giovedì 22 agosto 2013

del mare

del mare amo le case colorate vivaci, 
l'aroma verde scuro del basilico, 
gli scuri intensi chiusi sulle finestre. 
la polvere smielata dei granelli arrampicati sui piedi, 
il calore che sprofonda nelle ossa, 
le gabbianelle dalle ali tozze e gentili. 
le barche incrostate alla riversa, 
le torri che segnano brevi distanze, 
la foschia di salsedine. 
i pranzi scalzi e inumiditi, 
i progetti dai larghi orizzonti, 
i silenzi portati a riva dall'andirivieni delle onde. 
la confusione dei pensieri, 
le mancanze appena accennate, 
gli occhi chiusi puntati verso l'alto. 
le pelli lentigginose e dorate, 
i celesti azzurrati, 
le pappe nella plastica per i più piccoli. 
il vociare delle vecchie altalene, 
gli ombrelloni legnosi e spalancati, 
le radici fradice. 
amo il mare per i suoi attimi mai uguali, 
per le vette segnate dalle sue onde sulla battigia, 
per il suo essere mare così come altri mari, seppure oceani, non sanno rifare.

bi

 
 
 
[ph. bi]
 
 

martedì 6 agosto 2013

stizzisciti(ci) e ristizzisciti(ci)

 



chi mi conosce (bene) lo sa: io scrivo all'ora di pranzo. a pancia piena e nel relax di una pausa prolungata e sola, illuminata alla mia destra e alle mie spalle. tanto che ora, alle sette suonate, fa strano.
poi non posso andarmene dalla angustiante vita cittadina senza lanciarvi sassolini di boiate e ribadire che sì: è quasi vacanza. quella dei calzoncini su gambe leggermente dimagrite e spelate, lievemente dorate e toniche il tempo che fu. quella dei ci sentiamo a settembre, piantiamo l'ombrellone in fondo a sinistra e lontano da tutti, la marca da bollo nel passaporto la attacco all'ultimo (leccandolo accuratamente dopo un bicchiere di coca cola), il solare dell'anno scorso è scaduto (hai comprato la crema nuova?), la calendula come se piovesse e l'aloe vera pure, le canotte colorate e tre o quattro felpe e cose così.
boiate, occorre parlarsi dicendosi boiate incredibili, per crederci e scoprirsi libellule ogni ora che passa di più, che ci divide dal fatidico venerdì (almeno il mio) dell'ultimo giorno.
chi mi conosce (bene) sa anche un'altra cosa: ferragosto lo chiamo capodanno. e già l'ho fatto pure quest'anno, dunque si preannuncia un altro agosto svampito dei miei. in cui mi ritroverò a cercare un bancomat (e a non trovarlo), perché mi dimentico pure i soldi per partire.
dicevo, capodanno. vuoi mettere un inizio anno in un caldo quindici, sotto le stelle cadenti di san lorenzo appena passato con vista montagna e con un bel quarto di luna crescente? che cammini per il paesello e dici: sono fortunata. siamo fortunati, noi tutti qui, ad avere un angolo stretto di heaven a due passi da casa, proprio due.
non mi mancherà nulla. nemmeno i biscotti gentilini e i limoni a foglia grande, che abitualmente compro. né le piante da annaffiare, che mi guardano ogni sera implorando parole dolci e gentili e ricevono un serale e umido: non sono fatta per la fauna di città, scusate. mia madre sa fare molto meglio e tornerà, non temete.
mi sento fresca come gli stickers appiccicati su un finestrino di una vecchia auto parcheggiata sotto il sole a mezzogiorno di uno sfigatissimo martedì con quaranta gradi. che poi, tutto sommato, mi rendono assai più felice dei due, tre gradi micragnosi di gennaio, che manco so com'è fatto per quanto me ne stia rintanata dentro casa al caldo sterile dei termosifoni.
chi mi conosce (bene) si ricorda che ogni tanto io rallento e mi fermo. e con tutta me stessa, ad occhi chiusi, dopo aver preso fiato con la bocca semiaperta pronuncio il mio sentitissimo GRAZIE.
a me, per questo anno pieno di parole scritte e stampate, che mi hanno reso viva più che mai.
a voi, per questo anno pieno di commenti in ogni dove (anche per sms), che rendono viva in me la consapevolezza che scrivere sia la mia strada illuminata.
a chi m'ama sul serio [pausa silenziosa] e sopporta i miei sermoni e lunghi monologhi, pesanti come un carro di buoi trainato da un canetto stanco e rinsecchito (che sarei io). e mi vede bella pure con l'ombretto sciolto sulle palbebre sudate. e mi dice che devo amarmi (molto di più) e dirmi brava (molto di più) e fa da esempio, dicendomelo.
a chi non mi ama, perché sì.
a chi mi è vicino in silenzio e quel silenzio io lo sento forte come una bella tempesta marina, piena di onde.
a chi mi è lontano e la cui distanza è difficilmente colmabile col fisico.
e poi un grazie speciale a mio nonno. quello burbero e comunque l'unico nonno maschio che io abbia conosciuto in questa vita. che quand'ero piccola mi ripeteva spesso, mentre eravamo seduti composti sul divano a tre posti davanti alla tivù accesa, due parole strane: stizzisciti(ci) e ristizzisciti(ci). perché pare che io ne abbia fatto un inno nella mia vita e a forza di stizzirmi non mi ricordo più come si fa a farsi scivolare le robe di poco e tanto conto addosso.
e allora grazie, nonno.
in fondo mi stizzisco (e pure tanto). eppure non mordo.

che buone vacanze siano per everyone, con tutto il mio quore.
(con la q).
bi


[ph. david lachapelle]

venerdì 2 agosto 2013

intermezzi di leggerezza

come quando lasci giacere i panni dispiegati sul letto. non hai più spazio per unirti a lui, ma che fa? loro giacciono in ordine cosparso e si mettono in posa come piccole opere d'arte contemporanee, anzi no, post-industriali e sincretiche, come fossero delle metropoli comunicazionali. e tu cominci a sentire le gambe che formicolano libertà e ti senti leggera.

anche quando ti arrabbi per giorni, dietro ai problemi che affliggono il mondo e sui quali pensi che qualcosa puoi (anzi devi), come fecero secoli prima anche giovanna d'arco e giordano bruno. eppure una parte latente di te medesima dice che potrebbero diventare delle specie di fantasticherie, tali da ossessionarti testa e spirito e basta. al mondo non fanno un bel niente.
e lo capisci perché poi un giorno stai camminando sotto un sole augusteo che ti piomba a picco sulla testa, mentre hai addosso tipo trentanove gradi e un'ottantina di umidità, e vedi che sotto le pensiline di bar e ristoranti, fatte anche di tende da sole, c'è una cosa pazzesca, di cui non immaginavi proprio l'esistenza: l’acqua nebulizzata! quella fresca vera! quella magica che non ti bagna e ti rinfresca, nel mezzo della città calderrima.
cioè tu non ci avresti mai pensato, eppure c'è chi lo ha fatto al posto tuo e il mondo è andato avanti. dunque, rilassati. pensa (e mangia) leggera e via.

pure quando ti esce un brufolo al centro dei due occhi, in cima al naso, poco sotto il nascondiglio segreto del terzo occhio. lì. che chi ti guarda negli occhi si perde e finisce per fissarti la tua orrenda bolla cremisi, perfettamente in tinta col tuo colorito imbarazzato.
sarà colpa del salame, ti dici, anzi no, della mozzarella fritta, anzi no, della nutella dopo cena, anzi no… non ti ricordi bene quali altre porcate abbia mangiato nei giorni precedenti, ma tanto qualunque pensi è quella di sicuro.
insomma, una con un brufolo al centro degli occhi, in cima al naso, poco sotto il nascondiglio segreto del terzo occhio, deve per forza sentirsi leggera. pena il suicidio anomico.


come quando litighi e ti racconti tutte quelle cose verissime sul fatto che hai ragione, che ultimamente hai ragione, ma in fondo, perché no, hai sempre avuto ragione in vita tua. e litigare è diventato ormai uno sport ripetitivo e tedioso, che a un certo punto prendi appunti sull'agendina a righe, annotandoti tutte le tue personalissime e rispettabilissime e dignitosissime obiezioni e capisci che, be', sono sempre le stesse.
le annotazioni, le frasi, tue e della controparte, sono uguali a quelle uguali della volta prima.
quindi stai un po' arrabbiata per fatti tuoi, rimugini, mentre di là pure rimugina la tua metà, alla quale dovresti per coerenza col momento topico togliere l'accento e chiamarla così: meta.
insomma poi una dei due cede, tu ovviamente, che avevi detto che manco morta avresti ceduto e tutte queste bugie così e vi vedete. arriva che sembra un orso grizzly affamato, mentre tu ti senti una cerbiatta sul ciglio del burrone e lo guardi con lo sguardo a dire: non ti fidare dell'aspetto mio, ché dentro ringhia una tigre di mompracen, cosa credi!
ebbene: guardandoti, scoppia a ridere. sì, ti trova semplicemente irresistibile. capisci che hai buttato tutti quei giorni di pesantezza nel cesso e la leggerezza torna ad alitarti sotto le piante dei piedi sudati.


oppure quando sei stanca e non esci, hai mal di testa e non esci, hai il ciclo a duemila e non esci, hai i rodimenti e non esci, hai strappato le fascette delle scarpe tacco dieci e non esci, non mangi la pizza e non esci, aspetti un invito perché fai la preziosa e non esci, ti senti mortificare e non esci, diventi in tre secondi furibonda per un ago in un pagliaio e non esci, esci ma è come se non uscissi.
ecco, sì: esci anche nuda, purché leggera.

gli intermezzi di leggerezza esistono, fattene una ragione. pure quando ti senti pesante come un macigno e odiosa come la sorellastra obesa di quella sfigata di cenerentola.
il segreto c'è: è sufficiente che diventi gatta. una mistica strega piena di pozioni e di bidibibodibibu, che per giunta sappia ridere di sé. 
spegni la parte sinistra del cervello e attiva quella destra. e capita pure che tu ti emozioni e pianga.

bi
 
 

 

 

martedì 30 luglio 2013

è come se sentissi ogni volta sbocciarmi un albero dentro


senza di me un domani mi svegliai.
il collo inumidito dai percorsi della notte,
la pelle intrisa degli incontri obliati.
senza le mie notti che scorrono rapide,
i giorni non m'apparirebbero così allungati e fiacchi.
(la luce è un respiro che sopravvive per l'ombra dell'apnea).
senza quel domani, non arderei del desiderio d'invertirmi,
di capovolgermi in aria nei tempi, come se nuotassi.
è un perdere senza perdermi.
senza questa forza in me centripeta,  
non mi spingerei nel vortice dell'abisso mio
(m'ingoia, null'altro posso: l'assecondo).
senza allontanarmi dallo stare,
non potrei affondare nel mio essere, né nell'esserci.
è nella natura delle cose mie: il distare.
senza ch'io distassi in questi cieli,
il vicino non sarebbe mai toccato   
e il lontano sarebbe un'eco penosa e invera.
senza queste fitte impervie sotto le costole,
(una ad una, sì che premendo sfiatino di vita)
non abiterei luoghi, da renderli vere concezioni del mondo.
senza questo dire tutto al singolare,
non il plurale potrebbe nascere,
se non storpio e mancante di perenni assenze.
senza quest'uno, anche scolorito, anche stiepidito,
nessun due potrebbe sopravvivere indenne.
è come se sentissi ogni volta sbocciarmi un albero dentro.

bi




[illustration: jeremy enecio artist]

giovedì 25 luglio 2013

Il vestito di Lucy





Ho trovato il vestito di Lucy
ma amo andare sempre scalza
l'ho scorto laggiù
tagliato da una luce verticale
ero seduta e c'erano tutti i miei pensieri che viaggiavano dentro il quadro
partivano e tornavano da viaggi lontani
nell'antico furore
ci ho infilato il mio corpo nuovo dentro
ora posso riempirlo di una femminilità tonda e antica
come le lune dei falò danzanti
non più gazzella dal passo incerto
il cuore e l'anima verdi
le mani ed i piedi troppo grandi

ho trovato il vestito di Lucy

ho sempre i nodi fra i capelli
ma una carne nuova
più calda e materna
una luna ingioiellata di una luminosità più intensa.



Di










mercoledì 24 luglio 2013

granelli di sabbia


alla voce "accadimenti"

la bellezza dei granelli di sabbia sta nel loro bersi i raggi di sole, in quel fenomeno ascetico di succhiarseli dentro fino al midollo e rilasciarli sotto forma di calore per le ossa.
era questo che pensava, mentre se ne stava sul bagnasciuga, sotto il sole infuocato delle due. in disparte, separata, distante dal vociare familiare dei suoi.
assaggiata dai pensieri suoi, intimi e caldi di un luglio prossimo alla luna piena. dal sentimento amaro del non sentirsi compresa, il più delle volte. laddove comprensione sta anche come contrario di esclusione.
esclusa dalle ottusità, dalle tediose liti quotidiane, dai minuti sempre troppo spaccati, dai panni da stirare impilati sulla sedia a capotavola, dal citofono che suona ma non si sa chi sia, dalle scadenze protratte, dalla morsa alla bocca dello stomaco d’infelicità altrui.
giaceva lì come fosse compresa nei minuscoli granelli di sabbia, un tutt’uno dorato e splendente. le voci degli altri allontanate dai suoni del suo respiro intimo, assente di una presenza traslata.
il mare era debole e lo sciabordio una musica lenta eppure potente, costante come il ticchettio di un orologio segna spazio. un orologio segnato da ere e non da ore.
aveva portato le ginocchia piegate verso il grembo e le aveva puntate dritte verso il cielo. azzurro, certo quanto vero era il movimento del suo braccio destro.
aveva disteso il suo telo chiaro direttamente a terra, per sentire la sabbia massaggiarle le spalle e la schiena. il braccio sinistro lungo il corpo, lasciato a riposo. come a spegnere il suo mondo razionale, non appena distesa. la testa era lasciata morbida ad assecondare il vento leggero che le stemperava il calore sulla cute.
amava il mare da sempre, persino da prima. non avrebbe mai potuto abitare in un posto troppo interno. l’acqua era il suo elemento primario, il suo luogo segreto, la sua tana. si sentiva a casa.
si era lasciata sola pure da se stessa, strappata dal corpo accalorato. un piccolo astro che vagava nell’universo del primo pomeriggio era diventata. si aggirava in atmosfere sottili e vacue, colorate di tinte pastello leggermente impallidite.
una madre differente, così si sentiva. di quelle che alzano sì la voce, ma che portano le proprie labbra dirette nel cuore dei propri figli. vedeva una ginestra coltivata in sua figlia e un etereo piccolo principe in suo figlio.
la libertà, quella avrebbero dovuto imparare. e lei sapeva come insegnarla loro, estirpandogliela dalle loro nature differenti e sepolte. 
il vento s’era fatto più intenso e il suo corpo ebbe un sussulto. pensieri lontani le colpirono il centro del cranio accaldato, da farla girare su se stessa.
una scossa quel vento, un scatto che la riportò dove giaceva. lì, proprio. era il vento di ponente, quello che gira col sole. quello che senti tutto il giorno sotto la pianta dei piedi. l’aveva resa più inquieta. cominciò, senza accorgersene, a maneggiare quei granelli con più insistenza e più forza. quasi stizzita ed innervosita da quel ritorno verso di sé. in fondo vagare era nel suo innato essere.
granelli su granelli portati via dal vento, mentre affondava le sue dita lunghe in basso, sotto la sabbia. per ritirarla fuori e rilasciarla libera per l’aria.
- scusa…?
qualcuno stava rompendo la sua quiete solitaria.
- sì?
rispose, un po’ stordita. si sollevò appena sui gomiti, le gambe ancora in grembo. un figuro slanciato e scuro la fissava negli occhi, i capelli portati un po’ lunghi, le orecchie chiuse dentro una musica sconosciuta.
- scusa, non è mia abitudine…
bello, lo era. e corporeo, non percepito o immaginato o sfumato. vero.
- scusa, ma sai… la sabbia, il vento... non lo faccio mai, perdonami.
garbato e con una voce soffice e sfuggente.
- scusa, non lo faccio mai. ma è da un po’ che mi stai ricoprendo di sabbia. che dici, può bastare?

bi
 
 


[foto di klaus ledorf]
 

lunedì 22 luglio 2013

le cose che avevo



 
"non sempre io sono del mio parere"
paul valéry


avevo dei pantaloni a fiori gialli su uno sfondo blu sbiadito, tipo jeans. pantaloni di cotone, sottili e affusolati, con un bottone di metallo e le tasche tagliate strette. i fiori erano tipo delle minuscole margherite con i petali appuntiti, ma ti ci dovevi avvicinare parecchio per distinguerne la forma. gialli accesi, di un giallo sicuro di sé, più di quanto lo fossi io al tempo di me stessa. il blu invece era incerto, non sapeva se essere più azzurro o più blu e restava così: insicuro di sé.  
indossare un pantalone a fiori era come rotolarmi su un prato di velluto e tatuarmelo addosso, senza ammazzare i fiori, né schiacciar loro le teste. erano un messaggio chiaro al mondo: io amo la natura, che non si vede? perché se non si vede, siete voialtri a non capirlo.
avevo un paio di ginocchiere rosse. di quelle da pallavolo, con le quali facevo la riserva, in panchina. ero bassa e la mia elevazione faceva parecchio schifo, ma le prendevo tutte. le battute, le schiacciate. tutte e dico tutte. ma ero bassa e avevo poca elevazione e quindi me ne stavo in panchina, felice e con infilate le mie ginocchiere rosse.
le tenevo basse all'altezza della caviglia mentre camminavo a bordo campo. mi davano un tono, serio e al tempo stesso affidabile. camminavo come una che sapeva tutto della vita e che studiava tutti i giorni fino alle sei. quando le infilavo sul ginocchio, o ne mettevo una sì e una no, era il momento di giocare. ed ero più felice di quanto fossi felice in panchina.
avevo una chitarra classica. un regalo di mio padre, che ci sperava che imparassi a suonare qualche corda di robe sue. quindi un natale andammo in centro con la metro. gli stringevo la mano forte, perché quei posti pieni di gente mi mettevano inquietudine.
come potevi fare a mettere d'accordo tutta quella gente insieme? non potevi farlo e ci credevo allora che ci fossero ladri e scippatori sulla metro, come quelli che avevano strappato la borsa dalle mani di mia zia, scioccandola per settimane.
in centro arrivammo in questo negozio bellissimo, accanto ad uno di vestiti per preti. pieno di strumenti fino al soffitto. di tutte le grandezze e colori, arrampicati su scaffali ordinati o appuntati sulla parete con dei chiodi invisibili. avevo paura che ci crollassero tutti addosso e che mio padre non avesse il tempo di pagare la mia chitarra.
il fatto è che non la seppi suonare mai e tuttora non so come funzionino gli accordi. però quando scrivo mio padre legge tutto. e gli vengono gli occhi lucidi lo stesso, pure se le parole non sono note accordate.
avevo l'enciclopedia degli animali. dodici volumi neri e lisci, con la doppia copertina e una foto gigante e coloratissima al centro. suddivisi tra mammiferi, insetti, uccelli, invertebrati e insieme rettili e anfibi. non mi ero mai resa conto che in fondo i rettili e gli anfibi fossero meno degli invertebrati. e che siamo pieni di mammiferi (quattro volumi, tipo più del trenta percento degli animali esistenti al mondo).
li ho letti tutti e dodici, alcuni più volte negli anni. tipo i cani. le cui pagine ho consumato per quanto le ho leccate e sfogliate. volevo un cane, era ovvio. non un gatto, che non potessi portare con me al guinzaglio e richiamare. un cane vero da portare al giardino, per mostrarlo a chi avesse il cane prim'ancora che ce lo avessi io. per dirgli: vedi? adesso ce l'ho. poi ci trovavo le somiglianze con i cani meticci che giravano sotto casa mia e che io chiamavo col fischio quando scendevo alle quattro. e comparivano, scodinzolando.
oggi ho tre gatte più i neonati e zero cani. segno che nella vita un sacco di volte dici -a- e succede -b-.
avevo due dischi ellepi di heidi. hanno girato talmente tante volte che si sono trasformati in energia universale e non esistono più sotto forma di dischi ellepi.
sapevo a memoria quanti panini heidi avesse portato alla nonna cieca di peter, quante volte fosse salita sul tetto della casa di clara per cercare di scorgere le sue montagne nel grigio di francoforte, come fosse fatto il letto di fieno al piano di sopra della casa del nonno, come si chiamassero tutte le capre (mica solo fiocco di neve, che era facile), come fischiasse il vento in mezzo alle alpi, come piangesse la piccola heidi nei momenti di struggente tristezza, come si stesse senza una mamma e un papà, quali compiti facesse fare la signorina rottermaier e pure tanti altri pezzi.
sono cose che ti segnano per sempre le cose che hai. e, come dico sempre, difficilmente sono solo cose.

bi
 
 
[immagine di mab graves "harlow and the faerie ring", tratta da pop surrealist]

giovedì 18 luglio 2013

Il mondo parla di Radica.menti...

È con una punta di orgoglio ed un nodo stretto dall'emozione che vi presento la prima redazione che racconta della presenza di Radica.menti.
Un grazie commosso a due bellissime donne, che leggo solo virtualmente e che hanno scelto di parlare delle nostre parole piene di noi, di vita, di desiderio, di Bi, Barbara e Di, Daniela.
Lo fanno nel loro spazio artistico sensibile ed accurato:

http://www.sparagnhouse.it/bloghouse/blog-delle-mie-brame-radica-menti-di-bi-ren-bussolotti-quando-il-blog-osa-non-tacere/

Ne siamo onorate!
Grazie care Sara ed Alessandra...di cuore.

Bi&Di
 

radica.menti è un sogno di un pomeriggio invernale,
dalle tonalità grigie intense e profumate di erba bagnata.
annebbiato dall'aroma di karkadè e tè aromatizzato
senza limone e con zucchero di canna
ed affondato su un divano a elle pieno di pensieri.
è un blog molto luogo e poco tempo.





[ph. © Massimiliano Marchese "Monocromatica". lo ringrazio per aver prestato la preziosa arte del suo sguardo alla redazione di Sparagnhouse e a noi di Radica.menti]

 

martedì 16 luglio 2013

non aveva mai temuto la morte

non aveva mai temuto la morte. mai. solo un po' i corpi cerei e senza linfa, lasciati in osservazione alla mercé di tutti. allora sì che le veniva da vomitare. mica per lo schifo, no. per lo sdegno. per un'usanza tanto antica quanto sbagliata.
come quando vide quello di sua nonna, neanche troppi anni addietro. coricata sul lato destro del letto matrimoniale, vicino alla finestra. aperta, in ottobre. le mani portate al petto e giunte al cuore, a rasserenare un corpo ormai lasciato solo. l'anima non era lì, aveva sostato nei giorni precedenti un po' fuori, un po' dentro, un po' desiderosa di trapassare, un po' lacerata dal dolore di chi pregava affinché restasse. restasse dove? e perché? facciamo sempre un sacco di cose senza senso, rimuginava al cospetto di quel corpo lasciato solo, davvero tante, nonna.
non aveva mai temuto la morte, lei. e lo diceva sempre a tutti, così fastidiosamente spavalda da generare quel sentimento che stizzisce chiunque la morte non voglia neanche chiamarla col proprio nome. morte.
io muoio ogni ventisei o ventotto giorni, diceva. con il ciclo mestruale. un flusso di vita selvaggio e sempiterno, presente come il battito al polso, che ormai una non si mette più nemmeno ad ascoltare per quanto ne è assuefatta. tutte le volte è così: una morte che fa rinascere. e lo diceva seria, serena. come una che sa come si muore in piena autonomia e dignità, per giunta, e che non ha quei mal di pancia lancinanti da tirare giù le tende dalle finestre a strapparle vive. pareva non soffrirne, né gioirne. moriva così, rinascendo fiottando sangue dalla vagina piena di energia e viva più che mai.
sua nonna aveva il viso macchiato dalla sofferenza degli ultimi respiri. una donna corpulenta e con capelli radi, dal viso dolce e dalle interiora aggrovigliate. i liquidi del trapasso le avevano lasciato una cicatrice gelida al lato sinistro delle labbra, in basso verso il mento appuntito. color pesca, la macchia, su un viso cipria chiarissimo. persino le gote non erano più rosee come un tempo. persino quelle erano state abbandonate lì, senza un padrone che le facesse risplendere.
non pensava alla morte come fine, né ci pensava in quel momento osservando sua nonna in quel che ne restava. muore anche la luna ogni ventotto giorni, diceva. dopo aver fluttuato per chilometri attorno al proprio universo. da scura, a timidamente gialla e a forma di culla, falciata poi a metà e piena dopo quattordici giorni spaccati. invecchiata precocemente, pronta al suo declino e senza il volere se non il proprio, per libertà di scelta, pronta ad eclissarsi e a farsi cianotica. morta. 
sua nonna anche, di sicuro, si stava trasformando in altro. in energia pronta ad alimentare l'universo. ma non poteva dirlo, mentre i presenti abbozzavano preghiere e sgranavano rosari neri. e sfrondavano lacrime su lacrime, che avrebbero potuto riempire otri intere e annaffiare le terre di tutto il paese in quell'unico giorno autunnale.
e pure l'autunno muore, sempre. e le altre stagioni, che giorno dopo giorno percorrono strade segnate da un conto alla rovescia che le avvicina sempre di più al giorno zero: quello della loro morte.
muoio ogni volta che dopo una domanda mi risponde un silenzio, confessava a se stessa. muoio ad ogni no-non-vengo e no-no-posso, ad ogni abbandono, ad ogni mortificazione inflitta e subita, ad ogni libro divorato e terminato e rallentato nell’ultima pagina da leggere, ad ogni bacio ingoiato fino in fondo e non rilasciato nell'aria.
muoio ogni volta in cui riparto e faccio la discesa che mi strappa le budella dalle mie radici e interrompe quella bevuta di linfa che faccio solo lì. muoio quando strillo, quando la rabbia mi colpisce al centro dello stomaco, quando mi libero da una dipendenza emotiva col passato, quando butto fuori il respiro che ho consumato con la vita e così lo risputo.
muoio quando meno lo so e so ridire, muoio di liberazioni e muoio perché ogni giorno vivo.
lo diceva non per convincersene, ma per vivere di trapassi pieni di riflessi e rifrazioni.
non aveva mai temuto la morte, per davvero. desiderava solo che anche sua nonna non ne avesse più paura e da viscido bruco si fosse liberata in una folgorante e luminosa farfalla.

bi 
 
 
 

“quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. e potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro”.

elsa morante, l’isola di arturo


[illustrazione di selena leardini]
 

venerdì 5 luglio 2013

[scelgo]

 
 


scelgo i gialli del tramonto
i rossi delle labbra morse
il non detto e sbirciato
l'oltre della collina che cade nel dirupo

scelgo la sdraia verso est
il merlo e l'aquila reale
di apparecchiare per terra
i cuscini color corda

scelgo l'odore della presenza
la bocca nell'incavo della spalla
di andare verso su
le scale trapassate e vissute

scelgo i sentimenti sommersi
la decisione al posto della scelta
i pomodori solo che profumino
il gelato purché siamo in due

scelgo di leggere e scrivere
di cogliere le parole una ad una
di pensarlo per farlo realtà
di dormire su un lato

scelgo le acque trasparenti
il sale rosa sulla pelle
l'umidità di due corpi che si trovano
fuori e dentro

bi

lunedì 1 luglio 2013

non riesco a raccontare

non riesco a raccontare di quando, poco dopo l’una, la mia gatta ha staccato un pezzo della sua vita per donarla al mondo. l’ho vista con tutti gl’occhi miei. sì, io. ha incurvato la sua schiena nera ed è rimasta ferma come un dipinto per una manciata di secondi, che a me parevano secoli.
ad un tratto un’escrescenza chiara e piena di forza è venuta alla luce, dopo un mese di buio e calore. una luminescenza lucida, che rifletteva i raggi del sole dell’ora di pranzo. quello degli altri. era una vita, la prima di quattro.  
ho portato le mani in bocca, entrambe, a schiacciarla. a soffocare la paura del non essere all’altezza di un così grande dono. lei ha afferrato la vita in bocca, con tutto l’amore dell’essere madre per la prima volta, e me l’ha portata davanti ai piedi. aveva lo sguardo inesperto di chi dona tutto ciò che sa e tutto ciò che è: una parte di sé. 
il sangue languiva i suoi movimenti e i suoi occhi giallognoli e lucidi continuavano a fissare in fondo ai miei. attimi lunghi come ere mi annebbiavano la mente e mi rendevano inadatta. alla maternità fatta di umori sbiaditi e gocce di sangue. alla vita lunga pochissimi centimetri, eppure già sufficiente a se stessa e pronta ad attaccarsi con energia all’universo intero. al dolore uterino della mia amorevole micia, che appena poco fa ha compiuto solo un anno e che per me è ancora così tanto figlia.
non riesco a raccontare di come io l’abbia supplicata di aiutarmi a capire come potessi aggiungere vita a così tanta immensità. io, che la vita finora l’avevo solo immaginata.
di nuovo lo sguardo su di me, la bocca aperta per sussurrarmi del suo bisogno così intimo ed un’altra vita arrivata alla luce. il suo secondo atto d’amore era compiuto, afferrato tra i suoi denti premurosi e portato davanti ai piedi miei. un corpicino fradicio e scuro si muoveva davanti a me, mentre sua madre cercava le mie mani. filamenti ambrati e lunghi lo avvolgevano, mentre io ancora più impietrita ho portato di nuovo le mie mani alla bocca.
volevo solo piangere. allagarmi l'iride di lacrime come tende su finestre chiuse, disperarmi per la paura di fronte alla vita, laddove credevo che si potesse provare solo gioia. ero dispiaciuta nel non provare solo felicità, ma paura del pericolo della morte. l’altrui.
non riesco a raccontare cosa abbia pensato, cosa abbia temuto, cosa abbia provato, cosa abbia fatto. cos’abbia fatto nel frattempo sua mamma lola, mamma esperta, nell'aiutarla e nel ripulirla dal sangue e dai suoi umori uterini. cos’abbia fatto la mia tenera trilly, piena dell’istinto del fare la madre all’improvviso a quattro vite calde, che fino a pochi istanti prima manteneva dentro di sé, in fondo, al riparo dai pericoli del mondo.




non riesco a raccontarlo.
e non riesco a raccontare nemmeno della pienezza di trovarmi da sola in cima al bosco di faggi secolari alti più di palazzi, di calpestare cuscini di foglie scivolosi e morbidi, di passare sotto quei rami ampi come ombrelli senza pioggia, di ascoltare il silenzio della terra inumidita e fresca delle otto del mattino, di faticare per ogni passo affilato all’altro per salire sempre più in alto, di sentire gli odori della presenza nient’affatto assente di chi in quel bosco ci vive tutte le ore del giorno, di incontrare fiori come spilli, di respirare con profondo affanno e pregare di arrivarci alla fine di quei passi per gustarne la bellezza dei frutti.
finito il  bosco in tutta la sua immateriale infinità si è aperto il prato. una distesa più verde del verde, muschiata e folta, senza erba come fili ma piena di trifogli come minuscoli cespugli. e colline e montagne e il vento sul viso e il sole dentro gl’occhi e il galoppo dei cavalli selvatici.
poi finalmente il lago. in tutta la sua fierezza estiva, seppure inaridito dalla fine delle nevi. è lui che racconta le montagne, baciandole e rubando loro l’anima, tatuandosela addosso, restituendone tutti i suoi riflessi.  
c’era un luogo nelle mie notti sognate ed era proprio così, come quello.
non riesco, non riesco a raccontare del cuore in gola di fronte al precipizio di oltre mille metri, del vortice sordo che mi ha avvertito di restare lì, di non accostarmi oltre. verso il vuoto. un vuoto con un altro bosco, con altissime pareti appenniniche sbriciolate e friabili, grigie, un po’ marroni, impervie. vive. il cielo pesante mi ha aiutato a restare salda sulla roccia, come una delle più fragili stelle alpine.




non riesco a raccontare tutto ciò, me ne dispiace.
non riesco, perché i fotogrammi di questi pezzi infinitesimali di realtà schizzano via come inafferrabili farfalle, volano impazziti rimbombandomi in fondo alla testa, mi saccheggiano dentro con l’intensità di un uragano che fa tremare la terra alla sue basi più intime.
non riesco, eppure ce l'ho da qualche parte. 

bi

[ph. bi]

giovedì 27 giugno 2013

ritrovamenti


oggi torna il vecchio racconto ritrovamenti,
poiché a breve verrà raggiunto dal suo seguito...
e sempre grazie.

 


 
era l’una passata da poco e in brevi attimi la piazza si svuotò, diventando silenziosa. era così da sempre ed era inutile chiedersi da quando precisamente e come mai proprio all’una e non un minuto in più o uno in meno.
camminava con fatica per via del caldo afoso e secco e, finita la discesa di sampietrini grigio scuro e lisci, alzò gli occhi davanti all’imponente portone nero. era così da sempre anche lui, maestoso e pesante, che da piccola non riusciva a spalancarlo, come si fa con le porte che si desidera oltrepassare prima possibile. era un varco che si faceva attendere, quello.
girò la chiave verso destra, come aveva sempre fatto, con scioltezza e precisione, facendo leva con la mano sinistra sul grande pomello pendente dalla forma personalizzata: una mano esile di donna che stringeva con vigore a sé una sfera, che, battendo a sua volta sul portone, emetteva un rumore deciso, un’eco armoniosa e piena che correva aldilà velocemente e fino ai piani superiori.
era così da sempre, eppure questa volta esitò e sospirò profondamente, pensando tra sé:
- per aprire la porta, devo girare la serratura come per chiuderla...
le sembrò più di altre volte che non fosse una porta come tutte e si ricordò quando da piccola spesso si sbagliava e, ruotando la chiave, ne chiudeva una mandata, anziché sbloccarla ed aprirla.
- no, non è così che si apre. devi girare al contrario, vedi?
le spiegava sua zia, muovendo la chiave verso destra ed aprendo la porta, dandole una botta energica e decisa.
- così, ecco.
quel giorno ci pensò su, come faceva quando si perdeva nei suoi percorsi mentali tortuosi e nascosti. faceva per chiudere e la porta si apriva e nel frattempo si guardava i piedi.
- dovrebbe funzionare così anche con i ricordi, forse, e anche con quello che si custodisce nelle parti più nascoste e oscurate di se stessi… pure quelle sono porte che si aprono girando al contrario.
e nel frattempo varcò la soglia in travertino e sorrise, salutando tutti.
il pranzo era a fine preparazione, l’odore del sugo scuro e vellutato avvolgeva l’atrio, passando avanti e indietro dalla cucina al soggiorno e intrufolandosi dentro la dispensa.
s’infilò svelta proprio lì, nella vecchia dispensa, come attratta da una grossa calamita fatta di tempo espanso, che non avesse un passato ed un presente e che fosse così, semplicemente disteso su se stesso nel suo spazio e non numerabile.
ci si entrava in pochi lì dentro, giusto in due o tre ed uno accanto all’altro, perché la porta si ostruiva e nessuno poteva più farne il suo ingresso, per scoprire quali magie vi si stessero compiendo all’interno.
vi entrò, mentre sua zia e sua madre ne uscirono rapide con quattro vassoi di gnocchi di patate incavati e finiti di impastare proprio allora, pronti per essere bolliti in due ampie casseruole di alluminio dai manici tondi e invecchiati.
tutto era così straordinariamente uguale a sempre, anche le pentole erano proprio quelle.
ci restò sola. si sentì subito altrove. si girò intorno con gli occhi di allora e trovò tutto immutato, come fosse congelato in un tempo che non fosse più il suo di allora, né di quell'adesso, ma un momento tutto suo, fatto di un’epoca che infinita e senza il susseguirsi di segmenti chiamati anni.
un luogo fatto degli odori antichi che conosceva bene, delle voci dei cugini più grandi e appena adolescenti provenienti dal piano di sopra, della nutella spalmata da sua zia su un pane alto e morbido poco prima delle cinque, dei setacci per la farina marroni scuri circolari e irregolari appesi al muro sulla destra, del mobile color crema che si apriva dall’alto e in due parti e che aperto sapeva ancora di cereali e grano, del latte appena munto e comprato prima di cena dalla signora concettina, delle ciambelle al vino tonde e un po’ storte che duravano per settimane, della crostata appena sfornata con una marmellata indefinibile dal colore ibrido e che sapeva di tanta frutta scura cucita insieme, come soltanto una sarta precisa come la zia avrebbe saputo fare con la sua macchina da cucire poggiata sul muro prima della cantina.
si girò intorno con gli occhi di un tempo ed il cuore le pulsava di pensieri ed emozioni che non erano di quegli attimi, ma che appartenevano ad una memoria vivida e fatta di carne e cuore, impressi nell’anima e ancora così nitidi.
- sono felice!
balzò dentro di sé ad occhi chiusi e un po’ umidi, trattenendo a stento quel galoppo nel cuore, partito all’impazzata e senza freno. si sentiva come se quei sentimenti le strappassero via i chiodi con cui il tempo metteva ognuno nella sua croce e castigava tutti dove non avesse più senso restare. poi si voltò verso la finestra e vide sul davanzale, nascosta e tenuta segreta, un’intera crostata di marmellata scura.
le parve di rivedersi esattamente lì. folti capelli corti, occhi paglierini veloci ed attenti, un paio di calzoncini blu con tasche zeppe di segreti, una canottiera bianca a coste ricucita al centro della schiena, sandali chiusi blu con due occhi sbiechi e curiosi al centro, concentrati a scovare altri tesori. come una crostata fatta di una marmellata senza nome, scura, profumata di famiglia e d’estate, la stessa che trovava dentro i panciuti barattoli in vetro, sullo scaffale in alto a destra della dispensa.
il silenzio le pulsava tutt’intorno, eppure altre voci lontane la distoglievano altrove.

- e adesso, adesso come faccio? zia si arrabbierà moltissimo!
il terrore le solcava il viso e il cuore le stava fuggendo fuori dal petto, mentre la signora pia la prese a sé, stretta tra due braccia esili e lunghe, e le disse sorridendo:
- non preoccuparti, te la cucio io. togliti la canottiera.
se la tolse in fretta, la girò sulla schiena e la guardò con afflizione: un grosso squarcio si era aperto al centro, nel momento in cui lei stava precipitando dall’altalena di ferro.
- ti sei fatta male?
le avevano chiesto, ma lei no, non sentiva dolore alla schiena, ma piuttosto al cuore, ecco, lì sì. il taglio nella stoffa era colpa sua e lei avrebbe dovuto rimediare. e fu la signora pia ad aiutarla, facendo un ricamo certosino lungo la lavorazione a coste del cotone bianco, a tal punto che nulla lasciasse credere che vi fosse una cucitura. da allora avevano un segreto, lei e la gentile signora pia, qualcosa che sapessero solo loro due.
- è pronto, gli gnocchi sono in tavola!
rimbombò la voce stridula di sua madre, riportandola in quell'adesso: il pranzo di quella domenica a casa della zia. ma prima salì in bagno per lavarsi le mani. una luce debole e giallastra s’infiltrava nella tromba delle scale: il tempo stava cambiando e ampie nubi grigie avanzavano da ovest, dalla costa, coprendo il paese sotto una sottile coltre di fine agosto.
spalancò la porta del bagno e per un attimo restò incredula: anche lì sembrò tutto fermo nel passato.
si mise ad accarezzare le piastrelle bianche e blu dipinte con disegni antichi, controllò il ripiano incavato nel muro e ci trovò due riviste ingiallite di dieci anni prima, una biro nera, quella che usava suo zio, il lavandino bianchissimo con due manopole esagonali, sempre troppo dure per lei da aprire e chiudere. e quel profumo di pulito, un pulito eterno e sempre fresco.
- è certo che non apparteniamo ad alcun tempo, no. ma ai luoghi, quelli sì.
si disse posando la mano sulla maniglia antica e lavorata e, lavate le mani, se ne andò quasi dispiaciuta di riscendere.
raggiunse gli altri al piano di sotto: il suo posto a tavola era quello di sempre, alla sinistra di sua zia e a destra di suo cugino, la finestra sulla lunga collina alberata alle sue spalle ed il grosso camino in marmo sulla sua destra.
mangiò quasi fino allo sfinimento, come a riempirsi la memoria di sapori, odori, abbracci che non voleva andassero perduti: due piatti di ottimi gnocchi di patate irregolari, ognuno diverso dall’altro, morbidi ma consistenti, spuntature di maiale al sugo con due salsicce panciute e tozze e cicoria ripassata in padella, verde, più verde delle altre.
- lasciati un po’ di spazio, perché c’è una sorpresa.
le sussurrò sua zia all'orecchio destro, sporgendosi verso di lei e posandole la mano sulla spalla. ebbe un sussulto. per nulla al mondo avrebbe voluto che quella sorpresa si sciupasse, confidando a sua zia di aver scoperto una crostata nell’angolo nascosto della finestra della dispensa. rimase senza parole e sgranò gli occhi su di lei per la gioia. aspettò.
in quell’attesa c’era un universo in movimento. il lungo sguardo ed il sorriso di sua zia la accarezzavano dalla testa ai piedi, la compiacenza di sua madre era un rafforzativo di intese antiche e quel pranzo senza tempo impregnava il salone di una forte sensazione di pienezza che, nelle viscere di non si sa dove, lei sentiva stringerla in basso, nel ventre. una pienezza che non avesse più bisogno di vuoto per riempirsi ancora: si bastava così, era compiuta.
sua zia si alzò. ormai la accompagnavano lenti movimenti stanchi e non più spensierati, dispetto di un’età avanzata e di un tempo che segna i corpi con il suo scorrere di vita.
ma non le anime, ne era certa, e guardandola la vide esattamente come fosse allora: mora, svelta, nient’affatto appesantita, corpulenta e vigorosa, austera ma dolce, con una veste a fiori dal fondo rosso scuro e comode ciabatte basse in lana cotta verde scuro, impercettibili calze del colore della sua pelle, capelli corti e scuri con la riga ben fatta verso sinistra, foltissimi e tutti uniti.
sua zia scomparve, per ricomparire piena di soddisfazione ed illuminata in viso da un riverbero di mirtilli misti a more e fichi: abbracciava a sé, stretto e con affetto, un vassoio pieno di crostata di marmellata scura ed indefinibile.
il suo regalo, profumato e dolcissimo. per lei, solo per lei.

bi

[scatto abruzzese]

mercoledì 26 giugno 2013

-assiomi-

(non godo della proprietà transitiva)

- guardo in alto nel cielo con una media di venti volte al giorno. a volte lo fotografo anche, soprattutto sovraesposto. non è mai, dico mai, dello stesso colore.  
- non godo della proprietà transitiva. per quanto i miei andirivieni siano già solo forme di pensiero, in realtà ciò che vale per molti, quasi mai, ormai, vale per me.
- temo il fragore interiore dei tuoni, il loro rimbombarmi dentro. mentre mi compiaccio dello spettacolo della loro luce e di quella loro perspicace velocità di apparire e riandarsene, avverto sempre un’eco destra all’orecchio e un tuffo in pancia.
- preferisco le persiane alle serrande. già  solo per il nome. è anche per un fatto estetico, perché le serrande sono orrende e hanno un concetto di utilità che non si confà molto alla bellezza. hanno il su e il giù, anziché spalancarsi orizzontalmente.
- sposerei volentieri un liutaio. o forse in un’altra esistenza l’ho già amato. uno che costruisce musica con le sue dita lunghe e affusolate, tra silenzi che sanno di legno e di pomeriggio. di poche parole, carnali e ancestrali.  
- m’innamoro una volta al giorno. ogni giorno si manifesta un breve motivo per dire una frase d’amore. per restare incastrata in un oggetto meraviglioso. per dedicare un bacio.
- seguo le farfalle con lo sguardo, finché ne vedo il disegno del volo. poi continuo ad immaginarle. sarò una farfalla un giorno, almeno lo spero. piccola e viola, polverosa e leggera. farfalla.
- ho sempre disegnato cavalli con una lunga macchia latte sul viso. da bambina. li ricalcavo, li copiavo, li disegnavo centinaia di volte. poi un giorno mi innamorai di una cavalla. sta con me da qualche anno e ha una lunga macchia latte sul viso.
- fisso le stelle. eppure alcune di esse già non esistono più. il tempo ci frega tutti, quello dell’orologio, dei numeri, dei mancano cinque minuti. il tempo non esiste.  
- mi capita ancora di ascoltare le canzoni di adamo, celentano, don backy, dei dik dik, dei camaleonti, dei pooh, della bertè, di mina, di patty pravo. vedo la me bambina.
- a mezzogiorno penso cose comuni. robe di tutti i giorni, facili e che mi scaccino il senso della fame.
- mangio fragole almeno due volte alla settimana, mai il latte, compro limoni giganti, adoro guardare le frutterie e sentirmici inadeguata.
- a proposito, mi sento inadeguata quasi sempre in mezzo a un gruppo. prima mi ci infilavo per forza, ora invece mi assaporo il dolce restare un po’ nel margine. e un po’ no.
- sono nata poco prima dell’estate. ed è in quel poco prima che si consuma un’immensità piena di numeri fratti e serate tiepide, scaldate da un vento del sud. amo il sud, rispetto al nord. da guardare, dico.
- non mi sento quasi mai completamente nuda. adesso è quasi mai.
- preferisco i fiori stampati sui pantaloni sottili, le righe marcate sul costume da bagno, la paglia rigida sui capelli, i piedi scalzi tutto il giorno.
- vedo le onde della terra che s'infrangono in cielo e quelle dell'oceano che mettono radici profonde. ma non posso dirlo quasi a nessuno.
- una mattina mi sono guardata allo specchio e mi sono vista bella. da lì, non ho più smesso. imperfetta ed asimmetrica, storta ed inclinata. nessun naso, nessuna ruga, nessuna rotondità, nessuna macchia sul viso mina più al mio sguardo su di me. 
- difficilmente mi sento capita. che poi in fondo io mi capisco molto bene.
- non ho empatia per chi vuole avere sempre ragione. basto io. 

 bi 

nacqui per occupare mura rovinate e antiche
per girare su strade avvolte in sampietrini scuri e consumati
velata da un cielo terso e illuminato
che fosse giorno
che fosse notte
 


[ph. mia, vista del portone della chiesa di santa maria in valle porclaneta]
 

 

martedì 25 giugno 2013

le strategie della bellezza

la bellezza è una strega.
ed ella si sentiva ipnotizzata nelle emozioni e trafitta intensamente nella bocca dello stomaco.
sentiva gli occhi lacrimare desiderio e finiva per affondarli nella sua rotondità.
la rotondità della bellezza.

un vortice di brillantezza la portava su di sé e la ingoiava dentro voci cantate di dee.
nuda, si sentiva, e coperta di soli drappi di stranezza, irriverenza, ribellione, disobbedienza.

il fascino si era nascosto lì e voleva che lei lo andasse a stanare, da dentro la bellezza.
lo guardava dritto e senza timore alcuno.
era una screpolatura, una rottura, una scheggia che aprisse fenditure nel cielo.
come quelle della luna, che coltiva la notte e va a prendere aria di giorno.
piove smania e innalza le maree, alita sui fiori e ne fa germogliare i frutti.
e lei lì, a fare i conti e a vederla sbocciare ogni ventotto.
nera, nascosta, silenziosa e fluida.
nel settimo era un letto di fieno, una falce dondolante che la spiava e accresceva ed espandeva.
nel quattordicesimo era la perfezione del pigreco, la forza dell’elevato alla terza, la poesia della pienezza.
nel ventunesimo le voltava poi le spalle, per riscendere, ritrarsi, farsi più segreta.
la abbandonava ogni ventottesimo, soltanto per poi rinascere.
una frazione come la luna, la bellezza, un numeratore di momenti, una potenza di passioni.
le sue dita bambine la pungevano e vi solcavano crateri da una vicina lontananza.
vi disegnavano laghi pieni di vita e fiumi sinuosi e senza interruzione.
la bellezza non teme la pioggia.

né le costrizioni, i limiti umani, i saccheggi, l’usura del tempo, gli sguardi sudici, i pensieri impuri.
ella s’incamminava ogni giorno con coraggio e si faceva compiere da quelle stravaganti trasfigurazioni.
la bellezza le sorrideva in primavera, lacrimava in autunno.
la seduceva e si lasciava rapire.
dapprima buia, per lei che la ignorava e affossava l’anima dentro coni di vuoto interiori.

poi intermittente, quando non ne scorgeva altro che passaggi rapidi e riflessi.
infine seducente, danzava con lei che lì ci si arrestava e c’affondava gli occhi fino alle budella.
la bellezza costruisce spazi complementari, possibilità, destini.
risiede nei colori della natura, nei sentimenti di bontà e tolleranza, nella pazienza, nella gentilezza.

negli opposti, nei ti perdono, nei no, negli oggi, negli amori, nelle risate, nei pianti.
nei vasi annaffiati, negli angoli polverosi, nelle strette di mano, nei grazie.
la bellezza è la vita.

bi
 
 
 
[artslant, dioramas of victorian relics]
 

"in tutto - in ogni persona e sentimento - sto
stretta, come in una stanza di una tana o
di un castello. io non riesco a vivere e cioè
a durare, non so vivere nei giorni e ogni
giorno vivo fuori di me.
è un male incurabile e si chiama anima". 

marina cvetaeva
 

lunedì 24 giugno 2013

diversamente

si vede da come lo guarda: lei pensa che il piacere lo provino quasi tutti. lui vive in quel quasi vago e sfumato, seduto su una sedia a rotelle. è smagrito, le gambe sembrano un disegno più che un'estensione fisica reale, lo sguardo è spento. come se avesse un bottone da qualche parte, l'unico con il quale possa controllare volontariamente una parte di sé e ci spegne lo sguardo.
il sesso è un'abilità e la sua è diversamente abile. dunque il sesso è diversamente sesso. gli si avvicina con movimenti lenti ed indecisi, senza sapere bene cosa fare.
si vede da come lo guarda: lei pensa che a lui il sesso non serva. è abituata a chi sa fare da sé, a chi si spoglia rapidamente e si regala un'ora di piacere silenzioso e gridato ad occhi chiusi e vissuto in un altrove ogni volta differente e pagato, sì, perché funziona così.
- il mio amico olandese ha un'assistente sessuale. una donna avvenente ed esperta che conosce la disabilità, oltre all'arte del piacere. mi dispiace per te, invece.
lui è diverso. diverso da tutti i clienti di sempre, diverso da quelli che camminano eretti su due gambe ben piantate. non le era mai capitato di dover spogliare qualcuno, usando grazia nel sollevargli quelle gambe assenti di gravità. di sganciare i braccioli della sedia e farli scivolare lateralmente. di spostargli le natiche più in avanti, quel po' che le avrebbe consentito di sedersi su di lui.
- il mio amico non la deve pagare. è un suo diritto, il sesso. il piacere. provarlo. è come quello di vivere la vita. e il sesso è corpo e vita.
si vede da come continua a guardarlo: lei non sa che dirgli. che è dispiaciuta, quello sì, glielo direbbe. e pure che non sa come si fa a maneggiare la sua esilità, perché sa solo spalancargli le gambe sopra. lei è lì per farlo godere.
gli attimi si susseguono incerti, mentre lui la aiuta a completare la penetrazione. lei sì che ha le curve molto belle, mentre le sue, pensa, le sue sono dritte, quel dritto giusto per incassarsi nella sua sedia.
il piacere si consuma lento, in un tempo surreale e diverso per l'uno e per l'altra. lui chiude gli occhi e viaggia in un luogo di estasi, fatto di penombra e di fisicità diversamente estesa. gli piace. ansima. lei è lì impacciata e manca di parole e concentrazione. conta i minuti alla rovescia, dicendosi che prima o poi lui sarebbe arrivato al suo orgasmo e lei si sarebbe potuta rivestire.
il piacere è servito. lui si asciuga, lei si affretta a rindossare i suoi panni. lo vede goffo ed in difficoltà e si allunga per aiutarlo. lo riveste, ritira su i braccioli, lo aiuta a sistemarsi con la schiena poggiata perbene sullo schienale.
lo guarda ancora una volta incredula prima di andarsene. sì, il sesso è un diritto di tutti. non è che un disabile non voglia godere, no. questo è un maledetto luogo comune, vero solo in virtù di una maggioranza che sta in piedi e scopa muovendosi autonomamente. non è affatto comune. è un luogo fatto diversamente, in cui si vive di quasi vaghi e sfumati.

bi
 
questo pezzo era nato ed emigrato in un altro luogo, ma il posto giusto per lui è questo: radica.menti.
 
 
 
 
 
[pablo picasso, disegnare con la luce]
 
 

martedì 18 giugno 2013

verba manent


 
preferisco il ridicolo di scrivere poesie,
al ridicolo di non scriverne.
da "possibilities", di wislawa szymborska
(nothing twice)
 

*disanimata

raccolta attorno all’ombra di se stessa
piena di dissonanze
che le attraversavano il ventre
colma di madri onnipresenti
e di sangue come cibo
di sé al centro di una stanza vuota
senza occhi puntati come fili
aveva solo orecchi e lacrime supine

*sguardi felini
 
volteggiava irradiata
dentro i pomeriggi delle tre
silenti e fischianti
di venti graminacei
con quegli sguardi gialli 
posati sopra i suoi corpi
pesanti e sottili
come un velo di seta orientale
quegli sguardi felini
le vestivano di luce
lo spirito

*impensabilità

giochi a fare l’aquilone rosso
retta da un laccio impensabile
a dire trame di parole
dello stesso colore delle viole
a baciare lembi rosati e umidi
stretti tra canini serrati
a costruire pensieri
su brandelli di eternità

bi

dedicate al femminile di ciascuno
che è un uno e un tutto




[creazione di victo ngai]


giovedì 13 giugno 2013

fotografata


 
tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza
della vita è composta d'ombra e di luce.
(lev tolstoj, anna karenina)

 

la sua era nera, bordata d'argento in minuscoli tratti. di quelle con gli obiettivi di diverse dimensioni da svitare e riavvitare. ci guardavo dentro e non riuscivo a trovare la giusta messa a fuoco.
lui sempre.
mi ricordo di scatti bianchi e neri e quadrati, bordati di coste frastagliate e spesse. di carta satinata, mai lucida. le faceva stampare sempre così, opache. per lui erano più belle.
dai primi giorni di vita, rilassata e curiosa tra le braccia di mamma luce. la fissavo nei suoi occhi a spicchi come due castagne autunnali quasi gemelle ma asimmetriche, quelle di fine settembre. del ventisette.
mi ricordo quelle scattate di corsa, piene di echi di risate leggere. su marmi dai disegni astratti e cremosi, su mattonelle a rettangoli arancio bruciato messe sbieche e incrociate, su asfalti ruvidi e scuri, sulla sabbia battuta dall'acqua.
lui con me, assolato di tramonti rossi e opachi.
con la barba nera allungata e potata, le dita lunghe piene di corde da suonare, le mani potenti. i suoi scatti erano quadri, ogni volta dalle sfumature nuove. la sua macchina sempre con sé, portata a mano, nonostante la cinghia per appenderla al collo. la stringeva tra le mani, con l'indice pronto a dipingere.
mi ricordo di stampe rosate, quasi fucsia. un errore, diceva, al momento dello sviluppo. un incontro con la luce, che aveva alterato la vista a colori naturali. erano primi piani, in cui inquadrava una me seienne, pettinata, sorridente in modo educato, un cerchietto di margherite che m'incorniciava i lineamenti e che nuotava tra i capelli cenere portati appena sotto il mento. intorno tutto fucsia. rosa scuro, dico. il viso, il salone dietro le spalle, gli occhi giallastri… tutto era rosato. ed io non ci vedevo errori.
sembravano una gara quelle fotografie. in ogni quando ed in ogni dove portava la sua macchinetta con noi. e immortalava anche le mie lacrime bambine. come quando staccò le rotelle dalla bici blu e bianca, sul marciapiede della rotonda di ostia, e mi disse: ora puoi andare! la paura mi agganciava le caviglie e l'equilibrio mi portava a destra e sinistra e le mie lagne si tramutavano in fotografie con la bocca aperta e gli occhi raccolti in mezzo a rughe fanciulle di pianto.
mi ricordo il cavallo a dondolo al centro del salone, galoppante di libertà e zeppo di vento tra i capelli. le canzoni cantate al microfono, tutto di metallo e senza spugna nera sulla sommità: glielo avevo detto io che s'era sbagliato a comprarlo. i libri sfogliati seduta sul divano di pelle fresca color terra. i primi giorni di scuola con i fiocchi azzurri sempre troppo abbondanti. gli abbracci coi cugini. l'arrivo di quella tanto amata sorella, che ci ha messo nove anni per raggiungermi. i prati, i mari, i monti, io e mamma luce, io e il mio angelo.
immensamente amata e così tanto fotografata. per tanti compleanni e tempi importanti. importanti perché fotografati.
mi metteva al centro del suo occhio e mi lasciava lì, stampata su una carta resistente ed eterna.
domani compirò trentanove anni e correrò da lui, per farmi fotografare.
ancora una volta.

ai miei trentanove anni, ritratti su carta e custoditi con gelosia ed amore incondizionato.
a mio padre angelo, il primo uomo che abbia amato. 

bi
 
 


[fotografata nel 1974]