giovedì 27 giugno 2013

ritrovamenti


oggi torna il vecchio racconto ritrovamenti,
poiché a breve verrà raggiunto dal suo seguito...
e sempre grazie.

 


 
era l’una passata da poco e in brevi attimi la piazza si svuotò, diventando silenziosa. era così da sempre ed era inutile chiedersi da quando precisamente e come mai proprio all’una e non un minuto in più o uno in meno.
camminava con fatica per via del caldo afoso e secco e, finita la discesa di sampietrini grigio scuro e lisci, alzò gli occhi davanti all’imponente portone nero. era così da sempre anche lui, maestoso e pesante, che da piccola non riusciva a spalancarlo, come si fa con le porte che si desidera oltrepassare prima possibile. era un varco che si faceva attendere, quello.
girò la chiave verso destra, come aveva sempre fatto, con scioltezza e precisione, facendo leva con la mano sinistra sul grande pomello pendente dalla forma personalizzata: una mano esile di donna che stringeva con vigore a sé una sfera, che, battendo a sua volta sul portone, emetteva un rumore deciso, un’eco armoniosa e piena che correva aldilà velocemente e fino ai piani superiori.
era così da sempre, eppure questa volta esitò e sospirò profondamente, pensando tra sé:
- per aprire la porta, devo girare la serratura come per chiuderla...
le sembrò più di altre volte che non fosse una porta come tutte e si ricordò quando da piccola spesso si sbagliava e, ruotando la chiave, ne chiudeva una mandata, anziché sbloccarla ed aprirla.
- no, non è così che si apre. devi girare al contrario, vedi?
le spiegava sua zia, muovendo la chiave verso destra ed aprendo la porta, dandole una botta energica e decisa.
- così, ecco.
quel giorno ci pensò su, come faceva quando si perdeva nei suoi percorsi mentali tortuosi e nascosti. faceva per chiudere e la porta si apriva e nel frattempo si guardava i piedi.
- dovrebbe funzionare così anche con i ricordi, forse, e anche con quello che si custodisce nelle parti più nascoste e oscurate di se stessi… pure quelle sono porte che si aprono girando al contrario.
e nel frattempo varcò la soglia in travertino e sorrise, salutando tutti.
il pranzo era a fine preparazione, l’odore del sugo scuro e vellutato avvolgeva l’atrio, passando avanti e indietro dalla cucina al soggiorno e intrufolandosi dentro la dispensa.
s’infilò svelta proprio lì, nella vecchia dispensa, come attratta da una grossa calamita fatta di tempo espanso, che non avesse un passato ed un presente e che fosse così, semplicemente disteso su se stesso nel suo spazio e non numerabile.
ci si entrava in pochi lì dentro, giusto in due o tre ed uno accanto all’altro, perché la porta si ostruiva e nessuno poteva più farne il suo ingresso, per scoprire quali magie vi si stessero compiendo all’interno.
vi entrò, mentre sua zia e sua madre ne uscirono rapide con quattro vassoi di gnocchi di patate incavati e finiti di impastare proprio allora, pronti per essere bolliti in due ampie casseruole di alluminio dai manici tondi e invecchiati.
tutto era così straordinariamente uguale a sempre, anche le pentole erano proprio quelle.
ci restò sola. si sentì subito altrove. si girò intorno con gli occhi di allora e trovò tutto immutato, come fosse congelato in un tempo che non fosse più il suo di allora, né di quell'adesso, ma un momento tutto suo, fatto di un’epoca che infinita e senza il susseguirsi di segmenti chiamati anni.
un luogo fatto degli odori antichi che conosceva bene, delle voci dei cugini più grandi e appena adolescenti provenienti dal piano di sopra, della nutella spalmata da sua zia su un pane alto e morbido poco prima delle cinque, dei setacci per la farina marroni scuri circolari e irregolari appesi al muro sulla destra, del mobile color crema che si apriva dall’alto e in due parti e che aperto sapeva ancora di cereali e grano, del latte appena munto e comprato prima di cena dalla signora concettina, delle ciambelle al vino tonde e un po’ storte che duravano per settimane, della crostata appena sfornata con una marmellata indefinibile dal colore ibrido e che sapeva di tanta frutta scura cucita insieme, come soltanto una sarta precisa come la zia avrebbe saputo fare con la sua macchina da cucire poggiata sul muro prima della cantina.
si girò intorno con gli occhi di un tempo ed il cuore le pulsava di pensieri ed emozioni che non erano di quegli attimi, ma che appartenevano ad una memoria vivida e fatta di carne e cuore, impressi nell’anima e ancora così nitidi.
- sono felice!
balzò dentro di sé ad occhi chiusi e un po’ umidi, trattenendo a stento quel galoppo nel cuore, partito all’impazzata e senza freno. si sentiva come se quei sentimenti le strappassero via i chiodi con cui il tempo metteva ognuno nella sua croce e castigava tutti dove non avesse più senso restare. poi si voltò verso la finestra e vide sul davanzale, nascosta e tenuta segreta, un’intera crostata di marmellata scura.
le parve di rivedersi esattamente lì. folti capelli corti, occhi paglierini veloci ed attenti, un paio di calzoncini blu con tasche zeppe di segreti, una canottiera bianca a coste ricucita al centro della schiena, sandali chiusi blu con due occhi sbiechi e curiosi al centro, concentrati a scovare altri tesori. come una crostata fatta di una marmellata senza nome, scura, profumata di famiglia e d’estate, la stessa che trovava dentro i panciuti barattoli in vetro, sullo scaffale in alto a destra della dispensa.
il silenzio le pulsava tutt’intorno, eppure altre voci lontane la distoglievano altrove.

- e adesso, adesso come faccio? zia si arrabbierà moltissimo!
il terrore le solcava il viso e il cuore le stava fuggendo fuori dal petto, mentre la signora pia la prese a sé, stretta tra due braccia esili e lunghe, e le disse sorridendo:
- non preoccuparti, te la cucio io. togliti la canottiera.
se la tolse in fretta, la girò sulla schiena e la guardò con afflizione: un grosso squarcio si era aperto al centro, nel momento in cui lei stava precipitando dall’altalena di ferro.
- ti sei fatta male?
le avevano chiesto, ma lei no, non sentiva dolore alla schiena, ma piuttosto al cuore, ecco, lì sì. il taglio nella stoffa era colpa sua e lei avrebbe dovuto rimediare. e fu la signora pia ad aiutarla, facendo un ricamo certosino lungo la lavorazione a coste del cotone bianco, a tal punto che nulla lasciasse credere che vi fosse una cucitura. da allora avevano un segreto, lei e la gentile signora pia, qualcosa che sapessero solo loro due.
- è pronto, gli gnocchi sono in tavola!
rimbombò la voce stridula di sua madre, riportandola in quell'adesso: il pranzo di quella domenica a casa della zia. ma prima salì in bagno per lavarsi le mani. una luce debole e giallastra s’infiltrava nella tromba delle scale: il tempo stava cambiando e ampie nubi grigie avanzavano da ovest, dalla costa, coprendo il paese sotto una sottile coltre di fine agosto.
spalancò la porta del bagno e per un attimo restò incredula: anche lì sembrò tutto fermo nel passato.
si mise ad accarezzare le piastrelle bianche e blu dipinte con disegni antichi, controllò il ripiano incavato nel muro e ci trovò due riviste ingiallite di dieci anni prima, una biro nera, quella che usava suo zio, il lavandino bianchissimo con due manopole esagonali, sempre troppo dure per lei da aprire e chiudere. e quel profumo di pulito, un pulito eterno e sempre fresco.
- è certo che non apparteniamo ad alcun tempo, no. ma ai luoghi, quelli sì.
si disse posando la mano sulla maniglia antica e lavorata e, lavate le mani, se ne andò quasi dispiaciuta di riscendere.
raggiunse gli altri al piano di sotto: il suo posto a tavola era quello di sempre, alla sinistra di sua zia e a destra di suo cugino, la finestra sulla lunga collina alberata alle sue spalle ed il grosso camino in marmo sulla sua destra.
mangiò quasi fino allo sfinimento, come a riempirsi la memoria di sapori, odori, abbracci che non voleva andassero perduti: due piatti di ottimi gnocchi di patate irregolari, ognuno diverso dall’altro, morbidi ma consistenti, spuntature di maiale al sugo con due salsicce panciute e tozze e cicoria ripassata in padella, verde, più verde delle altre.
- lasciati un po’ di spazio, perché c’è una sorpresa.
le sussurrò sua zia all'orecchio destro, sporgendosi verso di lei e posandole la mano sulla spalla. ebbe un sussulto. per nulla al mondo avrebbe voluto che quella sorpresa si sciupasse, confidando a sua zia di aver scoperto una crostata nell’angolo nascosto della finestra della dispensa. rimase senza parole e sgranò gli occhi su di lei per la gioia. aspettò.
in quell’attesa c’era un universo in movimento. il lungo sguardo ed il sorriso di sua zia la accarezzavano dalla testa ai piedi, la compiacenza di sua madre era un rafforzativo di intese antiche e quel pranzo senza tempo impregnava il salone di una forte sensazione di pienezza che, nelle viscere di non si sa dove, lei sentiva stringerla in basso, nel ventre. una pienezza che non avesse più bisogno di vuoto per riempirsi ancora: si bastava così, era compiuta.
sua zia si alzò. ormai la accompagnavano lenti movimenti stanchi e non più spensierati, dispetto di un’età avanzata e di un tempo che segna i corpi con il suo scorrere di vita.
ma non le anime, ne era certa, e guardandola la vide esattamente come fosse allora: mora, svelta, nient’affatto appesantita, corpulenta e vigorosa, austera ma dolce, con una veste a fiori dal fondo rosso scuro e comode ciabatte basse in lana cotta verde scuro, impercettibili calze del colore della sua pelle, capelli corti e scuri con la riga ben fatta verso sinistra, foltissimi e tutti uniti.
sua zia scomparve, per ricomparire piena di soddisfazione ed illuminata in viso da un riverbero di mirtilli misti a more e fichi: abbracciava a sé, stretto e con affetto, un vassoio pieno di crostata di marmellata scura ed indefinibile.
il suo regalo, profumato e dolcissimo. per lei, solo per lei.

bi

[scatto abruzzese]

mercoledì 26 giugno 2013

-assiomi-

(non godo della proprietà transitiva)

- guardo in alto nel cielo con una media di venti volte al giorno. a volte lo fotografo anche, soprattutto sovraesposto. non è mai, dico mai, dello stesso colore.  
- non godo della proprietà transitiva. per quanto i miei andirivieni siano già solo forme di pensiero, in realtà ciò che vale per molti, quasi mai, ormai, vale per me.
- temo il fragore interiore dei tuoni, il loro rimbombarmi dentro. mentre mi compiaccio dello spettacolo della loro luce e di quella loro perspicace velocità di apparire e riandarsene, avverto sempre un’eco destra all’orecchio e un tuffo in pancia.
- preferisco le persiane alle serrande. già  solo per il nome. è anche per un fatto estetico, perché le serrande sono orrende e hanno un concetto di utilità che non si confà molto alla bellezza. hanno il su e il giù, anziché spalancarsi orizzontalmente.
- sposerei volentieri un liutaio. o forse in un’altra esistenza l’ho già amato. uno che costruisce musica con le sue dita lunghe e affusolate, tra silenzi che sanno di legno e di pomeriggio. di poche parole, carnali e ancestrali.  
- m’innamoro una volta al giorno. ogni giorno si manifesta un breve motivo per dire una frase d’amore. per restare incastrata in un oggetto meraviglioso. per dedicare un bacio.
- seguo le farfalle con lo sguardo, finché ne vedo il disegno del volo. poi continuo ad immaginarle. sarò una farfalla un giorno, almeno lo spero. piccola e viola, polverosa e leggera. farfalla.
- ho sempre disegnato cavalli con una lunga macchia latte sul viso. da bambina. li ricalcavo, li copiavo, li disegnavo centinaia di volte. poi un giorno mi innamorai di una cavalla. sta con me da qualche anno e ha una lunga macchia latte sul viso.
- fisso le stelle. eppure alcune di esse già non esistono più. il tempo ci frega tutti, quello dell’orologio, dei numeri, dei mancano cinque minuti. il tempo non esiste.  
- mi capita ancora di ascoltare le canzoni di adamo, celentano, don backy, dei dik dik, dei camaleonti, dei pooh, della bertè, di mina, di patty pravo. vedo la me bambina.
- a mezzogiorno penso cose comuni. robe di tutti i giorni, facili e che mi scaccino il senso della fame.
- mangio fragole almeno due volte alla settimana, mai il latte, compro limoni giganti, adoro guardare le frutterie e sentirmici inadeguata.
- a proposito, mi sento inadeguata quasi sempre in mezzo a un gruppo. prima mi ci infilavo per forza, ora invece mi assaporo il dolce restare un po’ nel margine. e un po’ no.
- sono nata poco prima dell’estate. ed è in quel poco prima che si consuma un’immensità piena di numeri fratti e serate tiepide, scaldate da un vento del sud. amo il sud, rispetto al nord. da guardare, dico.
- non mi sento quasi mai completamente nuda. adesso è quasi mai.
- preferisco i fiori stampati sui pantaloni sottili, le righe marcate sul costume da bagno, la paglia rigida sui capelli, i piedi scalzi tutto il giorno.
- vedo le onde della terra che s'infrangono in cielo e quelle dell'oceano che mettono radici profonde. ma non posso dirlo quasi a nessuno.
- una mattina mi sono guardata allo specchio e mi sono vista bella. da lì, non ho più smesso. imperfetta ed asimmetrica, storta ed inclinata. nessun naso, nessuna ruga, nessuna rotondità, nessuna macchia sul viso mina più al mio sguardo su di me. 
- difficilmente mi sento capita. che poi in fondo io mi capisco molto bene.
- non ho empatia per chi vuole avere sempre ragione. basto io. 

 bi 

nacqui per occupare mura rovinate e antiche
per girare su strade avvolte in sampietrini scuri e consumati
velata da un cielo terso e illuminato
che fosse giorno
che fosse notte
 


[ph. mia, vista del portone della chiesa di santa maria in valle porclaneta]
 

 

martedì 25 giugno 2013

le strategie della bellezza

la bellezza è una strega.
ed ella si sentiva ipnotizzata nelle emozioni e trafitta intensamente nella bocca dello stomaco.
sentiva gli occhi lacrimare desiderio e finiva per affondarli nella sua rotondità.
la rotondità della bellezza.

un vortice di brillantezza la portava su di sé e la ingoiava dentro voci cantate di dee.
nuda, si sentiva, e coperta di soli drappi di stranezza, irriverenza, ribellione, disobbedienza.

il fascino si era nascosto lì e voleva che lei lo andasse a stanare, da dentro la bellezza.
lo guardava dritto e senza timore alcuno.
era una screpolatura, una rottura, una scheggia che aprisse fenditure nel cielo.
come quelle della luna, che coltiva la notte e va a prendere aria di giorno.
piove smania e innalza le maree, alita sui fiori e ne fa germogliare i frutti.
e lei lì, a fare i conti e a vederla sbocciare ogni ventotto.
nera, nascosta, silenziosa e fluida.
nel settimo era un letto di fieno, una falce dondolante che la spiava e accresceva ed espandeva.
nel quattordicesimo era la perfezione del pigreco, la forza dell’elevato alla terza, la poesia della pienezza.
nel ventunesimo le voltava poi le spalle, per riscendere, ritrarsi, farsi più segreta.
la abbandonava ogni ventottesimo, soltanto per poi rinascere.
una frazione come la luna, la bellezza, un numeratore di momenti, una potenza di passioni.
le sue dita bambine la pungevano e vi solcavano crateri da una vicina lontananza.
vi disegnavano laghi pieni di vita e fiumi sinuosi e senza interruzione.
la bellezza non teme la pioggia.

né le costrizioni, i limiti umani, i saccheggi, l’usura del tempo, gli sguardi sudici, i pensieri impuri.
ella s’incamminava ogni giorno con coraggio e si faceva compiere da quelle stravaganti trasfigurazioni.
la bellezza le sorrideva in primavera, lacrimava in autunno.
la seduceva e si lasciava rapire.
dapprima buia, per lei che la ignorava e affossava l’anima dentro coni di vuoto interiori.

poi intermittente, quando non ne scorgeva altro che passaggi rapidi e riflessi.
infine seducente, danzava con lei che lì ci si arrestava e c’affondava gli occhi fino alle budella.
la bellezza costruisce spazi complementari, possibilità, destini.
risiede nei colori della natura, nei sentimenti di bontà e tolleranza, nella pazienza, nella gentilezza.

negli opposti, nei ti perdono, nei no, negli oggi, negli amori, nelle risate, nei pianti.
nei vasi annaffiati, negli angoli polverosi, nelle strette di mano, nei grazie.
la bellezza è la vita.

bi
 
 
 
[artslant, dioramas of victorian relics]
 

"in tutto - in ogni persona e sentimento - sto
stretta, come in una stanza di una tana o
di un castello. io non riesco a vivere e cioè
a durare, non so vivere nei giorni e ogni
giorno vivo fuori di me.
è un male incurabile e si chiama anima". 

marina cvetaeva
 

lunedì 24 giugno 2013

diversamente

si vede da come lo guarda: lei pensa che il piacere lo provino quasi tutti. lui vive in quel quasi vago e sfumato, seduto su una sedia a rotelle. è smagrito, le gambe sembrano un disegno più che un'estensione fisica reale, lo sguardo è spento. come se avesse un bottone da qualche parte, l'unico con il quale possa controllare volontariamente una parte di sé e ci spegne lo sguardo.
il sesso è un'abilità e la sua è diversamente abile. dunque il sesso è diversamente sesso. gli si avvicina con movimenti lenti ed indecisi, senza sapere bene cosa fare.
si vede da come lo guarda: lei pensa che a lui il sesso non serva. è abituata a chi sa fare da sé, a chi si spoglia rapidamente e si regala un'ora di piacere silenzioso e gridato ad occhi chiusi e vissuto in un altrove ogni volta differente e pagato, sì, perché funziona così.
- il mio amico olandese ha un'assistente sessuale. una donna avvenente ed esperta che conosce la disabilità, oltre all'arte del piacere. mi dispiace per te, invece.
lui è diverso. diverso da tutti i clienti di sempre, diverso da quelli che camminano eretti su due gambe ben piantate. non le era mai capitato di dover spogliare qualcuno, usando grazia nel sollevargli quelle gambe assenti di gravità. di sganciare i braccioli della sedia e farli scivolare lateralmente. di spostargli le natiche più in avanti, quel po' che le avrebbe consentito di sedersi su di lui.
- il mio amico non la deve pagare. è un suo diritto, il sesso. il piacere. provarlo. è come quello di vivere la vita. e il sesso è corpo e vita.
si vede da come continua a guardarlo: lei non sa che dirgli. che è dispiaciuta, quello sì, glielo direbbe. e pure che non sa come si fa a maneggiare la sua esilità, perché sa solo spalancargli le gambe sopra. lei è lì per farlo godere.
gli attimi si susseguono incerti, mentre lui la aiuta a completare la penetrazione. lei sì che ha le curve molto belle, mentre le sue, pensa, le sue sono dritte, quel dritto giusto per incassarsi nella sua sedia.
il piacere si consuma lento, in un tempo surreale e diverso per l'uno e per l'altra. lui chiude gli occhi e viaggia in un luogo di estasi, fatto di penombra e di fisicità diversamente estesa. gli piace. ansima. lei è lì impacciata e manca di parole e concentrazione. conta i minuti alla rovescia, dicendosi che prima o poi lui sarebbe arrivato al suo orgasmo e lei si sarebbe potuta rivestire.
il piacere è servito. lui si asciuga, lei si affretta a rindossare i suoi panni. lo vede goffo ed in difficoltà e si allunga per aiutarlo. lo riveste, ritira su i braccioli, lo aiuta a sistemarsi con la schiena poggiata perbene sullo schienale.
lo guarda ancora una volta incredula prima di andarsene. sì, il sesso è un diritto di tutti. non è che un disabile non voglia godere, no. questo è un maledetto luogo comune, vero solo in virtù di una maggioranza che sta in piedi e scopa muovendosi autonomamente. non è affatto comune. è un luogo fatto diversamente, in cui si vive di quasi vaghi e sfumati.

bi
 
questo pezzo era nato ed emigrato in un altro luogo, ma il posto giusto per lui è questo: radica.menti.
 
 
 
 
 
[pablo picasso, disegnare con la luce]
 
 

martedì 18 giugno 2013

verba manent


 
preferisco il ridicolo di scrivere poesie,
al ridicolo di non scriverne.
da "possibilities", di wislawa szymborska
(nothing twice)
 

*disanimata

raccolta attorno all’ombra di se stessa
piena di dissonanze
che le attraversavano il ventre
colma di madri onnipresenti
e di sangue come cibo
di sé al centro di una stanza vuota
senza occhi puntati come fili
aveva solo orecchi e lacrime supine

*sguardi felini
 
volteggiava irradiata
dentro i pomeriggi delle tre
silenti e fischianti
di venti graminacei
con quegli sguardi gialli 
posati sopra i suoi corpi
pesanti e sottili
come un velo di seta orientale
quegli sguardi felini
le vestivano di luce
lo spirito

*impensabilità

giochi a fare l’aquilone rosso
retta da un laccio impensabile
a dire trame di parole
dello stesso colore delle viole
a baciare lembi rosati e umidi
stretti tra canini serrati
a costruire pensieri
su brandelli di eternità

bi

dedicate al femminile di ciascuno
che è un uno e un tutto




[creazione di victo ngai]


giovedì 13 giugno 2013

fotografata


 
tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza
della vita è composta d'ombra e di luce.
(lev tolstoj, anna karenina)

 

la sua era nera, bordata d'argento in minuscoli tratti. di quelle con gli obiettivi di diverse dimensioni da svitare e riavvitare. ci guardavo dentro e non riuscivo a trovare la giusta messa a fuoco.
lui sempre.
mi ricordo di scatti bianchi e neri e quadrati, bordati di coste frastagliate e spesse. di carta satinata, mai lucida. le faceva stampare sempre così, opache. per lui erano più belle.
dai primi giorni di vita, rilassata e curiosa tra le braccia di mamma luce. la fissavo nei suoi occhi a spicchi come due castagne autunnali quasi gemelle ma asimmetriche, quelle di fine settembre. del ventisette.
mi ricordo quelle scattate di corsa, piene di echi di risate leggere. su marmi dai disegni astratti e cremosi, su mattonelle a rettangoli arancio bruciato messe sbieche e incrociate, su asfalti ruvidi e scuri, sulla sabbia battuta dall'acqua.
lui con me, assolato di tramonti rossi e opachi.
con la barba nera allungata e potata, le dita lunghe piene di corde da suonare, le mani potenti. i suoi scatti erano quadri, ogni volta dalle sfumature nuove. la sua macchina sempre con sé, portata a mano, nonostante la cinghia per appenderla al collo. la stringeva tra le mani, con l'indice pronto a dipingere.
mi ricordo di stampe rosate, quasi fucsia. un errore, diceva, al momento dello sviluppo. un incontro con la luce, che aveva alterato la vista a colori naturali. erano primi piani, in cui inquadrava una me seienne, pettinata, sorridente in modo educato, un cerchietto di margherite che m'incorniciava i lineamenti e che nuotava tra i capelli cenere portati appena sotto il mento. intorno tutto fucsia. rosa scuro, dico. il viso, il salone dietro le spalle, gli occhi giallastri… tutto era rosato. ed io non ci vedevo errori.
sembravano una gara quelle fotografie. in ogni quando ed in ogni dove portava la sua macchinetta con noi. e immortalava anche le mie lacrime bambine. come quando staccò le rotelle dalla bici blu e bianca, sul marciapiede della rotonda di ostia, e mi disse: ora puoi andare! la paura mi agganciava le caviglie e l'equilibrio mi portava a destra e sinistra e le mie lagne si tramutavano in fotografie con la bocca aperta e gli occhi raccolti in mezzo a rughe fanciulle di pianto.
mi ricordo il cavallo a dondolo al centro del salone, galoppante di libertà e zeppo di vento tra i capelli. le canzoni cantate al microfono, tutto di metallo e senza spugna nera sulla sommità: glielo avevo detto io che s'era sbagliato a comprarlo. i libri sfogliati seduta sul divano di pelle fresca color terra. i primi giorni di scuola con i fiocchi azzurri sempre troppo abbondanti. gli abbracci coi cugini. l'arrivo di quella tanto amata sorella, che ci ha messo nove anni per raggiungermi. i prati, i mari, i monti, io e mamma luce, io e il mio angelo.
immensamente amata e così tanto fotografata. per tanti compleanni e tempi importanti. importanti perché fotografati.
mi metteva al centro del suo occhio e mi lasciava lì, stampata su una carta resistente ed eterna.
domani compirò trentanove anni e correrò da lui, per farmi fotografare.
ancora una volta.

ai miei trentanove anni, ritratti su carta e custoditi con gelosia ed amore incondizionato.
a mio padre angelo, il primo uomo che abbia amato. 

bi
 
 


[fotografata nel 1974]
 

giovedì 6 giugno 2013

l’arciera

eccola, arriva.
è lei: l’arciera.
una diana piena di sole,
un’artemide senza verginità.
uno spirito ricolmo di coraggio e fierezza.

vestita di pollini e filo di scozia,
così t’immagino ora.
piena di mani che stringono,
di parole che baciano
e sorrisi che alitano.

unta di antico, dorata e gialla.
una genziana in quota,
amara e alta,
vestita di foglie scure e dure.
ti vedo così.

donna moderna con riflessi d’altri tempi
ti odo camminare in un chiostro
su due gambe femmine,
lucide e diafane.
senza ombre, senza memorie.

dea dalla testa cinta di guglie
slanciate e gotiche,
rumoreggiante in uno spazio obliato solo tuo,
eppure un po’ nostro, 
mentre pensi come le montagne.

ti cerco negli spicchi di luce dentro casa,
nei ruderi di quella scalinata,
negli intarsi del cancello verde,
nell’angolo in fondo a destra,
nella rosa che sempre è stata tua.

bi

6 giugno 1989
ad anna, a nonna.
un'emozione che c'è sempre, dentro.
 
 

 
[art of amy sol]
 

giovedì 30 maggio 2013

incamminati nel mio immaginario


"mi stia lontano chi ha cuore arido,
chi ha ciglia asciutte".
johann wolfgang von goethe


entra, chiudi la porta.
chiudila dalla bruttura di chi bellezza non vede e puntini sulle i interpone.
entra, togliti il giacchetto.
l’aria dell’immaginario mio ti vuole sfiorare, a partire dalle pelli più sottili e fatue.
entra, fai due passi avanti.
c’è una luce che attraversa i mondi sinistri e giunge a destra, dritto nella cucina.
cibi si cuciono tra di essi e, prim’ancora che sapori, sono profumi di gusti immaginati.
vieni, gira a sinistra.
il panorama è impervio e roccioso, coni di ombre raffreddano le salite in quota e gole di luce e di sole ardono chi l’ombra non teme.
le rocce sono memoria e passato e hanno in cima alle loro punte la fioritura di un futuro che è appena accennato.
muschiato all’occhio, vellutato al tatto.
affacciati nella finestra lunga.
tetti sfumati di terra bruciata sovrastano dimore storiche e rurali, silenti fuori e rumorose dentro.
piene di grida, di schiamazzi, di risa sconnesse, di sguardi nascosti, di vita semplice eppure complessa, di bambini in vacanza l’estate.
muovi i tuoi passi, non esitare.
l’odore è pungente nel basso ventre e floreale salendo verso i soffitti arcuati e lattei.
un pavimento miele tradisce macchie di vita ed irregolarità di pensiero.
sono i sinonimi che si strusciano ai loro contrari.
spalla a spalla, la destra.
e si voltano furibondi per l’impatto, per finire poi abbracciati tra lacrime di pentimento ed evoluzione.
incamminati, ne hai il permesso.
calpesta parola per parola questa fila di atti coscienziosi e pieni di ardore e rivoluzione e passione.
sono i miei, gridati al mond’intero.
sono così, passion-aria.
in me arde selvaggia la giustizia e il senso di protezione verso le creature tutte, soprattutto donne e persone indifese e minoranze.
in me regna l’aria con i suoi venti tempestosi ed estivi, mai brutali e pur sempre impetuosi.
ti lascio in dono il mio fianco.
pungolalo in primavera e accarezzalo quand’è autunno.
lascia che cada morbido sulle gambe sottili che camminano senza sosta da anni e decenni e secoli.
ecco, qui c’è il mio cuore.
bianco e rosso.
rispettalo.
salutalo.
pregalo.
stringilo.
lascialo libero.
seguilo.
fa’ che ti voli dietro.
ascoltalo.
dormilo.
sussurralo.
lambiscilo.
amalo.
e s’incamminerà con te.
per sempre.

bi
 
 


[immagine tratta da internet]
 

martedì 28 maggio 2013

a te i miei occhi

sono nel grido di un treno lontano, di ritorno dal posto che fu.
una nebbia appannata di tempi ibridati m'incornicia ed ecco che adorna anche te.
t'incontro e gioisco e la mia mano s'incolla sulla tua guancia color latte così tanto familiare.
ti rivedo, teresa.
e rosea e pallida e fresca, proprio com'eri allora, mi rispondi che sì, ne sei felice.
ché sempre lo dicevi, finché la corporeità che t'ospitava te ne aveva accordato il permesso.
accenni un sorriso serrato su quelle sottili pieghe della bocca.
mi cogli e mi stringi a te con le tue dieci dita grosse.
piccolo essere selvaggio, mi dici, esistono alberi incolti e tu sei una di quelli.
quando i cuori avranno pensieri, continui, diventerai corteccia e ti fonderai con essa.
vivrai nell'immensità che tanto canti, laddove m'incammino anch'io senza più fatica.
mi guardi con il turchese dei tuoi occhi di cristallo e resto lì.
con te, per te.
qualsiasi pigreco saprebbe ridisegnare la tua armonica rotondità e scattarne una fotografia.
donna di genuina ed educata gentilezza, senza libri ed istruzione aggiunta, donna vera, amabile signora.
la tua era una camera con svista.
un tranello, uno scherzo, una vita a due mancata.
sola da sempre, perché senza marito, madre di due figli.
venuti dal cielo, così pensavo che fossero.
parlavi del tuo uomo morto come uno scrittore parlerebbe di un suo personaggio.
un alito che esiste soltanto nell'occhio di chi lo sa vedere tra le righe.
non ho bisogno di nient'altro, dicevi, quando mi siedo al tavolo coi figli miei.
ed io nel guardarti mi facevo invisibile come un vetro che t'osservava e risputava riflessi muti.
eri bella.
la nebbia si fa tenue e ci apre un bosco di foglie e muschi e umidità e odori pregnanti.
lo vedi, mi chiedi, nei tuoi andirivieni disabiti luoghi e cavalchi orizzonti.
attraversi altri esseri viventi, ti cibi del loro spazio e doni loro del tempo.
non vedo.
ecco, mi dici, a te i miei occhi.
e te li stacchi uno ad uno, facendoteli scivolare sulla mano destra.
turchini e bianchi.
a te i miei occhi, dici dolcemente e me li doni.
ora lo vedo, teresa.
è come se io stessi seduta su una nuvola ed essa mi trasportasse da un essere a un altro.
ora vedo, finalmente.
non trovi parole che come i frutti di un albero riescano a raccontarmi la vita della morte, concludi.
ma tu continua a farle volare sulla bocca, mi sussurri, affinché le possa trovare anch'io.

a teresa, la sorella di una nonna che, anche lei, fu.

bi




“pensavano che anche io fossi una surrealista,
ma non lo sono mai stata.
ho sempre dipinto la mia realtà,
non i miei sogni".

frida kalho

[illustrazione di andy kehoe]

venerdì 24 maggio 2013

drammaturgia di un sonno

versi irregolari di una notte

peso come il macigno cosmico che aprì una voragine sulla terra, per accogliere il mondo delle ombre e del pianto.
la mia mano destra è certa di ergersi con coraggio, pronta ad illuminare con un bagliore la mia notte penosa.
resta invece immobile.
pare ch'io viva notti come viaggi e giorni come soste.
l'umanità tutta s'addolora in petto, mi dice la notte.
mentre m'affanno, affaticata, senza tregua, piangendo lacrime di tutti, tranne che mie.
oh, dimmi se sai come si placa questo dolore fulminante, questo vento furioso che s'impossessa dei corpi e fa sbattere l'anime come campane che vagiscono castigo.
dimmelo, tu!
con l'amore, dice.
parlato, baciato, abbandonato, lisciato, pensato, donato e scritto.
c'è bisogno di una nuova grammatica dei sentimenti, abile a cantarli e ballarli.
sacri silenzi di parole, mi dice, che li trasfigurino e che lascino fuggire i tempi finiti.
l'infinito, questo cura i mali in petto.
l'infinito.
io continuo a camminare e la penombra s'impossessa di me, imbevendomi di dolore.
non è il mio, mi dico.
soffro e la mia mano m'aiuta a far uscire frasi che tardano a manifestarsi, restando solo sibili e lamenti soffocati.
il mondo soffre, senti?
le dico, disperata.
e soffro anch'io appresso alle pene del mondo.
l'anima mia vibra e vaga in un girone di sofferenza che mai avrei potuto provare per me medesima.
per me sola.
è un dolore universale, uno spasmo violento che non s'arresta e vomita nero.
ansimo.
ancora la mia mano è convinta d'infiammare quel buio con la luce del lume, che come un lampo vorrebbe che s'accendesse e fulminasse quel mio vagare.
resto ancora bloccata.
odo il mio corpo sdraiato sul letto premere sul fianco destro.
la luce resta muta.
riesco allora a spegnere le mie lagne sulla bocca arida e rallentata, le mie dita suonano note d'aria.
sono tornata.
sono dentro.
sono sveglia.
mi cibo di respiri profondi, per restituire brezza ai miei polmoni imputriditi dal sonno.
sono sveglia.
sono calma.
sono cambiata.
la drammaturgia del sonno mi ha portato via con sé, rendendomi indietro una nuova parte di me.

bi
 
 

“non ho bisogno di vendere la mia anima per comprare la felicità. ho un tesoro interiore che è nato con me e che mi può tenere in vita, se ogni piacere interiore deve essermi negato e offerto solo a un prezzo che non sono disposta a pagare”.

dal romanzo "jane eyre" di charlotte brontë
 
 
[illustrazione di rebecca dautremer]

mercoledì 22 maggio 2013

Scalza






Ho camminato scalza
sul marmo freddo di un suolo sacro
sul pavimento di dio ho celebrato 
i giorni di vento
le onde a naufragare
l'assenza e l'aspettare
ho chiesto un perdono
o una tregua
al mio perpetuo sbandare
 
 
 
 
 
 
 
 
Di. 

mercoledì 15 maggio 2013

la cugina di agata

cadde all'improvviso.
le cadde accanto, facendo un tonfo soffocato e secco e lasciandola impietrita, a guardarla con due occhi sgranati così. più di un cuore sembrava batterle in petto, ché uno le sembrava poco per il chiasso che le si agitava dentro. 
lo sentiva dire da giorni quanto sua cugina fosse preoccupata e pure triste, per questo era andata a stare un po' dagli zii, coccolata in famiglia e lasciata tranquilla con se stessa e con le sue ferite sgranate. quando desiderava stare in compagnia, c'erano loro. suo zio le sorrideva, le carezzava il capo con l'affetto e la comprensione di un adulto piuttosto giovanile e le offriva sempre di rimboccarle l'acqua nel bicchiere. sua zia la stringeva a sé e si raccomandava che stesse bene, che non pensasse agli altri per quei giorni e che mangiasse, soprattutto.
agata le stava piuttosto addosso, le leggeva cose, dormiva con lei e stefy si divertiva a giocarci e le parlava di cose da grandi. di cerette, per esempio, e di trucco da stendere sul viso, cose che agata non avrebbe mai fatto, le diceva, né comprato neanche da grande. mai, no.
era figlia unica, agata, sola e solitaria e, sebbene sua cugina avesse undici anni di più, era felice quando poteva stare con lei, occupare gli stessi spazi suoi, dormirci, lavarsi i denti con lei, mettersi le sue ballerine allungate e ampie e dorate.  
era estate piena e quel giorno stefy indossava una gonna che la avvolgeva fin sopra alle ginocchia, tinta di una fantasia geometrica blu, azzurra, bianca e gialla, con cerchi, piramidi e quadrati. sopra aveva messo una canotta corta azzurro scuro, sottile, liscia.
cadde all'improvviso, mentre erano in un negozio di vestiti. agata e i suoi occhi sgranati le si avventarono sopra, preoccupati di coprirle subito uno dei seni, che sfuggì svelto dalla canotta. le sistemò in fretta anche la gonna, che aveva lasciato scoperta una gamba abbronzata. in un attimo arrivarono gli altri, che pure si precipitarono attorno a stefy con affanno.
- è svenuta! solleviamole le gambe!
si affrettarono tutti a darsi da fare per stefy. le alzarono le gambe, facendo scivolare il suo corpo forte verso il muro e facendo aderire i piedi alla parete. per far scorrere il sangue, dissero.
agata si preoccupò subito di sistemarle la gonna, facendogliela scivolare in mezzo alle gambe, affinché la tenessero bloccata.
- sarà colpa del succo di frutta freddo.
faceva terribilmente caldo, non si muoveva neanche un alito di vento e il sudore ghiacciato si era fermato sulla fronte di stefy. agata glielo asciugò, tamponandola con la sua maglietta di cotone bianca. aveva un pagliaccio disegnato sulla maglia, rosso e giallo e sorridente. le carezzava la fronte e le tempie con la maglia, per asciugarla da quell'ansia traboccante.
la donna del negozio portò un catino con acqua fresca e la zia cominciò a bagnarle i polsi bollenti. la sfiorò adagio e di continuo e le sussurrò cose che stefy non poté ascoltare, forse.
agata era lì.
i genitori di stefy non c'erano. in casa loro vi era una guerra sempiterna, liti che la facevano sentire minacciata e le segavano le ali. le ali di stefy.
agata era lì.
a controllare che la gonna restasse ferma e composta, che la fronte smettesse di agitarsi e si mantenesse secca, che la canotta custodisse al sicuro i suoi seni giovani e scuri, quelli di sua cugina stefy. un fiato d'aria e le premure di tutti la rianimarono e con estrema lentezza e prudenza stefy cominciò a riprendere vita, per poi sollevarsi da terra e tornare eretta, seppure con esitazione e debolezza. i suoi colori stiepiditi tornarono a illuminarle il viso e, bevuta un po' d'acqua, si allontanarono tutti dal negozio per tornare a casa.
- ti sei spaventata, agata?
le chiese stefy, una volta a casa.
non era proprio spavento, in verità. fu un'altra la sensazione, più lunga, più profonda: si sentì precaria e inerme, quasi non padrona dei propri movimenti, così le disse. quegli occhi così immobili, sbarrati in avanti contro stefy, che giaceva a terra scomposta, i suoi cuori galoppanti e ululanti in petto, il pensiero che sua cugina non potesse riaprire gli occhi, mai più, e la visione dell'intimità nocciola del corpo di stefy, gettato a terra in balia di tutti, quello proprio non riusciva a scordarselo. 
- ma non preoccuparti, stefy. mi sono presa cura io di ricoprirti e sistemarti i vestiti mentre eri a terra. nessuno ti ha scoperta.

bi
 


[immagine di sam wolfe connelly, "harvest"]
 

giovedì 9 maggio 2013

i pomeriggi di luca





i pomeriggi di luca erano in finestra.
un po’ faceva i compiti, seduto composto sulla sedia della cucina nel lato corto del tavolo. i libri ordinati, i quaderni senza orecchie, le matite e le penne colorate sistemate nell’astuccio dalla forma regolare e allungata.
la finestra era di fronte al tavolo. gli bastava distrarsi un attimo e alzare lo sguardo per avvertire forte la pulsione ad alzarsi. la apriva e si affacciava. premeva con gli avambracci sul davanzale e restava un po’ penzoloni con i piedi, le gambe scendevano morbide. e senza accorgersene ci restava un bel po’.
nato nella terra degli ulivi e dei trulli, tra il mare ventoso e chiaro e l’entroterra tinto di verde e a tratti brullo, luca era obbediente, studioso il giusto e amava arrampicarsi sugli alberi.  
io lo vedevo da fuori. vedevo che vagava con gli occhi giù per la strada. la rastrellava meticolosamente e ne copriva tutti gli angoli, anche quelli in ombra.
- sali, ti faccio vedere.
mi disse una volta in cortile. e da allora restammo amici. era pieno di biglie di vetro colorate e aveva una bici comodissima per andarci in due, perché aveva una di quelle selle dalla forma allungata e ben imbottita, tipo un motorino.
avevamo scoperto di andare alla stessa scuola elementare ed avevamo preso anche ad andarci insieme. stavo bene con lui, potevamo parlare della mia bambola di colore, della scrittrice jo del romanzo “piccole donne” e del suo amico lorence, dei soldatini pieni di vita schierati nella sua libreria, dei bambini con gli occhiali, della lebbra e di raoul follereau, senza che io mi sentissi una marziana inavvertitamente caduta dal cielo e lui sembrasse un bambino di un altro universo.
mi invitò quella mezz'ora nella sua vita e mi mostrò un mondo che non conoscevo. luca si affacciava tutti i giorni in finestra e si sceglieva le macchine. le automobili parcheggiate per strada e nei cortili, che si riuscivano a sbirciare dalla finestra della sua cucina, erano tra i suoi passatempi preferiti. si sceglieva e contava quelle che gli piacevano di più, quelle che avrebbe voluto per la sua famiglia. tipo la lancia thema grigia, la y blu, la panda bianca, la jeep grigia, l’alfa romeo rossa, la golf nera, la peugeot cabrio, la grande volvo station wagon e altre cose così. le altre no, non le sceglieva. tipo la ritmo, la croma, la uno e queste più bruttine.  
non capivo a cosa servisse fare queste scelte, contare le macchine belle e ignorare quelle brutte, ma mi divertiva. e luca mi aveva insegnato i nomi delle macchine e il fatto che il colore fosse un elemento estetico fondamentale.
il suo era un immaginario coltivato, a righe orizzontali e accoglienti, azzurro mare e a tratti rosa e marrone. non vi era nulla di euclideo nel suo sguardo e in ciò che faceva, eppure tutto sembrava rispettare un segreto equilibrio, il suo, e un’armonia celestiale. c’è un oltre in ogni oggetto e lui sapeva catturarlo. nelle auto ad esempio lui sapeva cogliere la storia della vita di chi le guidava e ne faceva una storia per sé, da non dire a nessuno. 
spesso lo trovavo a braccia conserte e andavo per aprirgliele e lui le stringeva ancora più forte sul petto suo, a tal punto da non riuscirle più a staccare.
- mi scaldano il cuore.
così diceva. e un giorno disse pure:
- la verità si trova nella mezza luna che non vedi.
da allora non guardo più alla luna come ad un satellite che non sa splendere di luce propria, ma come a una luce intermittente, che a volte regala il suo chiarore, altre volte la sua ombra.
sì, come noi persone. 

bi
 
[illustrazione di joe sorren]

lunedì 6 maggio 2013

il fratello di nessuno

dava le spalle alla strada, le mani conserte dietro la schiena appena stiepidita dal sole di aprile. conversava guardando il suo amico leonardo teneramente negli occhi. era quello il suo modo, ci metteva premura e anche un pizzico di benevola sbadataggine.
- ciao, nicola.
si voltò lentamente, con quel suo modo che la gente avrebbe certamente giudicato un po’ goffo.
- oh, ciao.
restò voltato per metà, con la parte superiore del busto. le gambe e i piedi no, rimasero un po’ storti verso il suo amico leonardo. era incerto, con il sorriso appena accennato e le labbra leggermente tremule.
- mi riconosci, nicola?
- sì, certo...
lo scrutò con quello sguardo leggermente svampito, gli occhi dilatati che puntavano le lenti spesse dei suoi occhiali, pur sempre in modo premuroso. era tenero con tutti, anche con quelli meno amici degli amici.
- come stai, nicola?
- bene, bene. grazie. e tu?
chiunque gliela perdonava quella smemorata disattenzione, quell’accennata ed innocente vaghezza, chiunque lo amasse e a cui lui volesse bene. era confuso, ché lo stava mettendo a fuoco, ma per nulla lo avrebbe ferito, dichiarando con insolenza di non averlo riconosciuto. eppure lo conosceva, ne era certo, solo che il nome proprio gli sfuggiva. gli girava intorno come l’arietta primaverile, una brezza lieve e in certi attimi pungente, ma proprio non gli veniva in mente. 
- anch’io sto bene, grazie. e anche la mia famiglia sta bene. e gli altri a casa? come stanno, stanno bene?
- sì, tutti bene. stiamo tutti bene, grazie.
lo fissava ancora diritto. era un viso pieno come una luna all’apice del suo ciclo, chiaro, rosato e appena più rosso sulle gote. tondo, molto tondo, con due occhi celesti molto chiari. che occhi di ghiaccio, pensò nicola tra sé. ipnotizzanti, quasi insidiosi.
- va bene, allora io vado. statti bene, nicola.
- grazie, grazie. anche tu, ci vediamo. ciao.
restò ancora così: voltato per metà con la parte superiore del busto e le gambe e i piedi un po’ storti verso il suo amico leonardo. sembrava sospeso, con quel suo sorriso un po’ tremolante e gli occhi buttati lì nel vuoto.
vagava nel vuoto di quell’istante. una svista non ricordare quel nome, pensò. quel viso di luna piena, bello tondo. quegli occhi di ghiaccio, così confusamente familiari. quella statura alta e quel portamento appesantito da un fisico nient'affatto longilineo.
d’un tratto tornò padrone del suo sguardo. un tuffo interiore gli fece sobbalzare le costole e tremare impercettibilmente le spalle. leonardo era ancora lì, distratto nella conversazione con un altro passante e sembrò non accorgersi del rossore sul volto di nicola. 
era suo fratello.
l’uomo alto tondo col viso pieno e gli occhi di ghiaccio, quello lì, era suo fratello. quello con cui non si parlava da otto anni e con il quale aveva litigato per un’intera vita era suo fratello. quello prepotente che lo sovrastava con parole forti sulle sue fragili era suo fratello. quello che non aveva subìto le angosce che i loro genitori avevano inflitto al maggiore dei due, nicola, era suo fratello. quello che una volta lo strattonò per la maglia e che avrebbe voluto picchiarlo era suo fratello. quello che si era fermato lì, sotto il tepore del sole di aprile, in una mattinata tranquilla in strada, lo aveva chiamato e salutato e aveva chiesto come stesse e come stesse la sua famiglia era suo fratello.
un riverbero di passato passò accanto a nicola e gli diede un'energica pacca sulla spalla. non preoccuparti, gli disse, tu guarda avanti. tu gioisci con la tua famiglia di adesso. non pensare ai soprusi subìti e all'amore strappato via. tu mantieni il tuo sorriso intimidito e un po’ sbadato sul tuo viso. che al resto ci pensa la vita, nicola.
la vita ti ama, nicola. tua moglie anche. le tue figlie ancor di più.
nicola, il fratello di nessuno.

bi




[the musician, http://www.randomgallery.it/Randomgallery/home.html]

giovedì 2 maggio 2013

tornò

s’ascoltò così, restando muta.
si concesse un orecchio coraggioso, di quelli che non restassero indifferenti.
lo fece così, passandosi appena l’indice attorno all’orecchio sinistro e attorcigliandoci una ciocca chiara un po’ disordinata.
fu così che dilatò l’udito fino al suo intimo, giù, in fondo.
egli le confessò quanto lei si amasse, in fondo.
pure con tutti quei difetti ostentati sotto agli occhi brutali di tutti.
ché lei lo sapeva: era bella.
una donna d’amare, che a modo suo s’amava.
si allontanò quel po’ che la fece ritornare.
la solitudine, quella le serviva.
la distanza dalle voci che la distraevano, quella voleva più di tutto.
portarsi la sua sé appresso, senza caricarsela come un peso inerme, quello le occorreva.
il resto lo trovò di là.
l’eco delle notti senza bisbigli, quello trovò.
sdraiata su una nuvola e cullata dalle mutevoli voci del vento.
rannicchiata sul ciglio di una serena luna calante, nuotando per un cielo terso e nero.
distratta dall’odore della menta e dall’eleganza primitiva delle viole di maggio.
un percorso impervio e sudato, quello trovò.
inumidita dai primi colpi di calore del sole e rimproverata da un’aria pungente.
meravigliata da gesti insoliti e straordinari e da attimi inconsueti e pieni di spazio.
scollata dalla noia, incollata alla terra e ai suoi segreti.
i colori che desiderava, quelli trovò.
i viola, i fucsia, i rosa pallidi.
i verdi bagnati, i verdi asciutti.
gli azzurri carichi, i gialli densi e succosi.
motivi per restare, quelli trovò.
scardinando le porte dell’abitudine.
dimenticando porte da tenere chiuse.
lasciando cadere paure e tentennamenti.
e trovò il sole coi suoi cammini sempre uguali, la luce coi suoi spicchi geometrici nei pavimenti chiari, la pioggia rimbombante e chiassosa e grigio perla, l’amore schivo, l’amore gentile, l’amore carnale, parole da ripetere, parole da scordare, pizzichi di memoria e storia, fiori grandi come spilli, foglie dense come vernici, rumori ascoltati nel primo sonno, sogni cavalcati nelle ore avanzate delle notti, trapassi, passaggi, pagine voltate.
tornò leggermente dorata, piena di pagine da scrivere e bocche da baciare.
tornò sempre uguale e così diversa.
tornò di quei ritorni che odiava da sempre e che un giorno, ne era certa, sarebbero scomparsi.

bi
 


"e allora impara a vivere. tagliati una bella porzione di torta con le posate d'argento. impara come fanno le foglie a crescere sugli alberi. apri gli occhi. sul raccordo del green cities service e sulle colline di mattoni illuminate di watertown, la sottile falce di luna nuova sta distesa di schiena, unghia luminosa di dio, palpebra abbassata di un angelo. impara come fa la luna a tramontare nel gelo della notte prima di natale. apri le narici. annusa la neve. lascia che la vita accada".

sylvia plath, diari



[immagine tratta da surrealismo pop]

mercoledì 24 aprile 2013

“mamma-è-bello”

le dieci regole d’oro per fare la mamma fica nel duemilatredici.

a) tuo figlio ha sempre ragione
anche quando l’insegnante ti dice che ha spinto il compagno contro lo spigolo della cattedra e gli ha fatto uscire fiotti di sangue grossi come la fontana delle novantanove cannelle.
anche quando non ha capito il capitolo della seconda guerra punica e dice che la colpa è dell’insegnante, se non sa dirti se annibale sia romano o cartaginese. perché lui (tuo figlio) è digital native e si sente cittadino del mondo e il mondo comprende sia roma che cartagine. quindi dice che tu gli poni domande inutili.
anche quando ripete una parolaccia, già, una parolaccia bruttissima che comincia con la c e la ripete due, tre volte e tu lo guardi inorridita e ti chiedi sommessamente come mai, visto che tu la dici sempre a voce bassissima, tipo sibilo. è che dimentichi che a lui non sfugge niente di quello che dici e che fai. e ti imita, inesorabilmente e tuo malgrado.

b) se non organizzi le feste ai gonfiabili non sei nessuno
perché i gonfiabili sono al coperto e pure se piove sei tranquillissima che la festa non andrà rovinata.
perché i gonfiabili sono enormi e colorati e vanno di moda che proprio non puoi dire alle mamme “venite al parco alle cinque, che io porto coca cola e torta!” perché ti guarderebbero come fossi un’aliena e saresti un’anonima stravagante e dissociata da emarginare subito manco avessi la faccia viola sfumata di verde e puzzassi di naftalina.
ci vuole una certa organizzazione, ci vuole. se no non sei nessuno.

c) le scarpe da ginnastica si comprano e si fanno regalare solo di marca
mica come ai tempi nostri, in cui alle elementari mettevamo le scarpe blu con i buchi.
(che meraviglia le scarpe con i buchi, di una bellezza che i figli digital natives non potranno mai assaporare).
ora solo mini sneakers, scherzi? mini scarpe, maxi brand. di super marca. senza lacci e con lo strappo, così non si sciolgono e sono praticissime. capito? occhei.

d) tuo figlio è sempre un fenomeno
a calcio, dico. o a rugby, pallacanestro, pallavolo e giochi di squadra così.
la squadra? fa da cornice.
lui? è il migliore, the hero, il più importante, il più intelligente, il più figlio, il più e sto.
c’è solo lui e nessun altro. se no gli ferisci l’ego, intesi? meglio gonfiarglielo, tanto in futuro quell’ego se lo smazzerà la sua dolcerrima metà, mica più tu.

e) alle nove tutti a letto un cavolo
dimenticati i bei sonni alle nove di sera dopo una solitaria doccia tiepida silenziosa e profumata di muschio bianco e biancospino…
no! i figli di oggi alle nove sono sveglissimi e aspettano la mezzanotte come a capodanno. tutti i giorni. rassegnati.

f) al mcdonalds una volta a settimana
se no, pure lì, non sei nessuno.
le schifezze una volta a settimana sono salutari. i surrogati di patata fritta, che di patata hanno solo forma e colore, una volta a settimana sono salutari.
pure per te che stai affannosamente a dieta per sgonfiare la pancia dei quarant’anni a fatica… che fai, vai lì e ti mangi un’insalata? ti prego, no.

g) “scarta-la-carta!”
cantato. è un inno. capito quale?
dunque, tuo figlio deve scartare i millesettecentocinquadue regali che ha ricevuto per il suo compleanno e non lo fa, educatamente, quando il regalo gli viene portato.
eh no, mica lo puoi disturbare mentre cerca di sgonfiare i gonfiabili come un homo di neanderthal
tutti insieme si scartano. tutti. e tutti in coro gli cantano: “scarta-la-carta! scarta-la-carta! scarta-la-carta!” (eccetera... ché a me, scusami tanto, viene la dermatite).

h) la festa a un anno non è una scelta
non puoi scegliere se sì o se no: la festa a un anno è un obbligo istituzionale.
che tuo figlio lo vedi che si dissocia, non ci capisce niente, si guarda tutta quella gente estranea attorno come fosse una folla indistinta di invasati.
tutti che ululano, gli dicono cose con le vocine del cavolo e cantano “tanti auguri a teee!”, mentre lui rischia di tuffarsi sopra la panna della torta e di bruciarsi con le candeline…
la festa a un anno si fa per legge.

i) devi vivere in funzione degli appuntamenti settimanali di tuo figlio
non avrai altri appuntamenti al di fuori di quelli di tuo figlio.
che va a scuola, esce da scuola, va a fare uno sport nei giorni dispari, a lezione di chitarra in quelli pari, a catechismo due, tre, quattro anni di seguito, si ammala di venerdì, deve presenziare alle feste degli amichetti il sabato, andare a messa la domenica.
e tu? pazienza, socializzi in giro con altre madri sciupate come te.

l) la cacca di tuo figlio è una sostanza speciale e santa
ché come fa la cacca lui, non la fa nessuno.
come fa la pipì lui, nessun altro nel quartiere.
come vomita lui, lasciamo stare: nessuno nella provincia.
come gli viene la varicella a lui, mai nessuno nella storia.
e potrei andare avanti, ma mi fermo per sfinimento.

se sei mamma e non ti riconosci in almeno sei di queste regole d’oro,  non hai la sufficienza.
ma sei senza dubbio un’anima salva.

con tutta la mia solidarietà (più o meno), bi