quasi insidiosi.
- va bene, allora io vado. statti bene, nicola.
- grazie, grazie. anche tu, ci vediamo. ciao.
restò ancora così: voltato per metà con la parte superiore del busto e le gambe e i piedi un po’ storti verso il suo amico leonardo. sembrava sospeso, con quel suo sorriso un po’ tremolante e gli occhi buttati lì nel vuoto.
vagava nel vuoto di quell’istante. una svista non ricordare quel nome, pensò. quel viso di luna piena, bello tondo. quegli occhi di ghiaccio, così confusamente familiari. quella statura alta e quel portamento appesantito da un fisico nient'affatto longilineo.
d’un tratto tornò padrone del suo sguardo. un tuffo interiore gli fece sobbalzare le costole e tremare impercettibilmente le spalle. leonardo era ancora lì, distratto nella conversazione con un altro passante e sembrò non accorgersi del rossore sul volto di nicola. 
era suo fratello.
l’uomo alto tondo col viso pieno e gli occhi di ghiaccio, quello lì, era suo fratello. quello con cui non si parlava da otto anni e con il quale aveva litigato per un’intera vita era suo fratello. quello prepotente che lo sovrastava con parole forti sulle sue fragili era suo fratello. quello che non aveva subìto le angosce che i loro genitori avevano inflitto al maggiore dei due, nicola, era suo fratello. quello che una volta lo strattonò per la maglia e che avrebbe voluto picchiarlo era suo fratello. quello che si era fermato lì, sotto il tepore del sole di aprile, in una mattinata tranquilla in strada, lo aveva chiamato e salutato e aveva chiesto come stesse e come stesse la sua famiglia era suo fratello.
un riverbero di passato passò accanto a nicola e gli diede un'energica pacca sulla spalla. non preoccuparti, gli disse, tu guarda avanti. tu gioisci con la tua famiglia di adesso. non pensare ai soprusi subìti e all'amore strappato via. tu mantieni il tuo sorriso intimidito e un po’ sbadato sul tuo viso. che al resto ci pensa la vita, nicola.
la vita ti ama, nicola. tua moglie anche. le tue figlie ancor di più.
nicola, il fratello di nessuno.

bi




[the musician, http://www.randomgallery.it/Randomgallery/home.html]

giovedì 2 maggio 2013

tornò

s’ascoltò così, restando muta.
si concesse un orecchio coraggioso, di quelli che non restassero indifferenti.
lo fece così, passandosi appena l’indice attorno all’orecchio sinistro e attorcigliandoci una ciocca chiara un po’ disordinata.
fu così che dilatò l’udito fino al suo intimo, giù, in fondo.
egli le confessò quanto lei si amasse, in fondo.
pure con tutti quei difetti ostentati sotto agli occhi brutali di tutti.
ché lei lo sapeva: era bella.
una donna d’amare, che a modo suo s’amava.
si allontanò quel po’ che la fece ritornare.
la solitudine, quella le serviva.
la distanza dalle voci che la distraevano, quella voleva più di tutto.
portarsi la sua sé appresso, senza caricarsela come un peso inerme, quello le occorreva.
il resto lo trovò di là.
l’eco delle notti senza bisbigli, quello trovò.
sdraiata su una nuvola e cullata dalle mutevoli voci del vento.
rannicchiata sul ciglio di una serena luna calante, nuotando per un cielo terso e nero.
distratta dall’odore della menta e dall’eleganza primitiva delle viole di maggio.
un percorso impervio e sudato, quello trovò.
inumidita dai primi colpi di calore del sole e rimproverata da un’aria pungente.
meravigliata da gesti insoliti e straordinari e da attimi inconsueti e pieni di spazio.
scollata dalla noia, incollata alla terra e ai suoi segreti.
i colori che desiderava, quelli trovò.
i viola, i fucsia, i rosa pallidi.
i verdi bagnati, i verdi asciutti.
gli azzurri carichi, i gialli densi e succosi.
motivi per restare, quelli trovò.
scardinando le porte dell’abitudine.
dimenticando porte da tenere chiuse.
lasciando cadere paure e tentennamenti.
e trovò il sole coi suoi cammini sempre uguali, la luce coi suoi spicchi geometrici nei pavimenti chiari, la pioggia rimbombante e chiassosa e grigio perla, l’amore schivo, l’amore gentile, l’amore carnale, parole da ripetere, parole da scordare, pizzichi di memoria e storia, fiori grandi come spilli, foglie dense come vernici, rumori ascoltati nel primo sonno, sogni cavalcati nelle ore avanzate delle notti, trapassi, passaggi, pagine voltate.
tornò leggermente dorata, piena di pagine da scrivere e bocche da baciare.
tornò sempre uguale e così diversa.
tornò di quei ritorni che odiava da sempre e che un giorno, ne era certa, sarebbero scomparsi.

bi
 


"e allora impara a vivere. tagliati una bella porzione di torta con le posate d'argento. impara come fanno le foglie a crescere sugli alberi. apri gli occhi. sul raccordo del green cities service e sulle colline di mattoni illuminate di watertown, la sottile falce di luna nuova sta distesa di schiena, unghia luminosa di dio, palpebra abbassata di un angelo. impara come fa la luna a tramontare nel gelo della notte prima di natale. apri le narici. annusa la neve. lascia che la vita accada".

sylvia plath, diari



[immagine tratta da surrealismo pop]

mercoledì 24 aprile 2013

“mamma-è-bello”

le dieci regole d’oro per fare la mamma fica nel duemilatredici.

a) tuo figlio ha sempre ragione
anche quando l’insegnante ti dice che ha spinto il compagno contro lo spigolo della cattedra e gli ha fatto uscire fiotti di sangue grossi come la fontana delle novantanove cannelle.
anche quando non ha capito il capitolo della seconda guerra punica e dice che la colpa è dell’insegnante, se non sa dirti se annibale sia romano o cartaginese. perché lui (tuo figlio) è digital native e si sente cittadino del mondo e il mondo comprende sia roma che cartagine. quindi dice che tu gli poni domande inutili.
anche quando ripete una parolaccia, già, una parolaccia bruttissima che comincia con la c e la ripete due, tre volte e tu lo guardi inorridita e ti chiedi sommessamente come mai, visto che tu la dici sempre a voce bassissima, tipo sibilo. è che dimentichi che a lui non sfugge niente di quello che dici e che fai. e ti imita, inesorabilmente e tuo malgrado.

b) se non organizzi le feste ai gonfiabili non sei nessuno
perché i gonfiabili sono al coperto e pure se piove sei tranquillissima che la festa non andrà rovinata.
perché i gonfiabili sono enormi e colorati e vanno di moda che proprio non puoi dire alle mamme “venite al parco alle cinque, che io porto coca cola e torta!” perché ti guarderebbero come fossi un’aliena e saresti un’anonima stravagante e dissociata da emarginare subito manco avessi la faccia viola sfumata di verde e puzzassi di naftalina.
ci vuole una certa organizzazione, ci vuole. se no non sei nessuno.

c) le scarpe da ginnastica si comprano e si fanno regalare solo di marca
mica come ai tempi nostri, in cui alle elementari mettevamo le scarpe blu con i buchi.
(che meraviglia le scarpe con i buchi, di una bellezza che i figli digital natives non potranno mai assaporare).
ora solo mini sneakers, scherzi? mini scarpe, maxi brand. di super marca. senza lacci e con lo strappo, così non si sciolgono e sono praticissime. capito? occhei.

d) tuo figlio è sempre un fenomeno
a calcio, dico. o a rugby, pallacanestro, pallavolo e giochi di squadra così.
la squadra? fa da cornice.
lui? è il migliore, the hero, il più importante, il più intelligente, il più figlio, il più e sto.
c’è solo lui e nessun altro. se no gli ferisci l’ego, intesi? meglio gonfiarglielo, tanto in futuro quell’ego se lo smazzerà la sua dolcerrima metà, mica più tu.

e) alle nove tutti a letto un cavolo
dimenticati i bei sonni alle nove di sera dopo una solitaria doccia tiepida silenziosa e profumata di muschio bianco e biancospino…
no! i figli di oggi alle nove sono sveglissimi e aspettano la mezzanotte come a capodanno. tutti i giorni. rassegnati.

f) al mcdonalds una volta a settimana
se no, pure lì, non sei nessuno.
le schifezze una volta a settimana sono salutari. i surrogati di patata fritta, che di patata hanno solo forma e colore, una volta a settimana sono salutari.
pure per te che stai affannosamente a dieta per sgonfiare la pancia dei quarant’anni a fatica… che fai, vai lì e ti mangi un’insalata? ti prego, no.

g) “scarta-la-carta!”
cantato. è un inno. capito quale?
dunque, tuo figlio deve scartare i millesettecentocinquadue regali che ha ricevuto per il suo compleanno e non lo fa, educatamente, quando il regalo gli viene portato.
eh no, mica lo puoi disturbare mentre cerca di sgonfiare i gonfiabili come un homo di neanderthal
tutti insieme si scartano. tutti. e tutti in coro gli cantano: “scarta-la-carta! scarta-la-carta! scarta-la-carta!” (eccetera... ché a me, scusami tanto, viene la dermatite).

h) la festa a un anno non è una scelta
non puoi scegliere se sì o se no: la festa a un anno è un obbligo istituzionale.
che tuo figlio lo vedi che si dissocia, non ci capisce niente, si guarda tutta quella gente estranea attorno come fosse una folla indistinta di invasati.
tutti che ululano, gli dicono cose con le vocine del cavolo e cantano “tanti auguri a teee!”, mentre lui rischia di tuffarsi sopra la panna della torta e di bruciarsi con le candeline…
la festa a un anno si fa per legge.

i) devi vivere in funzione degli appuntamenti settimanali di tuo figlio
non avrai altri appuntamenti al di fuori di quelli di tuo figlio.
che va a scuola, esce da scuola, va a fare uno sport nei giorni dispari, a lezione di chitarra in quelli pari, a catechismo due, tre, quattro anni di seguito, si ammala di venerdì, deve presenziare alle feste degli amichetti il sabato, andare a messa la domenica.
e tu? pazienza, socializzi in giro con altre madri sciupate come te.

l) la cacca di tuo figlio è una sostanza speciale e santa
ché come fa la cacca lui, non la fa nessuno.
come fa la pipì lui, nessun altro nel quartiere.
come vomita lui, lasciamo stare: nessuno nella provincia.
come gli viene la varicella a lui, mai nessuno nella storia.
e potrei andare avanti, ma mi fermo per sfinimento.

se sei mamma e non ti riconosci in almeno sei di queste regole d’oro,  non hai la sufficienza.
ma sei senza dubbio un’anima salva.

con tutta la mia solidarietà (più o meno), bi
 
 
 

lunedì 22 aprile 2013

a tempo di gerundio




 
contando i fiori sotto i miei piedi agitati
ascoltando il sordo buio della quiete sotto il peso della coperta cipria
aprendo il ripieno alla luce del sole che scalda a tutto tondo
carezzando le fate del mio giardino che ruotano intorno alla mia aria
lasciando andare la mia storia e quella degli avi miei
dipingendo i ricordi di una breve me bambina ed emozionata
immaginandoti al mio fianco sinistro, poi a quello destro
desiderando di restare e non patire più l’assenza
cercando me, trovando noi
scoprendo odori nuovi che ravvivino quelli conosciuti
salendo, scendendo, scendendo, salendo
fotografando le scale turgide di radici
chiamando amici quei bambini che erano ieri
ricordando quando saltavamo e correvamo e scappavamo
origliando la natura mentre cambia colore
dormendo in un altrove che ha un tempo sbiadito
assaporando compagnia e voglia di restare fuori
restando a bocca spalancata e senza fiato
pensando all’oggi come non servisse un domani
aprendo le persiane
chiudendole quando la sera si fa vermiglia
amando la mia me con la tua maglia cucita addosso
aspettando l’auto che sbuchi all’orizzonte della valle verde
perdendo la nullità della vista nello spazio espanso
cogliendo il sottile essere delle cose
contorcendo l’emozione in mezzo alle costole
rompendo ogni legno fradicio e ogni indugio
scoprendo che non è tardi mai ed è presto sempre
sorprendendomi per la forza dell’altezza
infatuandomi dell'agire continuo del gerundio 
contemplando il suo fluire che mai sembra smorzarsi
perdendomi nel suo suono aspro, quasi dolce
difendendo la solitudine del gerundio ed il suo elegante reggersi senza l’indicativo, seppure nessuno sembri accorgersene.
 
bi

[ph. mia]

mercoledì 17 aprile 2013

il manifesto della non sopportazione

non sopporto il cane di quella di sopra a quella sopra di me che abbaia tutte le notti in cui resta sola in casa, perché ce la lasciano e lei certamente li chiama e strilla loro che lei non è un peluche ma respira sul serio ed emette anidride carbonica ad ogni sbuffo.
non sopporto i suoi padroni (padroni di che, poi) che la lasciano da sola in casa anziché portarla con sé ché mica è un settimino o un comò o una cosa così.
non sopporto questi chili di troppo che mi abbracciano il girovita in una morsa mortale e mi stanno attaccati come delle sanguisughe assetate di sangue zero erre acca positivo, sì proprio il mio.
non sopporto di stare a dieta, di non mangiare la pasta, tanto che mi sogno la carbonara e il salame abruzzese schiacciato e pieno di pepe, di scartare questi yogurt insulsi ogni mattina che mi danno il contentino e mi rendono burbera e iraconda oversize e puntualmente mi schizzano i polsini delle maglie.
non sopporto più i polsini delle maglie e desidero sbracciarmi senza avere i brividi, se non per l’emozione che mi corre sulla schiena e mi termina sulla punta delle dita, per aver ricevuto un bacio posato sulle labbra e anche uno come si deve con la lingua.
non sopporto chi parla ed esprime opinioni su tutto e tutti, sì esattamente come faccio io ogni santo giorno, che piova tiri vento o ci sia il sole io ho sempre un’opinione bell’e pronta (pensa che palle e che barba e che noia).
non sopporto chi non ha opinioni, chi non si schiera, chi non combatte per le cose schifose che tutti i giorni ci avvelenano un passo dopo l’altro che affiliamo, chi dice sempre sì, chi dice sempre no, chi non ammette il forse, vedremo, non lo so se mi va e punto e virgola, invece che punto.
non sopporto l’acqua ferrosa del rubinetto, sempre uguale, incolore, che nasconde insidie e veleni e sostanze psicotrope che certamente minano alla mia benevolenza, che nel frattempo è tornata in letargo perché s’è sbagliata.
non sopporto di accollarmi le confezioni d’acqua che ti pare, sempre di marche diverse perché così eviti che ti faccia male e che ti vengano i calcoli, ma tanto ti fottono lo stesso, perché quella roba è imbottigliata da chissà quando e proviene da chissà dove eccetera.
non sopporto chi alza la voce e invade spazi che non sono suoi e si impone con prepotenza laddove non sa imporsi con gentilezza.
non sopporto chi abbassa la voce e ti costringe a chiederti che ti succeda alle orecchie e semmai sia diventata sorda o se sia poi così importante avere dei segreti che poi ti dimentichi che sono segreti e li dici ugualmente.
non sopporto la pioggia che mo torna e io già mi sto prefigurando di tirare giù tutte le parolacce che conosco perché sabato e domenica dice che è brutto, dice.
non sopporto il sole visto dalle finestre dell’ufficio perché rosico, sì, rosico che lui stia in un posto che si chiami fuori, mentre io stia in un posto che si chiami dentro e che questi due posti non coincidano manco un po’.
non sopporto nessuno né me né lavorare né studiare né uscire alle sette e quaranta tutte le mattine né prendere il cappuccino né rinunciare al latte né vedermi tonda né avere le unghie indebolite né mangiare la frutta né sorridere né restare seria né oziare né ammazzarmi di lavoro né le maglie strette né quelle corte né la senape né chi non risponde a un saluto né chi ti parla del più e del per né chi non risponde ad una email né chi pretende che tu ci sia senza chiedersi dove se no saresti né chi ti succhia l’energia perché ne è povero né chi ti esaspera con i consigli non richiesti né chi parla poco né chi parla troppo né chi parla di politica né chi si riempie la bocca di quello che fa né dipendere dai soldi né chi non ascolta né chi non ti dice le cose come stanno.
non sopporto di sopportare!
siamo tutti indistintamente avvisati, capito bi?
avete ragione tutti ma io pure quindi abbiamo (ragione tutti).

firmato bi
 
 
 
[immagine tratta da internet]
 

lunedì 15 aprile 2013

i fiori vi somigliano

mia mamma per esempio è un ciclamino.
piena di fiori rosa fucsia aperti e semichiusi,
pronti a sbocciare al mattino presto insieme all'aba.
cresce selvatica nei boschi umidi e ombrosi,
si nutre di acqua e natura,
di parole amorevoli ed abbracci stretti.
i fiori sono carichi di pensieri,
che la piegano verso il basso.
lei è proprio così: volge lo sguardo verso i piedi.
non ti guarda le scarpe o le radici,
è solo carica di idee e propositi,
che diventano subito mani piene di storie.
è un po’ autunnale,
un po’ invernale,
un po’ primaverile.
soffre d’estate,
ma da giovane non lo sapeva ancora.
ora che è matura soffre.
soffre ma non lo dice.
soffre perché ora è consapevole di essere ciclamino.

mio papà è un tulipano.
viola scuro da giovane,
rosa chiaro e sfumato da grande.
sboccia di fronte allo sguardo incredulo di pochi eletti.
prima soffre in silenzio,
a lungo e in solitudine.
soffre per aprirsi,
perché non sa se dentro la terra ci hai messo amore e pace,
una voce che non si alza,
una carezza lieve e il sottofondo di un’aria di bach.
servono quelli per farlo fiorire e poco di più.
soffre pure chi lo pianta,
perché non sa se potrà mai annusarlo,
stringerlo a sé e guardarlo negli occhi.
ma se sboccia,
sboccerà tutti gli anni a seguire,
perché avrà finalmente capito che un tulipano è come un re.
e lui è proprio tulipano.

è per questo che amo i fiori.
perché somigliano a loro.

bi


 
 
 
[ph. fiori di mandorlo, abruzzo]

giovedì 11 aprile 2013

portami a cantare





- partiamo poco dopo le sei, metti che troviamo traffico.
quando una parla, deve snocciolare le parole con parsimonia e comunque con grande attenzione, ché infatti poi le parole s’avverano in fatti. ci ritroviamo dunque in mezzo ad un fiume grigiastro di macchine inferocite, sotto una pioggia pazzerella di marzo.
il concerto è alle nove, quindi ce n’è di tempo, eccome! ci rassegniamo alla fila, solo dopo aver tentato un’inversione di marcia e una furbata, tagliando per le campagne.
ascoltiamo musica un po’ così e parliamo delle nostre stregonerie e stranezze solite. e intanto ci ritroviamo sul lungotevere, sommerse da altre macchine e sfiorate da motorini impazziti a manca e a destra.
- giro di là per via della conciliazione, no? 
- ma che sei matta? lì andiamo in vaticano! dritta, sempre dritta devi andare. te lo dico io poi, ad un certo punto, di girare a destra.
le rispondo pronta.
sì, perché a natale le avevo fatto un regalo fantastico: due biglietti in primissima fila a sinistra per ascoltare ( con me! e con chi se no?) il nostro amatissimo niccolò fabi. all’auditorium, così era. quindi sempre dritto.
troviamo un parcheggio perfettissimo, che ci guardiamo e diciamo: no, dai, vediamo se ce n’è uno meglio che siamo in anticipo. giriamo che ci rigiriamo, torniamo lì: sì, è perfettissimo proprio.
sono passate da poco le sette e mezzo e ha pure smesso di piovere. ci ritroviamo, certe di non essere viste da anima viva, in un corridoio nascosto dell’auditorium e ci cimentiamo nelle nostre performance solite. tipo che ci sediamo per finta su una panchina di legno e ci facciamo una foto che fa finta di non essere in posa, andiamo nel bagno pieno di marmo bianco e ci guardiamo in fondo agli occhi e lustriamo le labbra, facciamo pipì mentre ci parliamo da un bagno all’altro certe che nessun’altra sia entrata nel frattempo, ci asciughiamo le mani e il ciuffo di capelli sotto il getto d’aria calda e cose così.
ah, pure l’aperitivo, ché tanto è presto. alcolico, sì. con olive e patatine, mentre buttiamo distrattamente lo sguardo in giro.
- ah bi, ma com’è che sono tutti vestiti eleganti? mica verranno tutti a vedere niccolò fabi…
- ma no! questi andranno in uno di quei concerti di musica da camera, ti puoi mettere pure i tacchi dodici per andare a cantare e ad applaudire fabi? figurati…
ebbene, usciamo e ci leggiamo pure il cartellone dei programmi di marzo e aprile. e si fanno le otto e mezza passate pure.
- dai, incamminiamoci dai tizi all’entrata. così entriamo in sala con calma.
e questi ce li ritroviamo subito davanti, dopo aver scavalcato un’altra dozzina di donne sui trampoli e uomini in abito scuro.
- hai visto? c’è pure coso, il giornalista.
- ah, sì! pensa te, si ascolta fabi pure lui. o il concerto classico, mi sa.
i due ci guardano divertiti.
- dove dobbiamo andare per vedere il concerto di niccolò fabi?
gli chiedo, sorridente e felice.
- mica lo fanno qui il concerto di niccolò fabi.
e ha quel ghigno di chi lo vede che fremi per entrare e ti burla e si prende gioco della tua ingenua attesa, quella dei venticinque minuti prima dell’inizio. lo guardo divertita e gli dico una cosa tipo sì, infatti e rido ancora.
- è all’altro auditorium. in via della conciliazione. sbrigatevi, è tardissimo!   
divento sorda per qualche istante. tutto intorno a me gira vorticosamente e m’avvolge e le orecchie mi si tappano che non sento niente e vedo appannato e ro pure la vedo appannata mentre scappiamo furiose mentre lei ride come una pazza.
ero furibonda. con me stessa. che manco un dubbio m’era balenato per la testa. e avevo solo desiderio di dire tantissimi vaffanculo tutti in fila gridando all’aperto sotto le gocce d’acqua che esili avevano ripreso a cadere.
era tardi anzi tardissimo e i semafori poi che te lo dico a fare e lei rideva come una scema e sembrava divertirsi come mai mentre io ero pietrificata dall’ansia sulla bocca dello stomaco salita fino in gola. così mi sentivo. e ad ogni semaforo era una parolaccia, mi mettevo il viso tra le mani e gliele premevo contro, imprecavo ad ogni rosso e ad ogni lento cimelio che ci precedeva nella nostra marcia furibonda verso il vaticano. sì, il vaticano. dove aveva detto lei, ro, quando io le avevo appunto risposto… ma no! e poi eccetera.
alle nove spaccate, manco un minuto in più, eravamo montate su un marciapiede delle mura per lasciarci abbandonata la macchina. incivilmente, lo so. e siamo corse dentro, piene di cuore in gola e fatica manco avessimo trasferito noi tutta la strumentazione per il concerto dall’uno all’altro auditorium.
il concerto ci ha sturbato e ci ha regalato tre ore in un altro mondo meraviglioso. ve ne dono un pezzo, della canzone (molto nostra) gridata con le lacrime in viso in prima fila, sedute sul bordo della sedia, il cui testo è scritto in penna blu sulla busta del regalo di natale della mia anima amata… ro.



bi



[immagine tratta da il design delle idee, luna park]

martedì 9 aprile 2013

i panni stesi fuori





mi piacciono moltissimo i panni stesi fuori.
prendi la casa di quella del primo piano, ad esempio. è sempre piena di voci e la luce della tivù esce fino ad illuminare il balcone. le tende sono color tortora e lei le sposta con leggerezza e pazienza. è mora e sottile e suo marito la aiuta spesso in casa.
è lui che esce fuori a stendere i panni. in genere di sera, con il buio della lavatrice fatta dopo il lavoro. i bambini giocano vicino alla finestra lunga e corrono intorno al tavolo bianco. apre la finestra, facendola scorrere, mentre sorregge una grossa bacinella gialla col solo braccio destro. di fare piano, dice loro mentre la spalanca, che corrono e corrono e paiono instancabili.
i fili su cui stende i panni sono lunghi e attraversano tutto il balcone. così, da destra a sinistra, dall’inizio alla fine. non li mette in ordine, come farebbe mia madre. lei sostiene che abbiano un verso, i panni stesi. una direzione, un posto ben preciso. lui invece li lascia in ordine sparso e li sistema morbidi, rilassati.
ci sono asciugamani dai colori etnici e lenzuola a sacco di un arancio piuttosto acceso. poi una fila di vestitini e canotte e pantaloni e camicie di bimbo. sono dei due figli maschi, ancora piccoli.
il vento li agita un po’ e li fa danzare liberi, dopo che questi hanno lavorato a lungo su quei corpicini sudati. dei figli, dico, che corrono e sudano e si buttano per terra e strusciano le ginocchia sul pavimento velato di vita casalinga e mangiano a tavola seduti su schienali più alti di loro con posate da adulti che colano cibo sulle maglie grigie e blu.
vivono una vita difficile i panni, che quando li stendi si distendono e chiudono gli occhi per qualche ora. il vento li culla, li asciuga, li coccola. mentre loro sognano. sognano di non avere quelle mollette colorate a tenerli legati e sognano di volare, pure. sotto un cielo familiare, sempre lo stesso per lunghi periodi.
il buio serale definisce alcune forme, altre invece le lascia solo immaginare. capisci che c’è anche una tuta lì stesa, più lunga di quei vestitini. è scura e ampia, forse è di sua moglie. la mora, sì, del piano primo.
poi ci sono quelli del secondo. si vede che non si fidano, perché li stendono dentro. sempre fuori, nel balcone, ma su fili appesi a riparo sotto la tettoia del terrazzo di quelli del terzo, per capirci. se si fidassero, infatti, li stenderebbero come quelli del primo: a testa in giù verso il mondo.
sono in due, moglie e marito. stendono le cose a tema: tutte le cose di casa, tipo strofinacci insieme ad asciugamani insieme agli accappatoi, e a parte i vestiti. quando fanno la lavatrice dei vestiti, lavano solo quelli e li espongono come opere d’arte, ben distesi e stirati.
lui è un maniaco della precisione, si vede. stende i panni abbinando i colori delle mollette alle maglie. una questione complicatissima che non so approfondire, perché mi manca questa sensibilità estetica. mi fido del suo gusto ed è giusto che egli l’assecondi.
i loro panni li vedo di giorno, perché di notte scompaiono. se ne vanno di sicuro in qualche luogo sperduto della casa, ben ripiegati in riflessione su se stessi. ordinati. su una sedia, immagino. magari ai piedi del letto.
ecco, mi piacciono terribilmente i panni stesi fuori. mi piace immaginare la loro vita reificata e la vita di chi li gestisce e li tiene a posto. e la vita di chi li guarda e li osserva e che in loro ci trova la bellezza di cose che, quando le vedi, le scruti curiosa e le ammiri e sai che cose non sono.

bi
 
[disegno dell'artista nicoletta ceccoli]

mercoledì 3 aprile 2013

sei una meteoropatica se...

sei una meteoropatica se ti svegli la mattina lentamente, carica di un silenzioso buonumore, e non vedi l’ora di spalancare la finestra e di vedere se è già arrivato il merlo in balcone...
e invece no!
spegni il sorriso interiore non appena apri la finestra e vedi che piove e sembra già sera, non mattina, tanto che fa più luce il chiarore della lampadina maledettamente vecchia che quella foschia grigiastra e sudicia e rumorosa.
purifica, per carità.
lava l’aria, per carità.
nutre la terra, per carità.
è vitale, per carità.
ma al quarto giorno ti girano vorticosamente già per il solo fatto che non ricordi più di quale gradazione di colore sia la bellezza del cielo limpido.
e sbraiti.

sei una meteoropatica se tieni l’ombrello fisso in macchina, nella tasca laterale dello sportello sinistro, tutto bello infiocchettato e incapsulato e nuovo di pacca.
che è utilissimo, perché metti caso che tu sia lontana da casa e all'improvviso becchi una grandinata, bene: tu sei prontissima e lo tiri fuori, come un coniglio bianchissimo dal cilindro.
e invece no!
è mattina e sei a casa e devi andare a lavoro e la macchina è lontana molto lontana ché la sera prima il parcheggio non c’era manco a disegnarlo con le strisce adesive bianche.
quindi esci incappucciata, sì, ma non basta.
e inveisci contro quelli della setta delle previsioni del tempo, che la sera prima lo avevano dannatamente predetto...
ma tu no!
non li hai ascoltati, perché sei ottimista e vedi sempre il bicchiere pieno per metà e dici va bene, che fa, semmai l’ombrello potrebbe servire domani.
perché sì, loro sono una setta satanica e portano iella marcia.
e sbraiti.

sei una meteoropatica se cammini con lo sguardo inclinato verso i piedi, perché sei triste e malinconica e ti viene da piangere e non ti capisci e non ti senti compresa e pensi e ripensi e strapensi e comunque non sai perché tutto queste robe così.
ad ogni modo, cammini, con lo sguardo basso, e all’improvviso sei punta da un odore intenso di fiori freschi e bagnati, che ti invade le narici e ti arriva in testa e s’infila lì, dritto nell’angolo dei ricordi.
e mica pensi ai prati in primavera inumiditi dalla pioggia sotto una luce timida di un sole nascosto che si cela a cercare la sua amata luna verso l’ora del crepuscolo…
eh no!
pensi subito di camminare in un cimitero.
cupo, solo, tetro, quasi buio.
e sei cupa, sola, tetra, quasi buia.
e pensi che i ricordi alle volte siano stronzi, più stronzi di quella pioggia beffarda di marzo e d’aprile che bagna i fiori e tu ne senti l’odore e pensi al cimitero di prima.
e sbraiti.

sei una meteoropatica se ti ripeti ogni ora che passa che il sole è una speranza che è bello che è giallo e il giallo è allegria che scalda che gira intorno alla terra e invece no è un’illusione ché è la terra che gira intorno al sole ma tu ti senti al centro dell’universo e te ne freghi e pensi che sia lui bello e focoso come il sole a girare intorno a te e a nessun’altra.
piove e sbraiti.

sei una meteoropatica se ti rode che manco riesci a dire due parole insieme senza che la terza sia una parolaccia, se hai le occhiaie buie come le nuvole e bagnate come la pioggia fuori, se non sorridi più e formuli desideri sempre più irrealizzabili per infliggerti poi la colpa della loro non realizzazione e cose depressissime così.
eppure, te lo dico io, sì, sì proprio io, la presidentessa del sindacato delle meteoropatiche, don’t worry!
sei bellissima.
simpaticissima.
amatissima.
bravissima.
issima.
sima.
ima.
acchiappa l’ombrello, come fosse una scopa volante, ed esci sotto la pioggia.
le gocce che cadono sono farfalle scese per donarti il loro bacio innamorato.

bi



[creazione di amy sol per surrealismo pop]

mercoledì 27 marzo 2013

è una vita che annuso la mia vita

è una vita che colleziono odori e li coltivo in testa come ricordi.
quello dell’androne del palazzo di mia zia sulla tiburtina, per esempio.
un luogo semibuio, con un lungo, lunghissimo corridoio che poi svoltava a sinistra.
a pensarci bene ora, non era poi così lungo, ma quando sei piccola gli spazi si dilatano tutti, per poi restringersi quando smetti di avere gli anni con una cifra sola.
ci si accedeva con un portone enorme, grandissimo e altissimo.
tutto issimo, sì, non sto esagerando.
fatto di vetro, ma protetto da un gigantesco intarsio in ferro, che lo ricopriva per intero, senza celare completamente la visione del dentro.
appena lo aprivo, un forte odore di gomma misto a legno mi rapiva le narici e mi strizzava gli occhi nocciola.
e correvo ad infilarmi dentro l’ascensore, per riprendermi il mio naso.
ma niente.
anche lì dentro quell’aroma aggressivo e quasi feroce colava su di me, negandomi gli odori miei.
oppure quello della mimosa.
ogni volta che mi porto quelle palline gialle alle narici, chiudo gli occhi e torno lì: nel grande giardino della mia scuola, pieno di prati, di terra, di ghiaia, di voci innocenti.
un cortile nascosto tra le mura, in cui si affacciavano mille e mille occhi di bambini urlanti e curiosi, pronti a scattare alla musica monocorde della campanella.
sul fondo, dando le spalle all’entrata principale e guardando avanti, c’era un grosso albero di mimosa.
alto, folto.
il suo odore sanciva da sempre l’arrivo dei giorni assolati, in cui a ricreazione si usciva a correre fuori, con addosso solo il grembiule.
il mio era bianco, come quello di tutte le ragazzine, con un grosso fiocco azzurro scuro, quasi blu.
un coso da annodare, non già fatto e con l’elastico come quello di molte mie compagne.
loro avevano tutte le cose più comode: il fiocco che non si sfioccava e restava lì immobile e bell’e fatto, nonostante le capriole e le corse con la cartella, e pure i polsini del grembiule con l’elastico, invece dei bottoni.
odiavo i bottoni e le maniche delle magliette che, sotto il grembiule, si spostavano impunemente, creandomi un fastidio tremendo. 
poi l’odore del ciambellone.
fatto con la buccia di limone, grattata ed impastata con tutto il resto.
lo faceva per me nonna angela e a me, prim’ancora che un dolce, sembrava una scultura perfetta ed imperiosa. 
lo mangiavo ancora caldo, proprio appena sfornato, da farmi venire il mal di pancia, che però in verità non mi pare che mi fosse mai venuto.
ma lei diceva così, che avrei dovuto aspettare un’ora.
lo preparava in cucina, mentre io nel salone giocavo in piedi sul davanzale della finestra.
mi ci arrampicavo per guardare fuori e salutare lidia.
solo lei, perché letizia invece non piaceva a mia nonna.
poi ce n’era un altro, quasi il migliore di tutti: il profumo della menta.
anzi, mentuccia.
non era una roba astratta, come sono i profumi, perché quello lo toccavo proprio.
me lo strofinavo pure e mi restava sulla pelle per ore.
era verde, un profumo verde.
quell’essenza sa di corse, di gioie, di giochi, di caramelle donate, di baci, di preghiere, di ginocchia sbucciate, di trattori, di mucche, di montagna, di casa, delle gambe di nonna anna, della ringhiera verde, della sedia impagliata, di vacanze, di pensieri pieni, di musica, d’infanzia, di oltre.
mi basta sentirlo per attraversare luoghi senza tempo, fatti di tante vite e di famiglia.
è una vita che annuso cose e immagino mondi e costruisco ricordi.
è una vita che annuso la mia vita.

bi
 
 
 

[ph. shelby robinson photography]