martedì 24 settembre 2013

al numero venticinque

al numero venticinque ci abitano quattordici famiglie. tre per piano, due al quarto. il primo è un piano terra, senza balconi e con quattordici cassette della posta ordinate simmetricamente su due file. le incornicia un legno liscio e spesso e sono chiuse da uno sportello in ferro color ottone, opaco e rigato.
ci abito da quando sono nata al numero venticinque. da quando il giardino del cortile era incolto e selvatico, con un'ortensia media e sottile sul bordo stondato e tanti quadrifogli e fiori fucsia con i petali tondi e regolari. e tanta ghiaia. tantissima ghiaia al centro, di quella che restavo lì a smucinarla per ore, nella speranza di trovare dei sassi preziosi. lisci, un po' marmorei, sulle tonalità del miele, grigi cangianti e neri rugosi. bianchi no, non mi pare. troppo rari per restarsene in un cortile di provincia.
ci sto da quando ancora non esisteva il cancello a serrare il cortile e il vialetto era allargato verso il fuori, verso gli altri. quelli di passaggio o quelli invitati ad entrare. non c'era la paura dei ladri, solo un po' degli zingari, quelli sì. che giravano la domenica mattina dopo le dieci e spiavano le famiglie pronte ad andarsene. poi magari entravano e (dicono tutti) segnavano gli assenti o i presenti, scalfendo croci e simboli da streghe medievali sulle targhette dei nomi. tutte cretinate, secondo me, non lo so.
al secondo piano al centro, interno otto, siamo sempre stati lì. con un campanello con una lunga eco, molto elegante, eppure un po' troppo squillante. che gli altri mi parevano più discreti, più smorzati, mentre il nostro (boh) forse era così perché mio padre è da sempre fissato con le cose che squillano belle forti.
al secondo non ci stavo mai, salivo sempre a piedi al terzo da laura e federica. lì era tutto più bello, più alto e con le finestre disposte su tre lati del palazzo. il balcone era ampio e a elle e il salone così grande da correrci perbene e nascondercisi meglio.
salivo tutti i giorni, già dalla mattina per andare a scuola insieme. appena entrata, annusavo quell'odore di caffellatte tipico di casa loro. non era affatto come il mio. poi il pomeriggio federica mi aiutava con i problemi di matematica, mentre laura mi insegnava i trucchi del manuale delle giovani marmotte. ordinavamo i fumetti di topolino per data e salivamo ad accatastarli nei cartoni in soffitta, una volta che fossero aumentati troppo da non stare più in libreria. ci vestivamo da maestrina del far west e da dama con il cappello a falda larga, da cow boy e da punk, tutte truccate col nero sugli occhi e sulle guance.
salire in soffitta era troppo divertente. eravamo così in alto da vedere tutti i tetti e da affacciarci dentro al tetto del nostro palazzo. dentro proprio. al centro c'era un ampio stenditoio nascosto e in una porticina a destra la soffitta di laura. un posto caldissimo e dall'odore di chiuso perenne, pieno di piccole magie nascoste.
loro non ci sono più al numero venticinque. da tanti anni, da quando, finite le elementari, se ne andarono due palazzi più in là, in un quarto piano più grande e con un terrazzo coltivato come un giardino meraviglioso. da allora per me non fu più lo stesso venticinque: un pezzo importante di questo cinque elevato alla seconda era andato via per sempre, seppure per stare meglio, e nel frattempo non era più lì con me. un addio difficile da sistemare dentro.
il terzo piano era il loro, così come il secondo era il nostro. poche certezze hanno i bambini nella vita fanciullesca, quella era una delle mie: laura e federica sopra a destra, guardando a nord.
non ci sono più molti figli. al nostro tempo bambino, era pieno di piccole biciclette che sfrecciavano nel cortile dei garage e di palloni che finivano al primo piano, sopra al pezzo di prato con l'ortensia. e giocavamo a campana, in uno spazio due-per uno-per due-per uno-per due delimitato dalle lastre di marmo del pavimento dell'entrata del cortile.
ora c'è più silenzio, contornato da voci adulte e odori anziani, ed io non sono ancora andata da un'altra parte. non so come possa essere non abitare al venticinque e non stare all'interno otto (boh). non è più lo stesso venticinque, no, eppure ogni volta che varco la soglia del cancello e lo richiudo rivedo ancora tutto. e scorgo pure dei sassolini bianchi.

bi





[ph. niebl mirella, the unexpected]

lunedì 16 settembre 2013

preferisco chiudere gli occhi



"in viaggio, quando gli occhi cambiano ogni prospettiva
dando spazio alla circolarità".
maria a. listur


non puoi neppure immaginare
come possa smembrarmi
e permanere in più luoghi.
la mia casa è il vuoto,
il mio amore è il silenzio a scaldarla.
sono ricami le fratture del pavimento
su cui m'agito ogni giorno,
sono ricami quelli della roccia
dentro cui ho sigillato le parole.
vorrei essere trovata e strappata
a questa quiete indifferente e sorda,
vorrei che raccogliessi il cerchio dell'anima mia
e te lo infilassi nel dito indice.
com'a dire: laggiù, quello è il dove che c'aspetta.
sono ancora viva, non più orientata,
vedo e preferisco chiudere gli occhi.
tutte queste acque tra di noi
rimescolano i destini intagliati
e scombinano le ferite sui nostri corpi.
il taglio che ti ho inferto
è ora una fessura aperta al mondo.
lasciala così: spalancata.
amami con la bocca,
come un poeta ama le sue righe
nate dalla forma.
io t'amerò con le orecchie,
come un musico ansima appresso alle sue note.
t'inseguo ad occhi aperti e ti perdo,
sei come un bandolo ingoiato dal vuoto.
andrò dunque oltre il numero di avocadro.
sarà allora che ci separeremo
ciascuno dalle proprie membrane
e rimarrò senza parole, né nostalgia alcuna.
ora preferisco chiudere gli occhi.

bi





[creazione di christian schloe digital art]

venerdì 13 settembre 2013

settembre non è bello se non è…

litigarello.
si litiga a settembre e si fa pace ad ottobre. è una questione di numeri: sette(-mbre). e il sette è quello della crisi del settimo coso, in cui tutti sbroccano e, invece di vedersi belli e con gli occhi a cuore, si ritrovano a tirarsi buste dell'immondizia (chiuse) addosso.
d'altronde il sette è mistico, è storto e ritorto, è numero primo, sì, insomma, nel girone dei numeri primi è come saturno per i pianeti: quando ce l'hai contro, è guerra (e ho detto guerra).
si litiga pure davanti alle scuole per un parcheggio in primerrima fila, che consenta ai genitori di accompagnare i propri figli dentro all'asilo, senza che nessuno si bagni troppo le scarpe comprate coi saldi di fine agosto. si litiga per scattare loro una foto centratissima con i grembiuli bianchi e blu e arcobaleno, ricchi di manine ben piantate sulle tracolle pulitissime delle cartelle (ah, no, che dico: degli zaini, mica stiamo ai miei tempi), per poterle subito esibire a parenti e amici e social network e amici al bancone del bar e vicini di casa e simili.

pioggerello.
peraltro è così: settembre introduce l'autunno con l'equinozio del ventidue. un periodo meraviglioso, occhei, quanto malinconico, pieno di giorni stracolmi di lacrime amare, che sbattono la porta in faccia all'estate luminosa e assolata, tutti e trenta insieme. mica uno ad uno: tutti e trenta spingono in un attimo il portone in faccia al trentuno agosto e punto. si devono di nuovo attendere tipo duecentottanta giorni, prima che torni il tepore del sole fino a tardi.
che poi "piove dalle nuvole sparse / piove su le tamerici salmastre ed arse" d'annunzio l'avrebbe voluta scrivere di getto in un giorno di settembre, ne sono certa, ed invece per la fretta si era sbrigato e l'aveva composta in estate, perché era stato lasciato.

…azzurro, anzi azzurrello.
azzurro, settembre è troppo azzurro e lungo per me, mi accorgo di non avere più risorse senza di te. e allora io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te. ma il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va
(uh! m'ero fatta prendere dalle botte di celentanite che giacciono felici in me)
dicevo, azzurrello. perché il cielo ha questa tinta decisa e forte, senza incertezze e titubanze, è pulito e limpido. il mare pure è azzurrissimo e di più, col cielo che se lo bacia e gli si tuffa dentro in un amplesso amoroso ed intenso. tutto intorno s'inumidisce e si scurisce di tre, quattro toni, prima di imbrunirsi ed ingiallirsi. le montagne azzurrano i propri riflessi sotto i raggi sbiechi del sole e i vestiti si stratificano un poco e le coperte dai tessuti sottili si accoccolano sopra i nostri corpi rientrati alle scomode ripetizioni giornaliere.
azzurro, dipinto d’azzurro: così è settembre, se vi pare.

principiello
fatto di prìncipi e princìpi, inizi, esordi, aperture, novità, rinascite. tanto che non si può restarne sordi al richiamo e si comincia a saltellare verso nuove mete e larghe vedute. genti che si sposano, che nascono (settembre è zeppo di compleanni ed anniversari in famiglia mia), che fanno esami, scrivono tesi, vanno in primo superiore, partono per fine settimana allungati e ancora carichi di voglia di ferie d'agosto, che fanno diete macrobiotiche e consultano omeopati e streghe bianche.

andiamo, è settembre, è tempo di librare.
settembre non è bello se non è iniziato e vissuto.
(ohibò).

bi
 



[immagine tratta da hub09 social design]
 
 

mercoledì 11 settembre 2013

storia di un luogo chiamato amore



scritto lo scorso undici settembre
per un amore oggi quarantunenne






- qual è il segreto per restare insieme quarant’anni?

- ascoltare insieme la sua musica classica e i miei celentano e morandi, dentro la stessa macchina, dentro casa con lo stesso stereo. che poi sono quarantasei: sei anni di fidanzamento ufficiale, quando si fece più di centocinquanta chilometri con la cinquecento di suo padre, in mezzo alla neve alta e senza autostrada. era san valentino.

abbassò lo sguardo e lo fece scivolare giù, immergendolo nel pavimento. il suo naso sottile ed appuntito creò un’ombra sulle labbra, che trattennero altre parole. era volata proprio lì, verso quel san valentino. ed io la vedevo.

- fuggiva da me appena possibile, perché sapeva che ero lì ad aspettarlo. e non si faceva aspettare poi molto. altre volte invece l’ho aspettato a lungo, senza che arrivasse mai. rubava la macchina a suo padre, neanche ne aveva ancora una tutta per sé. l’amore è un atto di coraggio, sai? un giorno ci lasciammo. il distacco durò sei mesi, forse di più, eppure tornò lui e mi giurò che sarebbe stato per sempre, se io l’avessi voluto. “o me, o la musica” gli risposi secca, senza neanche concedergli un’occhiata. sapevo bene cosa gli stessi chiedendo. bene, lui fu coraggioso: scelse me. era la sua assenza che non potevo sopportare, il fatto che non ci fosse, che io mi sentissi abbandonata, mentre lui trascorreva le sue serate fuori tra musica e musicisti, in un mondo in cui io non avevo spazio. continuò a suonare comunque, ma in modo diverso: suonò per me, per l’aria di casa nostra, per insegnare la sua sensibilità agli altri. con passione, la sua.

- erano bellissimi: lui, il suo violino e la sua folta barba nera.

- sì, eccome! ci sposammo un lunedì pomeriggio, con poco, pochissimo, ma comunque con ciò che fosse sufficiente per amarci. anche per litigare, scontrarci, ammusarci, ritrovarci, abbracciarci, perdonarci e perderci nei nostri sguardi innamorati, ancora una volta. quel giorno era bellissimo ed il vestito glielo regalai io: un mezzo tait nero, con sotto una sottile camicia bianca ed un cravattino nero nascosto sotto al collo. portò i suoi occhi verdi bagnati dalla commozione fino ai miei. e ci scambiammo il nostro per sempre.

quel giorno anche lei era uno splendore, un raggio di luce incantevole che camminava sognante, accompagnata da suo fratello, nell’assenza di un padre mancato troppo presto. il suo sguardo lo gridava in silenzio: “vorrei infilare il mio braccio destro in quello sinistro di mio padre”.
a lui dedicò un trucco azzurro come il cielo abruzzese di settembre e delle rose chiare appuntate su una lunga veste candida, liscia e raffinata. se le mise anche in testa e profumava di mancanza e bellezza. tutta.

- siamo il giorno e la notte, eppure non ci siamo arresi. io non mi sono arresa.

e sottolineò quell’io, portando in alto le sopracciglia nere e ben disegnate, incantandosi in un movimento oscillatorio e regolare del mento, dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso, in un moto perpetuo che in quel momento generava un’energia cosmica che ci avvolgeva tutte.
avevano sofferto entrambi molto e non c’era alcun bisogno di dirselo a parole. eppure avevano sempre avuto il potere di tramutare il dispiacere di uno scontro in un nuovo inizio.

- ci si sceglie e ci si ama. pienamente, capito? sono le anime a scegliersi e i corpi le seguono senza indugio, nel rispetto reciproco. quando ci è capitato di esitare, sono corsa a cercare mio marito, l’ho fermato all’ingresso di casa e l’ho interrogato con lo sguardo. glielo dicevo che ero lì, che la comunanza avrebbe vinto sulla differenza, e glielo dicevo quanto lo amassi. anche in silenzio. e lo ha fatto anche lui con il suo, di silenzio. ci si ama anche così, senza le parole.

- qual è la verità del vostro amore?

- la nostra verità è che devi gridare, se l’amore grida forte, e che non devi smettere mai di guardare verso la stessa direzione.

- e se uno si confondesse e distogliesse lo sguardo?

- l’altro dovrebbe essere bravo ad accorgersene, andarselo a riprendere e riportarlo lì. il nostro amore non è un quando, è un dove da vivere e arredare insieme. questi quarant’anni sono un luogo chiamato amore.

uscì poco dopo, uscì assieme a lui. lui le prese la mano, lei gliela strinse nella sua.
la sera nel letto lei gli diede la buona notte, allungandogli un bacio sulle labbra e poggiando i piedi caldi sui suoi, sempre gelidi. lui si scaldò. lei gli chiese di abbassare il volume della tivù, lui lo abbassò.
lui la chiamò amore, con l’ardore di un eterno schiodato dal tempo, e lei lo sognò quella stessa notte.
non sognò un quando. sognò un dove.

bi

(a mio padre e mia madre,
al loro matrimonio oggi quarantunenne).



[immagine tratta dal film
"ferro 3 la casa vuota"
di kim ki-duk:
"siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi"]

lunedì 9 settembre 2013

nasi rossi

la fine accade.  

si stringevano a soffocarsi, a fondere l'una le braccia nella pelle dell'altra. s'oltrepassavano di strette e nascondevano i visi bianchi nel solco del collo, infradiciato di pianto.  
sono tutti così quegli abbracci: tolgono il respiro. il loro era prolungato, fisso e ininterrotto, a volte dondolato, come a dire "ti stringo di più, di più ancora di come tu possa sentire" e poi ritornava immobile e impassibile. silenzioso, un abbraccio lungo e silente.
nessuno sembrava accorgersene, seppure fossero sul ciglio della strada all'ora di pranzo, tranne l'altra. le osservava muta e sofferente e si premeva forte un fazzoletto candido sul naso. piangeva. le guardava e piangeva, sempre di più, piangeva e le fissava, mentre continuavano a restare intrappolate nel loro abbraccio a due.
non una parola, né un sussulto o, che so io, uno sguardo rivolto altrove. solo loro e il loro pianto intrecciato e il pianto dell'altra sopra il loro. erano attorcigliate in quella stretta annebbiata e vischiosa, mentre l'altra pareva una triste spettatrice affranta.
aleggiava un senso di morte. è la morte che ti fa premere degli insipidi fazzoletti bianchi sul naso, fino ad irritarlo e a farlo diventare rosso.  
ecco che finalmente mollarono la presa e s'incrociarono con lo sguardo, bisbigliando brevi parole confuse, per poi ripiegare i visi a terra. fu allora che l'altra si fece avanti, piuttosto esitante, e abbracciò anche lei la donna di spalle in lacrime. un abbraccio breve e gentile, di quelli che si concedono in quelle circostanze: quando ti muore uno caro.
ognuna aveva un fazzoletto personale e, durante quell'incontro, lo portava per conto proprio sul naso, a momenti alterni ed in maniera indipendente rispetto ai movimenti altrui. lo asciugavano, lo strofinavano, gli tamponavano le narici inumidite, lo usavano come sfogo per il loro corpo elettrizzato. ecco perché i nasi erano rossi, quelli di tutte e tre. a forza di sfregarli sulla carta legnosa del fazzoletto.
avevano nasi rossi e quei nasi rossi le accomunavano, imbevute com'erano in quel clima funereo di una fine purtroppo accaduta.
continuarono a parlare, pure se nessun suono sembrava spargersi intorno a loro. solo un alone indaco chiaro, doloroso e di non accettazione, che pareva ribadire quanto fosse colpa della vita quando la morte succede.
una sembrava soffrire più di tutte ed era la piccola donna bionda di spalle alla strada. era lei che, scesa dalla macchina, si era lanciata nell'abbraccio lungo e silenzioso, senza staccarsene più. la sua amica s'era spalancata e l'aveva accolta a sé e si stava lacerando il cuore insieme a lei, partecipando intimamente a quell'assenza ricalcata e fresca di giornata. l'altra era portata a commozione alla vista di quel dolore così tanto pianto e abbracciato.
la fine d'altronde accade a tutti, prima o poi, e pare pure non finire mai. era accaduta anche quel giorno e non faceva che finire di continuo, morendo più volte. moriva di nuovo, ad ogni abbraccio. ad ogni soffiata di naso. ad ogni breve frase raccontata. ad ogni pianto soffocato nell'incavo del collo.
nasi rossi dolenti di morte erano i loro.
ché è la morte che ti fa premere quegli stupidi fazzoletti bianchi sul naso, aspri e grossolani, nient'affatto morbidi e così freddi, da tingere i nasi. i nasi di rosso.

bi







 
 
"io non so se la solitudine, se quello
strazio chiamato solitudine, se quell'andare
via dei corpi cari, se quel restare soli
dei vivi, io non so se quel lamento della
solitudine, se quel portarci via le facce,
se quel loro sparire
di facce che avevamo dentro il respiro, non so
se il dono sia questo portarci via le
carezze, questa slacciatura.
è poco il poco che so e di questo
poco io chiedo perdono.
io chiedo
perdono per quello che so, perdono io chiedo
per tutto quello che so".

tratto da parsifal, in fuoco centrale e altre poesie per il teatro
di mariangela gualtieri
 
 
[illustrazione di pierre mornet]

 

martedì 3 settembre 2013

sarebbe...ma non posso

sarebbe auspicabile dire che sia bellissimo tornare dopo venti-e-passa giorni e provare gioia e piacere nel ritrovare i colleghi. quell’orda infernale che allevia le giornate barbose in ufficio (dicunt).
che la città al rientro non puzzi di cane morto e non sia ancora più cinerea del nove agosto. e pure che quell’orizzonte grigio che scorgo dall’autostrada, tornando, altro non sia che lo scenario costruito a cinecittà per un odioso film di paura.
che quello in casa sia solo odore di chiuso e non quel fetore infantile che accompagna i miei ritorni dai tempi che furono, pieni di lacrime e musiche di ligabue e dei depeche mode sparati dentro grosse cuffie. un odore tipo di blatte castano scuro-cioccolato, che vedono me entrare tristerrima, seppure io non possa vedere loro.
sarebbe cosa giusta e buona convincersi che il silenzio della casa vuota sia un silenzio gemello di quello di due giorni fa, dieci giorni fa, venti giorni fa, perché tanto sempre silenzio si chiama. quello pieno di fiori, monti, cose verdi, strade deserte, vicoli caldi e ventosi.
che lo spazzolino morbido che ho qui sia morbido come quello che ho lasciato lì e che disfare le valigie sia meno faticoso che farle.
che le mie gatte, che mi aspettavano tutte le notti in cima alle scale per accompagnarmi davanti all’uscio e assicurarsi che andassi a dormire lì, fossero proprio lì solo per cibo e bevande, e non per queste sciocchezze da ragazzina dell’asilo.
sarebbe meglio pure dire che i colori della città siano accesi come quelli delle montagne, già solo infilandosi su per gli occhi un collirio omeopatico (evvia).
che la luna davanti al balcone tutte le sere o quasi io ce l’abbia anche qui, pur vedendo che il balcone guarda il nord (e il nord la luna lo snobba e lo guarda frontale, con aria di sfida).
che le piante in balcone mi amino come la lavanda e la menta e il mandorlo dell’orto.
che il problema sia solo mio, che sono una romantica visionaria disadattata controcorrente.
sarebbe bello, sì.
sarebbe una salvezza per una come me, che è così da trentanove anni.
sarebbe, sì che lo sarebbe.
ma non posso.

bi



 
"e starmene al centro, abbracciata da un cuscino destro e verticale.
e chiudere le persiane di fronte alla luna e alla collina abitata.
e l'onda di lavanda e menta che mi avvolge pochi passi prima di inchiavare la porta al rientro.
e gli schiamazzi degli uccelli come unici rumori.
e gli zoccoli di legno e il pigiama a fiori, pure quelli.
e i sogni come richiami, coi risvegli di un tempo.
mancanze.
si chiamano così".

 
bi

[ph. bi]

giovedì 22 agosto 2013

del mare

del mare amo le case colorate vivaci, 
l'aroma verde scuro del basilico, 
gli scuri intensi chiusi sulle finestre. 
la polvere smielata dei granelli arrampicati sui piedi, 
il calore che sprofonda nelle ossa, 
le gabbianelle dalle ali tozze e gentili. 
le barche incrostate alla riversa, 
le torri che segnano brevi distanze, 
la foschia di salsedine. 
i pranzi scalzi e inumiditi, 
i progetti dai larghi orizzonti, 
i silenzi portati a riva dall'andirivieni delle onde. 
la confusione dei pensieri, 
le mancanze appena accennate, 
gli occhi chiusi puntati verso l'alto. 
le pelli lentigginose e dorate, 
i celesti azzurrati, 
le pappe nella plastica per i più piccoli. 
il vociare delle vecchie altalene, 
gli ombrelloni legnosi e spalancati, 
le radici fradice. 
amo il mare per i suoi attimi mai uguali, 
per le vette segnate dalle sue onde sulla battigia, 
per il suo essere mare così come altri mari, seppure oceani, non sanno rifare.

bi

 
 
 
[ph. bi]
 
 

martedì 6 agosto 2013

stizzisciti(ci) e ristizzisciti(ci)

 



chi mi conosce (bene) lo sa: io scrivo all'ora di pranzo. a pancia piena e nel relax di una pausa prolungata e sola, illuminata alla mia destra e alle mie spalle. tanto che ora, alle sette suonate, fa strano.
poi non posso andarmene dalla angustiante vita cittadina senza lanciarvi sassolini di boiate e ribadire che sì: è quasi vacanza. quella dei calzoncini su gambe leggermente dimagrite e spelate, lievemente dorate e toniche il tempo che fu. quella dei ci sentiamo a settembre, piantiamo l'ombrellone in fondo a sinistra e lontano da tutti, la marca da bollo nel passaporto la attacco all'ultimo (leccandolo accuratamente dopo un bicchiere di coca cola), il solare dell'anno scorso è scaduto (hai comprato la crema nuova?), la calendula come se piovesse e l'aloe vera pure, le canotte colorate e tre o quattro felpe e cose così.
boiate, occorre parlarsi dicendosi boiate incredibili, per crederci e scoprirsi libellule ogni ora che passa di più, che ci divide dal fatidico venerdì (almeno il mio) dell'ultimo giorno.
chi mi conosce (bene) sa anche un'altra cosa: ferragosto lo chiamo capodanno. e già l'ho fatto pure quest'anno, dunque si preannuncia un altro agosto svampito dei miei. in cui mi ritroverò a cercare un bancomat (e a non trovarlo), perché mi dimentico pure i soldi per partire.
dicevo, capodanno. vuoi mettere un inizio anno in un caldo quindici, sotto le stelle cadenti di san lorenzo appena passato con vista montagna e con un bel quarto di luna crescente? che cammini per il paesello e dici: sono fortunata. siamo fortunati, noi tutti qui, ad avere un angolo stretto di heaven a due passi da casa, proprio due.
non mi mancherà nulla. nemmeno i biscotti gentilini e i limoni a foglia grande, che abitualmente compro. né le piante da annaffiare, che mi guardano ogni sera implorando parole dolci e gentili e ricevono un serale e umido: non sono fatta per la fauna di città, scusate. mia madre sa fare molto meglio e tornerà, non temete.
mi sento fresca come gli stickers appiccicati su un finestrino di una vecchia auto parcheggiata sotto il sole a mezzogiorno di uno sfigatissimo martedì con quaranta gradi. che poi, tutto sommato, mi rendono assai più felice dei due, tre gradi micragnosi di gennaio, che manco so com'è fatto per quanto me ne stia rintanata dentro casa al caldo sterile dei termosifoni.
chi mi conosce (bene) si ricorda che ogni tanto io rallento e mi fermo. e con tutta me stessa, ad occhi chiusi, dopo aver preso fiato con la bocca semiaperta pronuncio il mio sentitissimo GRAZIE.
a me, per questo anno pieno di parole scritte e stampate, che mi hanno reso viva più che mai.
a voi, per questo anno pieno di commenti in ogni dove (anche per sms), che rendono viva in me la consapevolezza che scrivere sia la mia strada illuminata.
a chi m'ama sul serio [pausa silenziosa] e sopporta i miei sermoni e lunghi monologhi, pesanti come un carro di buoi trainato da un canetto stanco e rinsecchito (che sarei io). e mi vede bella pure con l'ombretto sciolto sulle palbebre sudate. e mi dice che devo amarmi (molto di più) e dirmi brava (molto di più) e fa da esempio, dicendomelo.
a chi non mi ama, perché sì.
a chi mi è vicino in silenzio e quel silenzio io lo sento forte come una bella tempesta marina, piena di onde.
a chi mi è lontano e la cui distanza è difficilmente colmabile col fisico.
e poi un grazie speciale a mio nonno. quello burbero e comunque l'unico nonno maschio che io abbia conosciuto in questa vita. che quand'ero piccola mi ripeteva spesso, mentre eravamo seduti composti sul divano a tre posti davanti alla tivù accesa, due parole strane: stizzisciti(ci) e ristizzisciti(ci). perché pare che io ne abbia fatto un inno nella mia vita e a forza di stizzirmi non mi ricordo più come si fa a farsi scivolare le robe di poco e tanto conto addosso.
e allora grazie, nonno.
in fondo mi stizzisco (e pure tanto). eppure non mordo.

che buone vacanze siano per everyone, con tutto il mio quore.
(con la q).
bi


[ph. david lachapelle]

venerdì 2 agosto 2013

intermezzi di leggerezza

come quando lasci giacere i panni dispiegati sul letto. non hai più spazio per unirti a lui, ma che fa? loro giacciono in ordine cosparso e si mettono in posa come piccole opere d'arte contemporanee, anzi no, post-industriali e sincretiche, come fossero delle metropoli comunicazionali. e tu cominci a sentire le gambe che formicolano libertà e ti senti leggera.

anche quando ti arrabbi per giorni, dietro ai problemi che affliggono il mondo e sui quali pensi che qualcosa puoi (anzi devi), come fecero secoli prima anche giovanna d'arco e giordano bruno. eppure una parte latente di te medesima dice che potrebbero diventare delle specie di fantasticherie, tali da ossessionarti testa e spirito e basta. al mondo non fanno un bel niente.
e lo capisci perché poi un giorno stai camminando sotto un sole augusteo che ti piomba a picco sulla testa, mentre hai addosso tipo trentanove gradi e un'ottantina di umidità, e vedi che sotto le pensiline di bar e ristoranti, fatte anche di tende da sole, c'è una cosa pazzesca, di cui non immaginavi proprio l'esistenza: l’acqua nebulizzata! quella fresca vera! quella magica che non ti bagna e ti rinfresca, nel mezzo della città calderrima.
cioè tu non ci avresti mai pensato, eppure c'è chi lo ha fatto al posto tuo e il mondo è andato avanti. dunque, rilassati. pensa (e mangia) leggera e via.

pure quando ti esce un brufolo al centro dei due occhi, in cima al naso, poco sotto il nascondiglio segreto del terzo occhio. lì. che chi ti guarda negli occhi si perde e finisce per fissarti la tua orrenda bolla cremisi, perfettamente in tinta col tuo colorito imbarazzato.
sarà colpa del salame, ti dici, anzi no, della mozzarella fritta, anzi no, della nutella dopo cena, anzi no… non ti ricordi bene quali altre porcate abbia mangiato nei giorni precedenti, ma tanto qualunque pensi è quella di sicuro.
insomma, una con un brufolo al centro degli occhi, in cima al naso, poco sotto il nascondiglio segreto del terzo occhio, deve per forza sentirsi leggera. pena il suicidio anomico.


come quando litighi e ti racconti tutte quelle cose verissime sul fatto che hai ragione, che ultimamente hai ragione, ma in fondo, perché no, hai sempre avuto ragione in vita tua. e litigare è diventato ormai uno sport ripetitivo e tedioso, che a un certo punto prendi appunti sull'agendina a righe, annotandoti tutte le tue personalissime e rispettabilissime e dignitosissime obiezioni e capisci che, be', sono sempre le stesse.
le annotazioni, le frasi, tue e della controparte, sono uguali a quelle uguali della volta prima.
quindi stai un po' arrabbiata per fatti tuoi, rimugini, mentre di là pure rimugina la tua metà, alla quale dovresti per coerenza col momento topico togliere l'accento e chiamarla così: meta.
insomma poi una dei due cede, tu ovviamente, che avevi detto che manco morta avresti ceduto e tutte queste bugie così e vi vedete. arriva che sembra un orso grizzly affamato, mentre tu ti senti una cerbiatta sul ciglio del burrone e lo guardi con lo sguardo a dire: non ti fidare dell'aspetto mio, ché dentro ringhia una tigre di mompracen, cosa credi!
ebbene: guardandoti, scoppia a ridere. sì, ti trova semplicemente irresistibile. capisci che hai buttato tutti quei giorni di pesantezza nel cesso e la leggerezza torna ad alitarti sotto le piante dei piedi sudati.


oppure quando sei stanca e non esci, hai mal di testa e non esci, hai il ciclo a duemila e non esci, hai i rodimenti e non esci, hai strappato le fascette delle scarpe tacco dieci e non esci, non mangi la pizza e non esci, aspetti un invito perché fai la preziosa e non esci, ti senti mortificare e non esci, diventi in tre secondi furibonda per un ago in un pagliaio e non esci, esci ma è come se non uscissi.
ecco, sì: esci anche nuda, purché leggera.

gli intermezzi di leggerezza esistono, fattene una ragione. pure quando ti senti pesante come un macigno e odiosa come la sorellastra obesa di quella sfigata di cenerentola.
il segreto c'è: è sufficiente che diventi gatta. una mistica strega piena di pozioni e di bidibibodibibu, che per giunta sappia ridere di sé. 
spegni la parte sinistra del cervello e attiva quella destra. e capita pure che tu ti emozioni e pianga.

bi
 
 

 

 

martedì 30 luglio 2013

è come se sentissi ogni volta sbocciarmi un albero dentro


senza di me un domani mi svegliai.
il collo inumidito dai percorsi della notte,
la pelle intrisa degli incontri obliati.
senza le mie notti che scorrono rapide,
i giorni non m'apparirebbero così allungati e fiacchi.
(la luce è un respiro che sopravvive per l'ombra dell'apnea).
senza quel domani, non arderei del desiderio d'invertirmi,
di capovolgermi in aria nei tempi, come se nuotassi.
è un perdere senza perdermi.
senza questa forza in me centripeta,  
non mi spingerei nel vortice dell'abisso mio
(m'ingoia, null'altro posso: l'assecondo).
senza allontanarmi dallo stare,
non potrei affondare nel mio essere, né nell'esserci.
è nella natura delle cose mie: il distare.
senza ch'io distassi in questi cieli,
il vicino non sarebbe mai toccato   
e il lontano sarebbe un'eco penosa e invera.
senza queste fitte impervie sotto le costole,
(una ad una, sì che premendo sfiatino di vita)
non abiterei luoghi, da renderli vere concezioni del mondo.
senza questo dire tutto al singolare,
non il plurale potrebbe nascere,
se non storpio e mancante di perenni assenze.
senza quest'uno, anche scolorito, anche stiepidito,
nessun due potrebbe sopravvivere indenne.
è come se sentissi ogni volta sbocciarmi un albero dentro.

bi




[illustration: jeremy enecio artist]

giovedì 25 luglio 2013

Il vestito di Lucy





Ho trovato il vestito di Lucy
ma amo andare sempre scalza
l'ho scorto laggiù
tagliato da una luce verticale
ero seduta e c'erano tutti i miei pensieri che viaggiavano dentro il quadro
partivano e tornavano da viaggi lontani
nell'antico furore
ci ho infilato il mio corpo nuovo dentro
ora posso riempirlo di una femminilità tonda e antica
come le lune dei falò danzanti
non più gazzella dal passo incerto
il cuore e l'anima verdi
le mani ed i piedi troppo grandi

ho trovato il vestito di Lucy

ho sempre i nodi fra i capelli
ma una carne nuova
più calda e materna
una luna ingioiellata di una luminosità più intensa.



Di










mercoledì 24 luglio 2013

granelli di sabbia


alla voce "accadimenti"

la bellezza dei granelli di sabbia sta nel loro bersi i raggi di sole, in quel fenomeno ascetico di succhiarseli dentro fino al midollo e rilasciarli sotto forma di calore per le ossa.
era questo che pensava, mentre se ne stava sul bagnasciuga, sotto il sole infuocato delle due. in disparte, separata, distante dal vociare familiare dei suoi.
assaggiata dai pensieri suoi, intimi e caldi di un luglio prossimo alla luna piena. dal sentimento amaro del non sentirsi compresa, il più delle volte. laddove comprensione sta anche come contrario di esclusione.
esclusa dalle ottusità, dalle tediose liti quotidiane, dai minuti sempre troppo spaccati, dai panni da stirare impilati sulla sedia a capotavola, dal citofono che suona ma non si sa chi sia, dalle scadenze protratte, dalla morsa alla bocca dello stomaco d’infelicità altrui.
giaceva lì come fosse compresa nei minuscoli granelli di sabbia, un tutt’uno dorato e splendente. le voci degli altri allontanate dai suoni del suo respiro intimo, assente di una presenza traslata.
il mare era debole e lo sciabordio una musica lenta eppure potente, costante come il ticchettio di un orologio segna spazio. un orologio segnato da ere e non da ore.
aveva portato le ginocchia piegate verso il grembo e le aveva puntate dritte verso il cielo. azzurro, certo quanto vero era il movimento del suo braccio destro.
aveva disteso il suo telo chiaro direttamente a terra, per sentire la sabbia massaggiarle le spalle e la schiena. il braccio sinistro lungo il corpo, lasciato a riposo. come a spegnere il suo mondo razionale, non appena distesa. la testa era lasciata morbida ad assecondare il vento leggero che le stemperava il calore sulla cute.
amava il mare da sempre, persino da prima. non avrebbe mai potuto abitare in un posto troppo interno. l’acqua era il suo elemento primario, il suo luogo segreto, la sua tana. si sentiva a casa.
si era lasciata sola pure da se stessa, strappata dal corpo accalorato. un piccolo astro che vagava nell’universo del primo pomeriggio era diventata. si aggirava in atmosfere sottili e vacue, colorate di tinte pastello leggermente impallidite.
una madre differente, così si sentiva. di quelle che alzano sì la voce, ma che portano le proprie labbra dirette nel cuore dei propri figli. vedeva una ginestra coltivata in sua figlia e un etereo piccolo principe in suo figlio.
la libertà, quella avrebbero dovuto imparare. e lei sapeva come insegnarla loro, estirpandogliela dalle loro nature differenti e sepolte. 
il vento s’era fatto più intenso e il suo corpo ebbe un sussulto. pensieri lontani le colpirono il centro del cranio accaldato, da farla girare su se stessa.
una scossa quel vento, un scatto che la riportò dove giaceva. lì, proprio. era il vento di ponente, quello che gira col sole. quello che senti tutto il giorno sotto la pianta dei piedi. l’aveva resa più inquieta. cominciò, senza accorgersene, a maneggiare quei granelli con più insistenza e più forza. quasi stizzita ed innervosita da quel ritorno verso di sé. in fondo vagare era nel suo innato essere.
granelli su granelli portati via dal vento, mentre affondava le sue dita lunghe in basso, sotto la sabbia. per ritirarla fuori e rilasciarla libera per l’aria.
- scusa…?
qualcuno stava rompendo la sua quiete solitaria.
- sì?
rispose, un po’ stordita. si sollevò appena sui gomiti, le gambe ancora in grembo. un figuro slanciato e scuro la fissava negli occhi, i capelli portati un po’ lunghi, le orecchie chiuse dentro una musica sconosciuta.
- scusa, non è mia abitudine…
bello, lo era. e corporeo, non percepito o immaginato o sfumato. vero.
- scusa, ma sai… la sabbia, il vento... non lo faccio mai, perdonami.
garbato e con una voce soffice e sfuggente.
- scusa, non lo faccio mai. ma è da un po’ che mi stai ricoprendo di sabbia. che dici, può bastare?

bi
 
 


[foto di klaus ledorf]
 

lunedì 22 luglio 2013

le cose che avevo



 
"non sempre io sono del mio parere"
paul valéry


avevo dei pantaloni a fiori gialli su uno sfondo blu sbiadito, tipo jeans. pantaloni di cotone, sottili e affusolati, con un bottone di metallo e le tasche tagliate strette. i fiori erano tipo delle minuscole margherite con i petali appuntiti, ma ti ci dovevi avvicinare parecchio per distinguerne la forma. gialli accesi, di un giallo sicuro di sé, più di quanto lo fossi io al tempo di me stessa. il blu invece era incerto, non sapeva se essere più azzurro o più blu e restava così: insicuro di sé.  
indossare un pantalone a fiori era come rotolarmi su un prato di velluto e tatuarmelo addosso, senza ammazzare i fiori, né schiacciar loro le teste. erano un messaggio chiaro al mondo: io amo la natura, che non si vede? perché se non si vede, siete voialtri a non capirlo.
avevo un paio di ginocchiere rosse. di quelle da pallavolo, con le quali facevo la riserva, in panchina. ero bassa e la mia elevazione faceva parecchio schifo, ma le prendevo tutte. le battute, le schiacciate. tutte e dico tutte. ma ero bassa e avevo poca elevazione e quindi me ne stavo in panchina, felice e con infilate le mie ginocchiere rosse.
le tenevo basse all'altezza della caviglia mentre camminavo a bordo campo. mi davano un tono, serio e al tempo stesso affidabile. camminavo come una che sapeva tutto della vita e che studiava tutti i giorni fino alle sei. quando le infilavo sul ginocchio, o ne mettevo una sì e una no, era il momento di giocare. ed ero più felice di quanto fossi felice in panchina.
avevo una chitarra classica. un regalo di mio padre, che ci sperava che imparassi a suonare qualche corda di robe sue. quindi un natale andammo in centro con la metro. gli stringevo la mano forte, perché quei posti pieni di gente mi mettevano inquietudine.
come potevi fare a mettere d'accordo tutta quella gente insieme? non potevi farlo e ci credevo allora che ci fossero ladri e scippatori sulla metro, come quelli che avevano strappato la borsa dalle mani di mia zia, scioccandola per settimane.
in centro arrivammo in questo negozio bellissimo, accanto ad uno di vestiti per preti. pieno di strumenti fino al soffitto. di tutte le grandezze e colori, arrampicati su scaffali ordinati o appuntati sulla parete con dei chiodi invisibili. avevo paura che ci crollassero tutti addosso e che mio padre non avesse il tempo di pagare la mia chitarra.
il fatto è che non la seppi suonare mai e tuttora non so come funzionino gli accordi. però quando scrivo mio padre legge tutto. e gli vengono gli occhi lucidi lo stesso, pure se le parole non sono note accordate.
avevo l'enciclopedia degli animali. dodici volumi neri e lisci, con la doppia copertina e una foto gigante e coloratissima al centro. suddivisi tra mammiferi, insetti, uccelli, invertebrati e insieme rettili e anfibi. non mi ero mai resa conto che in fondo i rettili e gli anfibi fossero meno degli invertebrati. e che siamo pieni di mammiferi (quattro volumi, tipo più del trenta percento degli animali esistenti al mondo).
li ho letti tutti e dodici, alcuni più volte negli anni. tipo i cani. le cui pagine ho consumato per quanto le ho leccate e sfogliate. volevo un cane, era ovvio. non un gatto, che non potessi portare con me al guinzaglio e richiamare. un cane vero da portare al giardino, per mostrarlo a chi avesse il cane prim'ancora che ce lo avessi io. per dirgli: vedi? adesso ce l'ho. poi ci trovavo le somiglianze con i cani meticci che giravano sotto casa mia e che io chiamavo col fischio quando scendevo alle quattro. e comparivano, scodinzolando.
oggi ho tre gatte più i neonati e zero cani. segno che nella vita un sacco di volte dici -a- e succede -b-.
avevo due dischi ellepi di heidi. hanno girato talmente tante volte che si sono trasformati in energia universale e non esistono più sotto forma di dischi ellepi.
sapevo a memoria quanti panini heidi avesse portato alla nonna cieca di peter, quante volte fosse salita sul tetto della casa di clara per cercare di scorgere le sue montagne nel grigio di francoforte, come fosse fatto il letto di fieno al piano di sopra della casa del nonno, come si chiamassero tutte le capre (mica solo fiocco di neve, che era facile), come fischiasse il vento in mezzo alle alpi, come piangesse la piccola heidi nei momenti di struggente tristezza, come si stesse senza una mamma e un papà, quali compiti facesse fare la signorina rottermaier e pure tanti altri pezzi.
sono cose che ti segnano per sempre le cose che hai. e, come dico sempre, difficilmente sono solo cose.

bi
 
 
[immagine di mab graves "harlow and the faerie ring", tratta da pop surrealist]

giovedì 18 luglio 2013

Il mondo parla di Radica.menti...

È con una punta di orgoglio ed un nodo stretto dall'emozione che vi presento la prima redazione che racconta della presenza di Radica.menti.
Un grazie commosso a due bellissime donne, che leggo solo virtualmente e che hanno scelto di parlare delle nostre parole piene di noi, di vita, di desiderio, di Bi, Barbara e Di, Daniela.
Lo fanno nel loro spazio artistico sensibile ed accurato:

http://www.sparagnhouse.it/bloghouse/blog-delle-mie-brame-radica-menti-di-bi-ren-bussolotti-quando-il-blog-osa-non-tacere/

Ne siamo onorate!
Grazie care Sara ed Alessandra...di cuore.

Bi&Di
 

radica.menti è un sogno di un pomeriggio invernale,
dalle tonalità grigie intense e profumate di erba bagnata.
annebbiato dall'aroma di karkadè e tè aromatizzato
senza limone e con zucchero di canna
ed affondato su un divano a elle pieno di pensieri.
è un blog molto luogo e poco tempo.





[ph. © Massimiliano Marchese "Monocromatica". lo ringrazio per aver prestato la preziosa arte del suo sguardo alla redazione di Sparagnhouse e a noi di Radica.menti]

 

martedì 16 luglio 2013

non aveva mai temuto la morte

non aveva mai temuto la morte. mai. solo un po' i corpi cerei e senza linfa, lasciati in osservazione alla mercé di tutti. allora sì che le veniva da vomitare. mica per lo schifo, no. per lo sdegno. per un'usanza tanto antica quanto sbagliata.
come quando vide quello di sua nonna, neanche troppi anni addietro. coricata sul lato destro del letto matrimoniale, vicino alla finestra. aperta, in ottobre. le mani portate al petto e giunte al cuore, a rasserenare un corpo ormai lasciato solo. l'anima non era lì, aveva sostato nei giorni precedenti un po' fuori, un po' dentro, un po' desiderosa di trapassare, un po' lacerata dal dolore di chi pregava affinché restasse. restasse dove? e perché? facciamo sempre un sacco di cose senza senso, rimuginava al cospetto di quel corpo lasciato solo, davvero tante, nonna.
non aveva mai temuto la morte, lei. e lo diceva sempre a tutti, così fastidiosamente spavalda da generare quel sentimento che stizzisce chiunque la morte non voglia neanche chiamarla col proprio nome. morte.
io muoio ogni ventisei o ventotto giorni, diceva. con il ciclo mestruale. un flusso di vita selvaggio e sempiterno, presente come il battito al polso, che ormai una non si mette più nemmeno ad ascoltare per quanto ne è assuefatta. tutte le volte è così: una morte che fa rinascere. e lo diceva seria, serena. come una che sa come si muore in piena autonomia e dignità, per giunta, e che non ha quei mal di pancia lancinanti da tirare giù le tende dalle finestre a strapparle vive. pareva non soffrirne, né gioirne. moriva così, rinascendo fiottando sangue dalla vagina piena di energia e viva più che mai.
sua nonna aveva il viso macchiato dalla sofferenza degli ultimi respiri. una donna corpulenta e con capelli radi, dal viso dolce e dalle interiora aggrovigliate. i liquidi del trapasso le avevano lasciato una cicatrice gelida al lato sinistro delle labbra, in basso verso il mento appuntito. color pesca, la macchia, su un viso cipria chiarissimo. persino le gote non erano più rosee come un tempo. persino quelle erano state abbandonate lì, senza un padrone che le facesse risplendere.
non pensava alla morte come fine, né ci pensava in quel momento osservando sua nonna in quel che ne restava. muore anche la luna ogni ventotto giorni, diceva. dopo aver fluttuato per chilometri attorno al proprio universo. da scura, a timidamente gialla e a forma di culla, falciata poi a metà e piena dopo quattordici giorni spaccati. invecchiata precocemente, pronta al suo declino e senza il volere se non il proprio, per libertà di scelta, pronta ad eclissarsi e a farsi cianotica. morta. 
sua nonna anche, di sicuro, si stava trasformando in altro. in energia pronta ad alimentare l'universo. ma non poteva dirlo, mentre i presenti abbozzavano preghiere e sgranavano rosari neri. e sfrondavano lacrime su lacrime, che avrebbero potuto riempire otri intere e annaffiare le terre di tutto il paese in quell'unico giorno autunnale.
e pure l'autunno muore, sempre. e le altre stagioni, che giorno dopo giorno percorrono strade segnate da un conto alla rovescia che le avvicina sempre di più al giorno zero: quello della loro morte.
muoio ogni volta che dopo una domanda mi risponde un silenzio, confessava a se stessa. muoio ad ogni no-non-vengo e no-no-posso, ad ogni abbandono, ad ogni mortificazione inflitta e subita, ad ogni libro divorato e terminato e rallentato nell’ultima pagina da leggere, ad ogni bacio ingoiato fino in fondo e non rilasciato nell'aria.
muoio ogni volta in cui riparto e faccio la discesa che mi strappa le budella dalle mie radici e interrompe quella bevuta di linfa che faccio solo lì. muoio quando strillo, quando la rabbia mi colpisce al centro dello stomaco, quando mi libero da una dipendenza emotiva col passato, quando butto fuori il respiro che ho consumato con la vita e così lo risputo.
muoio quando meno lo so e so ridire, muoio di liberazioni e muoio perché ogni giorno vivo.
lo diceva non per convincersene, ma per vivere di trapassi pieni di riflessi e rifrazioni.
non aveva mai temuto la morte, per davvero. desiderava solo che anche sua nonna non ne avesse più paura e da viscido bruco si fosse liberata in una folgorante e luminosa farfalla.

bi 
 
 
 

“quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. e potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro”.

elsa morante, l’isola di arturo


[illustrazione di selena leardini]
 

venerdì 5 luglio 2013

[scelgo]

 
 


scelgo i gialli del tramonto
i rossi delle labbra morse
il non detto e sbirciato
l'oltre della collina che cade nel dirupo

scelgo la sdraia verso est
il merlo e l'aquila reale
di apparecchiare per terra
i cuscini color corda

scelgo l'odore della presenza
la bocca nell'incavo della spalla
di andare verso su
le scale trapassate e vissute

scelgo i sentimenti sommersi
la decisione al posto della scelta
i pomodori solo che profumino
il gelato purché siamo in due

scelgo di leggere e scrivere
di cogliere le parole una ad una
di pensarlo per farlo realtà
di dormire su un lato

scelgo le acque trasparenti
il sale rosa sulla pelle
l'umidità di due corpi che si trovano
fuori e dentro

bi

lunedì 1 luglio 2013

non riesco a raccontare

non riesco a raccontare di quando, poco dopo l’una, la mia gatta ha staccato un pezzo della sua vita per donarla al mondo. l’ho vista con tutti gl’occhi miei. sì, io. ha incurvato la sua schiena nera ed è rimasta ferma come un dipinto per una manciata di secondi, che a me parevano secoli.
ad un tratto un’escrescenza chiara e piena di forza è venuta alla luce, dopo un mese di buio e calore. una luminescenza lucida, che rifletteva i raggi del sole dell’ora di pranzo. quello degli altri. era una vita, la prima di quattro.  
ho portato le mani in bocca, entrambe, a schiacciarla. a soffocare la paura del non essere all’altezza di un così grande dono. lei ha afferrato la vita in bocca, con tutto l’amore dell’essere madre per la prima volta, e me l’ha portata davanti ai piedi. aveva lo sguardo inesperto di chi dona tutto ciò che sa e tutto ciò che è: una parte di sé. 
il sangue languiva i suoi movimenti e i suoi occhi giallognoli e lucidi continuavano a fissare in fondo ai miei. attimi lunghi come ere mi annebbiavano la mente e mi rendevano inadatta. alla maternità fatta di umori sbiaditi e gocce di sangue. alla vita lunga pochissimi centimetri, eppure già sufficiente a se stessa e pronta ad attaccarsi con energia all’universo intero. al dolore uterino della mia amorevole micia, che appena poco fa ha compiuto solo un anno e che per me è ancora così tanto figlia.
non riesco a raccontare di come io l’abbia supplicata di aiutarmi a capire come potessi aggiungere vita a così tanta immensità. io, che la vita finora l’avevo solo immaginata.
di nuovo lo sguardo su di me, la bocca aperta per sussurrarmi del suo bisogno così intimo ed un’altra vita arrivata alla luce. il suo secondo atto d’amore era compiuto, afferrato tra i suoi denti premurosi e portato davanti ai piedi miei. un corpicino fradicio e scuro si muoveva davanti a me, mentre sua madre cercava le mie mani. filamenti ambrati e lunghi lo avvolgevano, mentre io ancora più impietrita ho portato di nuovo le mie mani alla bocca.
volevo solo piangere. allagarmi l'iride di lacrime come tende su finestre chiuse, disperarmi per la paura di fronte alla vita, laddove credevo che si potesse provare solo gioia. ero dispiaciuta nel non provare solo felicità, ma paura del pericolo della morte. l’altrui.
non riesco a raccontare cosa abbia pensato, cosa abbia temuto, cosa abbia provato, cosa abbia fatto. cos’abbia fatto nel frattempo sua mamma lola, mamma esperta, nell'aiutarla e nel ripulirla dal sangue e dai suoi umori uterini. cos’abbia fatto la mia tenera trilly, piena dell’istinto del fare la madre all’improvviso a quattro vite calde, che fino a pochi istanti prima manteneva dentro di sé, in fondo, al riparo dai pericoli del mondo.




non riesco a raccontarlo.
e non riesco a raccontare nemmeno della pienezza di trovarmi da sola in cima al bosco di faggi secolari alti più di palazzi, di calpestare cuscini di foglie scivolosi e morbidi, di passare sotto quei rami ampi come ombrelli senza pioggia, di ascoltare il silenzio della terra inumidita e fresca delle otto del mattino, di faticare per ogni passo affilato all’altro per salire sempre più in alto, di sentire gli odori della presenza nient’affatto assente di chi in quel bosco ci vive tutte le ore del giorno, di incontrare fiori come spilli, di respirare con profondo affanno e pregare di arrivarci alla fine di quei passi per gustarne la bellezza dei frutti.
finito il  bosco in tutta la sua immateriale infinità si è aperto il prato. una distesa più verde del verde, muschiata e folta, senza erba come fili ma piena di trifogli come minuscoli cespugli. e colline e montagne e il vento sul viso e il sole dentro gl’occhi e il galoppo dei cavalli selvatici.
poi finalmente il lago. in tutta la sua fierezza estiva, seppure inaridito dalla fine delle nevi. è lui che racconta le montagne, baciandole e rubando loro l’anima, tatuandosela addosso, restituendone tutti i suoi riflessi.  
c’era un luogo nelle mie notti sognate ed era proprio così, come quello.
non riesco, non riesco a raccontare del cuore in gola di fronte al precipizio di oltre mille metri, del vortice sordo che mi ha avvertito di restare lì, di non accostarmi oltre. verso il vuoto. un vuoto con un altro bosco, con altissime pareti appenniniche sbriciolate e friabili, grigie, un po’ marroni, impervie. vive. il cielo pesante mi ha aiutato a restare salda sulla roccia, come una delle più fragili stelle alpine.




non riesco a raccontare tutto ciò, me ne dispiace.
non riesco, perché i fotogrammi di questi pezzi infinitesimali di realtà schizzano via come inafferrabili farfalle, volano impazziti rimbombandomi in fondo alla testa, mi saccheggiano dentro con l’intensità di un uragano che fa tremare la terra alla sue basi più intime.
non riesco, eppure ce l'ho da qualche parte. 

bi

[ph. bi]

giovedì 27 giugno 2013

ritrovamenti


oggi torna il vecchio racconto ritrovamenti,
poiché a breve verrà raggiunto dal suo seguito...
e sempre grazie.

 


 
era l’una passata da poco e in brevi attimi la piazza si svuotò, diventando silenziosa. era così da sempre ed era inutile chiedersi da quando precisamente e come mai proprio all’una e non un minuto in più o uno in meno.
camminava con fatica per via del caldo afoso e secco e, finita la discesa di sampietrini grigio scuro e lisci, alzò gli occhi davanti all’imponente portone nero. era così da sempre anche lui, maestoso e pesante, che da piccola non riusciva a spalancarlo, come si fa con le porte che si desidera oltrepassare prima possibile. era un varco che si faceva attendere, quello.
girò la chiave verso destra, come aveva sempre fatto, con scioltezza e precisione, facendo leva con la mano sinistra sul grande pomello pendente dalla forma personalizzata: una mano esile di donna che stringeva con vigore a sé una sfera, che, battendo a sua volta sul portone, emetteva un rumore deciso, un’eco armoniosa e piena che correva aldilà velocemente e fino ai piani superiori.
era così da sempre, eppure questa volta esitò e sospirò profondamente, pensando tra sé:
- per aprire la porta, devo girare la serratura come per chiuderla...
le sembrò più di altre volte che non fosse una porta come tutte e si ricordò quando da piccola spesso si sbagliava e, ruotando la chiave, ne chiudeva una mandata, anziché sbloccarla ed aprirla.
- no, non è così che si apre. devi girare al contrario, vedi?
le spiegava sua zia, muovendo la chiave verso destra ed aprendo la porta, dandole una botta energica e decisa.
- così, ecco.
quel giorno ci pensò su, come faceva quando si perdeva nei suoi percorsi mentali tortuosi e nascosti. faceva per chiudere e la porta si apriva e nel frattempo si guardava i piedi.
- dovrebbe funzionare così anche con i ricordi, forse, e anche con quello che si custodisce nelle parti più nascoste e oscurate di se stessi… pure quelle sono porte che si aprono girando al contrario.
e nel frattempo varcò la soglia in travertino e sorrise, salutando tutti.
il pranzo era a fine preparazione, l’odore del sugo scuro e vellutato avvolgeva l’atrio, passando avanti e indietro dalla cucina al soggiorno e intrufolandosi dentro la dispensa.
s’infilò svelta proprio lì, nella vecchia dispensa, come attratta da una grossa calamita fatta di tempo espanso, che non avesse un passato ed un presente e che fosse così, semplicemente disteso su se stesso nel suo spazio e non numerabile.
ci si entrava in pochi lì dentro, giusto in due o tre ed uno accanto all’altro, perché la porta si ostruiva e nessuno poteva più farne il suo ingresso, per scoprire quali magie vi si stessero compiendo all’interno.
vi entrò, mentre sua zia e sua madre ne uscirono rapide con quattro vassoi di gnocchi di patate incavati e finiti di impastare proprio allora, pronti per essere bolliti in due ampie casseruole di alluminio dai manici tondi e invecchiati.
tutto era così straordinariamente uguale a sempre, anche le pentole erano proprio quelle.
ci restò sola. si sentì subito altrove. si girò intorno con gli occhi di allora e trovò tutto immutato, come fosse congelato in un tempo che non fosse più il suo di allora, né di quell'adesso, ma un momento tutto suo, fatto di un’epoca che infinita e senza il susseguirsi di segmenti chiamati anni.
un luogo fatto degli odori antichi che conosceva bene, delle voci dei cugini più grandi e appena adolescenti provenienti dal piano di sopra, della nutella spalmata da sua zia su un pane alto e morbido poco prima delle cinque, dei setacci per la farina marroni scuri circolari e irregolari appesi al muro sulla destra, del mobile color crema che si apriva dall’alto e in due parti e che aperto sapeva ancora di cereali e grano, del latte appena munto e comprato prima di cena dalla signora concettina, delle ciambelle al vino tonde e un po’ storte che duravano per settimane, della crostata appena sfornata con una marmellata indefinibile dal colore ibrido e che sapeva di tanta frutta scura cucita insieme, come soltanto una sarta precisa come la zia avrebbe saputo fare con la sua macchina da cucire poggiata sul muro prima della cantina.
si girò intorno con gli occhi di un tempo ed il cuore le pulsava di pensieri ed emozioni che non erano di quegli attimi, ma che appartenevano ad una memoria vivida e fatta di carne e cuore, impressi nell’anima e ancora così nitidi.
- sono felice!
balzò dentro di sé ad occhi chiusi e un po’ umidi, trattenendo a stento quel galoppo nel cuore, partito all’impazzata e senza freno. si sentiva come se quei sentimenti le strappassero via i chiodi con cui il tempo metteva ognuno nella sua croce e castigava tutti dove non avesse più senso restare. poi si voltò verso la finestra e vide sul davanzale, nascosta e tenuta segreta, un’intera crostata di marmellata scura.
le parve di rivedersi esattamente lì. folti capelli corti, occhi paglierini veloci ed attenti, un paio di calzoncini blu con tasche zeppe di segreti, una canottiera bianca a coste ricucita al centro della schiena, sandali chiusi blu con due occhi sbiechi e curiosi al centro, concentrati a scovare altri tesori. come una crostata fatta di una marmellata senza nome, scura, profumata di famiglia e d’estate, la stessa che trovava dentro i panciuti barattoli in vetro, sullo scaffale in alto a destra della dispensa.
il silenzio le pulsava tutt’intorno, eppure altre voci lontane la distoglievano altrove.

- e adesso, adesso come faccio? zia si arrabbierà moltissimo!
il terrore le solcava il viso e il cuore le stava fuggendo fuori dal petto, mentre la signora pia la prese a sé, stretta tra due braccia esili e lunghe, e le disse sorridendo:
- non preoccuparti, te la cucio io. togliti la canottiera.
se la tolse in fretta, la girò sulla schiena e la guardò con afflizione: un grosso squarcio si era aperto al centro, nel momento in cui lei stava precipitando dall’altalena di ferro.
- ti sei fatta male?
le avevano chiesto, ma lei no, non sentiva dolore alla schiena, ma piuttosto al cuore, ecco, lì sì. il taglio nella stoffa era colpa sua e lei avrebbe dovuto rimediare. e fu la signora pia ad aiutarla, facendo un ricamo certosino lungo la lavorazione a coste del cotone bianco, a tal punto che nulla lasciasse credere che vi fosse una cucitura. da allora avevano un segreto, lei e la gentile signora pia, qualcosa che sapessero solo loro due.
- è pronto, gli gnocchi sono in tavola!
rimbombò la voce stridula di sua madre, riportandola in quell'adesso: il pranzo di quella domenica a casa della zia. ma prima salì in bagno per lavarsi le mani. una luce debole e giallastra s’infiltrava nella tromba delle scale: il tempo stava cambiando e ampie nubi grigie avanzavano da ovest, dalla costa, coprendo il paese sotto una sottile coltre di fine agosto.
spalancò la porta del bagno e per un attimo restò incredula: anche lì sembrò tutto fermo nel passato.
si mise ad accarezzare le piastrelle bianche e blu dipinte con disegni antichi, controllò il ripiano incavato nel muro e ci trovò due riviste ingiallite di dieci anni prima, una biro nera, quella che usava suo zio, il lavandino bianchissimo con due manopole esagonali, sempre troppo dure per lei da aprire e chiudere. e quel profumo di pulito, un pulito eterno e sempre fresco.
- è certo che non apparteniamo ad alcun tempo, no. ma ai luoghi, quelli sì.
si disse posando la mano sulla maniglia antica e lavorata e, lavate le mani, se ne andò quasi dispiaciuta di riscendere.
raggiunse gli altri al piano di sotto: il suo posto a tavola era quello di sempre, alla sinistra di sua zia e a destra di suo cugino, la finestra sulla lunga collina alberata alle sue spalle ed il grosso camino in marmo sulla sua destra.
mangiò quasi fino allo sfinimento, come a riempirsi la memoria di sapori, odori, abbracci che non voleva andassero perduti: due piatti di ottimi gnocchi di patate irregolari, ognuno diverso dall’altro, morbidi ma consistenti, spuntature di maiale al sugo con due salsicce panciute e tozze e cicoria ripassata in padella, verde, più verde delle altre.
- lasciati un po’ di spazio, perché c’è una sorpresa.
le sussurrò sua zia all'orecchio destro, sporgendosi verso di lei e posandole la mano sulla spalla. ebbe un sussulto. per nulla al mondo avrebbe voluto che quella sorpresa si sciupasse, confidando a sua zia di aver scoperto una crostata nell’angolo nascosto della finestra della dispensa. rimase senza parole e sgranò gli occhi su di lei per la gioia. aspettò.
in quell’attesa c’era un universo in movimento. il lungo sguardo ed il sorriso di sua zia la accarezzavano dalla testa ai piedi, la compiacenza di sua madre era un rafforzativo di intese antiche e quel pranzo senza tempo impregnava il salone di una forte sensazione di pienezza che, nelle viscere di non si sa dove, lei sentiva stringerla in basso, nel ventre. una pienezza che non avesse più bisogno di vuoto per riempirsi ancora: si bastava così, era compiuta.
sua zia si alzò. ormai la accompagnavano lenti movimenti stanchi e non più spensierati, dispetto di un’età avanzata e di un tempo che segna i corpi con il suo scorrere di vita.
ma non le anime, ne era certa, e guardandola la vide esattamente come fosse allora: mora, svelta, nient’affatto appesantita, corpulenta e vigorosa, austera ma dolce, con una veste a fiori dal fondo rosso scuro e comode ciabatte basse in lana cotta verde scuro, impercettibili calze del colore della sua pelle, capelli corti e scuri con la riga ben fatta verso sinistra, foltissimi e tutti uniti.
sua zia scomparve, per ricomparire piena di soddisfazione ed illuminata in viso da un riverbero di mirtilli misti a more e fichi: abbracciava a sé, stretto e con affetto, un vassoio pieno di crostata di marmellata scura ed indefinibile.
il suo regalo, profumato e dolcissimo. per lei, solo per lei.

bi

[scatto abruzzese]