giovedì 27 febbraio 2014

potrei perdere il treno


una possibilità. vorrei solo una possibilità per scegliere, anziché essere scelta. ché scegliere è una roba da coraggiosi, non da passivi. e dicono che questo non sia un mondo per gli indolenti.
non c’è posto per chi subisce. per gli astigmatismi, le asimmetrie, le rotture, per chi rimanda a domani, rallenta, ferma la sua corsa verso la gloria, magari solo per respirare l’odore intenso della mimosa, che è già sbocciata (povero mediocre). mentre io continuo a credere che chi corre proprio non se ne sia accorto che è sbocciata, perché il più delle volte guarda in basso, o al limite diritto, ma mai intorno, né tantomeno verso l’alto!
una possibilità, vorrei. per essere efficiente e sempre sul pezzo, mai caotica e disordinata, mai dimentica dei fatti e dei film visti e dei ti ricordi e dei testi delle canzoni. vorrei ricordare tutto, pure quel rimosso e quel maledetto raschiato via per sempre, pure il bene fatto e ricevuto, pure i torti inflitti, pure tutto, pure tutti, anziché ritrovarmi con la testa che mi rimbomba tra le dita, immemore e leggermente sbiadita.
ché qui non c’è posto davvero per chi si perde. per chi si smarrisce, subisce le lacerazioni del dolore dentro le ossa e si rinchiude in fondo a se stesso, per chi sprofonda nella consolazione di litri di alcol, nei quali affoga la propria anima, vendendola ai suoi demoni, per chi rinuncia al dono della vita, schiodandosi le vene dai polsi.
non è un mondo per questi perdenti. qui si corre verso il successo e basta. ma non il participio passato di succedere, che accade a tutti e a ciascuno in modo differente e personale e senza giudizio, no! successo come affermazione e trionfo, come rincorsa ad ogni costo. a d o g n i c o s t o. 
il treno aspetta tutti, fino all’ora prestabilita. ed è quella, secondo più, secondo meno, ma spacca il minuto, quello sì. che se ci fosse scritto alle 15.45, quello partirebbe a quarantacinque e se io mi fossi allontanata un istante, per guardare la mimosa e scattarle una foto già fatta e già vecchia, quello se ne sarebbe bello che andato, senza di me. alla mimosa, sì, perché amo il suo aroma fanciullo e la forza di quel giallo piumato.
una possibilità per tutti, invece. ecco, questa mi piacerebbe. pure per chi non si ritrova o corre claudicando o mette in pausa il proprio affanno. e che nessuno lo giudichi, grazie, ché nessuno può sapere cosa si nasconda dietro quello stordimento, se non lo stordito di turno.
una possibilità per scegliere, per avere il coraggio di escludere, per gioire dell’inclusione e fare festa e così via, senza rimpianti e senza la paura di aver scelto male, che diventa colpa e brucia nello stomaco.
allora potrei prendere al volo questo treno delle scelte, dicevo, e salire in cima al carro di chi si sente sempre vincitore, di chi è convinto di vivere nella ragione e mai nel torto, della maggioranza che parla di cosa sia giusto e cosa non lo sia affatto.
oppure potrei restare qui. potrei rimanere a scattare un’altra foto a questa mimosa piena di profumi nascosti e ancestrali, che nulla sa del giusto e dei vincitori. magari dal basso verso l’alto, inquadrando una fetta di cielo, o incollando l’obiettivo a questi chicchi carichi di colore, sfocando il contorno e dando risalto al loro centro, oppure mettendoci pure il mio viso e sentendomi per pochi istanti mimosa anch’io.
potrei tapparmi le orecchie di fronte al chiasso delle voci prepotenti degli altri, ecco, e restarmene qui.
sì, potrei perdere il treno.

bi
  
 
[ph. kylli sparre]

e,
per un momento sarò infinita
più che bella, astratta
altamente piccola, rinvangata
inestinguibile e ardua
moderata esplosiva e vana
fiduciosa e sfiduciata
oscura quasi accecata
modellata rumorosa stanca
più che gioiosa, contemporanea
perennemente fine, accompagnata
provocatrice e tanta
unica molteplice e pungente
placida e placcata
chiara quasi perfezionata
divina vociatrice ristrutturata

così sarò,
per un momento e poi,
andrò.
 
[dopo, di maria a. listur]

mercoledì 26 febbraio 2014

Risvegli












Si dipana la nebbia
e la luce si sparge nel solaio
bussa ai nostri sogni bianchi
si sveglia il giorno
e dai miei occhi s'accende
la fessura del mattino
s'incarna nei tuoi respiri
ti sfiora la luce
poi scivola via
comincia a camminare
tu la segui lievemente
e accompagnandola
girandola di colori
cominci a danzare
nel giorno






giovedì 20 febbraio 2014

mi sto abituando al poliestere


 
"e se nessuno ti parla, allora ti tocca pensare.
e io non facevo altro, allora.
pensavo tanto che mi faceva male la gola,
perché è li che si fermano le tristezze".
stefano benni, la grammatica di dio
 
 
mi sto abituando al poliestere. forse, o forse no. ad ogni modo io non desidero abituarmici, o forse un po’ sì, non lo so. è che questa non è certo una buona notizia, ché alla merda uno non si dovrebbe mai abituare e il poliestere e l’acrilico sono robe schifosissime, che fanno molto male.
mi scoppiò all’improvviso, così, un giorno. era tipo uno tsunami, che cominciò a deturpare la mia pelle innocente dalle cosce e dal collo. un rossore inibito, che voleva crescere presto e diventare adulto.
avevo ventiquattro anni, ero quindi piuttosto fatta, ma la mia pelle era ancora acerba e stava maturando così, a forza di vampate incandescenti.  
intanto io mi grattavo. sentivo un fuoco che mi attraversava su e giù per i vasi sanguigni e intimoriva ancora di più la mia pelle tanto emotiva. mi riempivo di crema, eppure non facevo in tempo a stenderla che già il prurito tornava ad ossessionarmi le dita.
una volta mi ricoverarono. i dermatologi sono una razza strana, sembrano come degli alieni arretrati alla preistoria, genti con le sembianze moderne e una mente da trogloditi, piene di bui e di non lo sappiamo.
entravano al mattino ed erano tipo sei, sette, impettiti in quei camici bianchi e occhialuti fino ai capelli. mi facevano alzare in piedi, togliere il mio pigiama grigio e cominciavano a squadrare la geografia dei disegni che avevo sul corpo. segnavano appunti sui loro taccuini asettici e se ne andavano, dopo essersi consultati con termini un po’ del cazzo.
per me nessuna attenzione. per me non sapevano usare alcuna parola premurosa, che potesse restituirmi, anche solo per pochi istanti, l’angolo d’un sorriso, che sembrava perso per sempre.  
un’altra volta mi portarono in un laboratorio, per farmi una biopsia. mi spogliai e i due dermatologi davanti a me sgranarono gli occhi, come se avessero visto un non so che. meraviglioso!, esclamò uno dei due.
rabbrividii. disse proprio meraviglioso, mentre io avrei voluto agganciargli la faccia per sbattergliela contro la luce al neon, che regnava in alto a noi come un sole nero. maledetto, maledetti! pensai con gli occhi umidi.
i dermatologi sono così, esseri senza sentimenti e pieni di merda da analizzare in vitro. genti che provano un orgasmo, nel momento in cui riescono a dare un nome al disegno che hai sulla pelle. e il disegno è tuo, la pelle pure, invece la trattano come fosse roba loro.
ad un tratto uno dei due disse che andavano fotografate, quelle bolle, che andava costruita una letteratura, in grado di risolvere i problemi sulle pelli di tutti gli esseri viventi. mi si fermò il cuore per qualche attimo. ma era già tardi e non mi uscirono le parole per oppormi e gridargli NO!
restai in silenzio, mentre loro scattavano delle foto su alcuni quadrati della mia pelle. le lacrime uscirono da sole, non ce la feci a tenerle per me. mi sentii umiliata. loro, due medici, mi stavano umiliando.
un’altra volta ancora non volevo più tornarci in quel posto funesto, con quei vampiri a caccia di sorsi di soddisfazione. fu la mia amica ad impormelo, anche se ero certa che non servisse e che stessimo facendo l’ennesima cazzata. perché mai tornarci? mi avrebbero come al solito infagottato la pelle di cortisone e rilasciato con la solita etichetta: dermatite atopica. (idioti).
ci andammo lo stesso. davanti all’ennesimo dermatologo, piena di stizza e protetta alle spalle dalla mia amica, mi spogliai. pianse lei, questa volta. in fondo mi ero assuefatta alle bolle e una più o una meno o una gigante o una più piccola o una moltiplicata ed elevata a infinito non facevano più differenza ai miei occhi stanchi.
capii che mi aspettava un altro ricovero. il terzo. inutile. tormentato. ingiusto. odioso. e intanto mi sentivo di parlare una lingua inascoltata e incompresa da tutti, anche da chi mi stava accanto in silenzio e m’amava.
un’altra volta ancora era una donna. mi guardò amorevole (mai nessun medico fino ad allora lo aveva ancora fatto) e mi chiese di sedermi e di raccontarle cosa fosse accaduto nella mia vita negli ultimi anni. la mia pelle gridava qualcosa che io tacevo, così disse. m’imbottì di cortisone per bocca e, finita la cura di tre settimane, le bolle tornarono più forti di prima.
poi incontrai lui. un’anima eletta tra le anime, un medico ottantenne, che mi prese per mano ed in brevissimo tempo mi spalancò la porta della guarigione. per sempre.
lui è ancora nel mio cuore, dei precedenti non ricordo neanche la puzza. mi insegnò che la medicina è una statistica, non una scienza esatta, e sperimentai proprio sulla mia pelle che la medicina alternativa fosse un’alternativa salvifica e che quella tradizionale avesse gli stessi limiti che pongono le religioni nelle vite umane (le religioni e i loro dogmi, non le preghiere, dico).
la mia pelle ha una coscienza a sé, rispetto a me. lei sa che il suo compito è di separarmi dal mondo. lei fa da confine, da zona liminare, da interstizio, da pellicola, da protezione e lo fa emozionandosi profondamente. e oggi gode di ottima salute.
mi sto abituando al poliestere. forse, o forse no. ad ogni modo io faccio finta di niente.

bi
 
 
[ph. rebecca cairns, reality]
 
 

martedì 18 febbraio 2014

la toscana è una moltiplicazione


la toscana è una moltiplicazione di pavimenti inclinati, che scivolano verso un centro nascosto pieno di storie. i vicoli vi si assecondano e vi girano come agevoli labirinti, le voci vi si attorcigliano e creano accenti spirati di spiriti.
occorre tornarci in toscana. di tanto in tanto,nel tempo, per recuperare spazio per gli occhi e aria per i polmoni. e non una volta ogni diec’anni, no. di più, dico. per ritrovare le giuste priorità di se stessi.
la mia è il verde, lo so, e lì mi ci sono affogata. l’ho bevuto a più non posso, per fare il pieno di quel velluto spalmato sulle colline. come fossero tutte uguali, eppure mai le stesse.
la mia è l’amore, pure, e lì ti pervade, da fondere il due con l’altro, in un uno sempre più unito e disunito solo nelle membra.
è un’addizione di torri, che regnano nei secoli e vegliano cittadini mai stanchi. questi, proprio loro, che si sporcano le mani ogni giorno con la loro tant’amata terra, che penetra fin dentro le loro unghie larghe come piazze. infilzano radici che cresceranno come cipressi e lì pareranno trapezi di campi arati dai venti lontani provenienti da tutti i dove. lì sorveglieranno vigneti tenaci e verticali e ulivi gentili e silenziosi.
l’abbiamo sentiti coi nostri occhi e visti con le nostre orecchie. lì, in quelle valli difese da dolci colline. lì, in quei paesi impietriti e pieni di vita pulsante e pronti ad accoglierci tutti. tutti noi, visitatori curiosi e sì tanto affascinati.
è una sottrazione di sospiri. da coprirsi la bocca con ambo le mani per lo stupore che lascia senza altra espressione vocale oltre a un sospiro, gridato con la o. con tante o, una di fila all’altra (ooooooooooooh!). di curve, che s’attorcigliano alle colline e si stringono nel ventre in un vortice di emozione. di verditudine, che sale rapida come la saliva a riempire il palato e baciare la lingua. di riflessi, che si specchiano nelle acque e fanno da prisma ai cotti delle case in pietra. di scorci, che s’aprono improvvisi e appena accennati.
parla un’altra lingua, la toscana. una lingua né parlata, né scritta, ma solo sussurrata e fatta di sentimenti taciuti ai sensi animaleschi.
è il sapore del mosto a dirtelo, quello che ti resta ancorato in bocca, dopo che hai sorseggiato quel vino rubino, che sa di aratro, di foglie lussureggianti, di frutti scarlatti, di legni porosi e muffe riposte in cantina. di tortini di verdure affondate nella vellutata di pecorino, salumi mangiati per strada, cene piene di sguardi infiniti.    
è una divisione, la toscana, una divisione d’intenti. delle sue mani che si preoccupano di avvolgere le mie spalle infreddolite sotto le coperte, delle sue rose rosse, del suo pensiero per me fatto di carne e non più soltanto pensato. è condivisione di un amore, che si vuole sentire sparso per il mondo, anche in toscana dunque, per ritrovarsi sempre più integro e amato.  
la toscana è una moltiplicazione che sa di me e di te.

bi
 
 
[ph. bi]
 

«se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai».

giorgio caproni, stringendo

giovedì 13 febbraio 2014

mai dire pranzetto


mai dire pranzetto, se non arrivo umidiccia e con la sciarpa ciondoloni (e fuori ci sono appena diciassette gradi il dodici febbraio), all’una e dieci e al solito posto, dove loro due sono lì, sorridenti, ad aspettarmi. e si alzano per baciarmi tutta e stringermi ai loro dolcissimi spiriti e ai maglioni scuri e ai colli scoperti.
mai dire pranzetto se non mi siedo piena di fretta e già con il menù alla mano, per scegliere entro poco il mio pranzo veloce con loro.
sono bellissime, come sempre. ci versiamo l’acqua liscia dalla brocca trasparente e cominciamo subito ad incrociare i nostri aggiornamenti sulla vita trascorsa negli ultimi giorni che ci hanno diviso.
a. è stata a vedere timi a teatro, quel gran pezzo di scrittore e attore così tanto anti-eroe sturm und drang-hiano (mi si passi questa licenza piuttosto schifosa, ma tant’è) e lo ha pure aspettato fuori dopo lo spettacolo, solo per annusarlo e vedere la sua aura che scia disegnasse nell’etere. lilla, sfumata di argento, così ha detto.
r. ha il colon infiammato e bisticcia con il menù ricco di premi e cotillons, di cui il suo palato non potrà beneficiare in alcun modo, manco annusando i piatti delle altre, che le sfileranno fieri sotto le narici.
- prendo la pasta in bianco, me la puoi far fare in bianco? con un filo d’olio e basta. ah, niente parmigiano, né pepe, ché proprio non posso… e dopo una verdura. lessa. verde, eh? a foglia larga, che hai?
è perplesso, il cameriere, di quelle facce perplesse viste e riviste, che si ripropongono ad ogni pranzo e ad ogni cena e ad ogni roba che si mangia e che si deve per forza ordinare, perché non stiamo a casa.
- va bene la bieta?
sgrano gli occhi. no, dico io, la bieta non aiuta la colite, anzi… deflagra negli intestini di tutti gli esseri non alieni, quindi m’aspetto un secco no dei suoi.
- si, dai, lessa e senza condimento. anzi il limone sì, il resto no.
perplesso scrive un papiro tipo tema nel suo taccuino, che mi fa una tenerezza paurosa. va be’.
a. prende la pasta al pesto e basta, ché è braverrima e rispetta meticolosamente la regola del non-si-mischiano-carboidrati-e-proteine.
quand’è il mio turno mi sento lievemente a disagio. mi caratterizza una fame famelica, da natale trapassato remoto, di quelle che la sera mi fustigherei con due gatti a nove code (che fa diciotto, quindi una bella tortura), e davanti a quel menù colorato, in fila per sei con tutte robe da urlo in letto di fantasticherei tremende, bene: mi prende un colpo.
scelgo due cose, ché una proprio no (mi rifiuto!) e continuiamo a chiacchierare, mentre perplesso si ritira in cucina con un bignami di robe nostre da pranzetto.
torniamo a timi e alla sua recitazione celestiale, alle sue parole nel libro che ha scritto e al suo fare così umano, sì, così tanto umano, alla sua bellezza, che obiettivamente straripa ovunque, al suo sguardo che genere plurimi campi magnetici ed al suo prossimo show a teatro.
torniamo alla colite e alle maledizioni che l’accompagnano perpetue, alle paste bianche e malate e alle verdure no, mai più, almeno fino a venerdì e al tacchino per forza proprio.
torniamo al mio maglione di lana che pesa una settantina di chili e che ho deciso di mettere proprio il dodici febbraio, perché è inverno, pure se fuori dice che ci sono diciassette gradi e un sole tiepido ed insicuro.
arriva la pasta. quella malata e quella in salute verde pesto. e la mia vellutata di zucca con lo speck e i crostini di pane. mi sembrava il paradiso, cioè se esistesse questo cavolo di paradiso, avrebbe di certo il pranzetto con le mie amiche del cuore e la vellutata di zucca.
torna perplesso, con la sua faccetta da bravo ragazzo piena di sorriso, e presenta un piatto con una mozzarella in carrozza, larga come una pizza margherita.
- questa era per…?
chiede.
- mia!
rispondo come se poi la mozzarella si trasformi in zucca e scappi via entro mezzanotte…
la fame famelica, no? l’avevo detto.
ridono. a. e r. mi guardano come se non mangiassi dalle guerre puniche e tutto diventa un riso generale, mentre io assalgo il piatto pieno di pranzetto.
torna perplesso.
- e questo era per…?
- no, questo è di nessuno.
eh no, è il mio! è il finocchio con l’arancia, cavolo, l’unica roba degna di essere chiamata cosa-sana tra le mie pietanze barbariche.
è tutto un ridere, questa volta più forte. perché mangio come una famiglia di quattro persone, da sola. perché loro mi amano e si vede da come brillano i loro occhi pieni di luccichini e fulmini benevoli. perché non puoi dire pranzetto se una di noi manca o va via prima. perché io sono una donna fortunata ad avere, oltre alla vellutata di zucca, due anime gentili e piene di immensità nella mia vita.

mai dire pranzetto, se non ci sono le mie amatissime a. e r.

bi


[immagine tratta da internet]

martedì 11 febbraio 2014

#come


come le fronde sempre uguali a se stesse ballano col vento a favore e si rispecchiano sui vetri di fronte, spezzandosi senza ritorno.

come le ombre allungate dei pomeriggi corti di febbraio si coricano sui muri a quadri, del colore dell’oro caldo, nei bordi della piazza che vocifera.

e il muschio s’aggrappa con insolita ferocia al selciato che calpesti alla cieca, mentre rincasi.

come il lievito solleva pani e dolci mai fermi e ammorbidisce i loro intestini dentro alle croste.

come gli archi svuotano le mura incessanti dei palazzi antichi.

e le braccia delle madri novelle s’aggrappano alla vita dei figli appena germogliati.

come la musica solleva le memorie celate nei ventricoli bui dei cuori ansimanti.

come le vigne ruzzolano altere per le colline inverdite.

e i canti dei monasteri si levano solenni e discreti, distanti dalle strade che corrono e ululano.

come i cieli scorrono rapidi e i mari s’infrangono disuguali e i tetti si coprono silenziosi.

come le soglie s’aprono verso al di là anonimi e stranieri.

e i portoni si serrano come tuoni di tempesta.

come i lampioni s’infiammano serali e prevedibili.

come le piogge si riversano nelle terre, inondandole di esistenza che scorre.

e gli amanti si coniugano come verbi pieni di gerundi che agiscono.

come le lacrime rigano e disegnano fratture vermiglie.

come le pagine del libro si schiudono serali in cima ai cuscini calpestati da teste colme di desideri.

e i boschi di avvitano ai loro segreti mai pronunciati e pieni di oblii.

come le panchine si fanno compagnia e le nonne cuociono ferratelle pregando ave marie e i fiumi evaporano al passaggio degli amanti incandescenti e le amiche si legano in un abbraccio senza fini e gli occhi si perdono dentro panorami vivi e i pensieri generano destini appena pronunciati e le giostre incastrano le parole sorridenti dei bambini e le morti frantumano i corpi lasciando vivi gli spiriti.

così io m’immergo nei nostri labirinti, delicatamente.    
 
bi
 
[dipinto di vladimir volegov]
 

giovedì 6 febbraio 2014

ci vediamo alle nove


c’è lei e c’è il suo stupido cappotto. lungo fin sotto al ginocchio e del colore timido del miele appena nato di giugno. tenero, vellutato, se lo passa sotto i polpastrelli increspati dall’inverno che lo accarezzano, lisciandolo perbene e con compiacimento.  
un po’ stretto, quel copricapo, quasi a stringerle le costole l’un l’altra. l’aria buia le taglia il viso di traverso, ecco perché si stringe a morte addosso a se stessa, e sbuffa, sbuffa umidità dalla bocca.
si annoia ad aspettarlo, si annoia tutte le volte che lo aspetta. e l’attesa è sempre la sua, mai degli altri. è piena di fissazioni di arrivare puntuale, di partire un’ora prima, di imbattersi nelle code del traffico serale, di non volersi presentare lì davanti piena d’affanno e col naso che coli. in anticipo, si muove per tempo e giunge a destinazione a pochi minuti dall’orario stabilito.
lui non c’è. s’è sciolta i capelli e li ha lasciati senza riga, nel vano un tentativo di sembrare scompigliata e un po’ improvvisata, invece la linea sparpagliata l’ha sistemata prima di scendere dalla macchina, voltando su di sé lo specchietto retrovisore.
profuma di sandalo e rose e ha negli occhi le pagliuzze giallastre che scintillano ad ogni riverbero. capace di sfondare un muro quella luce intensa, accesa sul viso di sbieco e piuttosto scostante. e ignora lo sguardo di chiunque si trovi a passarle nei pressi, lo trapassa con quel bagliore fulmineo delle pupille per non incendiarlo, per non incenerirgli il corpo - ché ne sarebbe capace, eccome.
tralascia tutti e cerca solo la sagoma di lui. si regge altera in cima a quei tacchi impervi, come una fiera piena di zanne e ruggiti soffocati dentro, pronti ad esplodere.
è in compagnia della colonna, sulla quale ha adagiato la spalla sinistra per la noia dell’attesa, ed entrambe stanno lì, sostenendosi con reciprocità di cosa viva e cosa morta e scambiandosi atomi di pesantezza.
il vento le sposta i capelli, facendoli restare impressi sulle labbra lucidate di color carne. i minuti si succedono distratti, mentre lei non perde una figura che s’affacci di fronte al suo orizzonte.
ancora la sua non c’è, ma lei sa che non tarderà ad arrivare. freme nella bocca dello stomaco dalle prime ore del pomeriggio, sapendolo suo per l’intera serata, e continua a contorcersi dentro, mentre si sottrae ai suoi pensieri per accendersi una sigaretta.
smucina di fretta nella borsa senza fine, ricordando che fossero sulla sinistra le sigarette, non nel fondo o dentro una tasca, proprio nell’angolo a sinistra dove le aveva insaccate per ritrovarle al primo tentativo.
la accende finalmente e torna a perdersi in quelle linee d’ombra del parcheggio. non arriva. l’attesa trepida, consuma i suoi sospiri di tabacco velocemente. gli odori della città e della sospensione del tempo si fondono con la nube di sandalo e rosa che la avvolgono e che le sono rimasti intrisi nella sciarpa.
si stringe ancora addosso a se stessa. il gelo la costringe a ritrarsi e a ripiegare le spalle su di sé, abbassando nervosamente gli occhi.
non c’è. lui non c’è. c’è lei e c’è il suo stupido cappotto miele ad aspettarlo. lui non c’è e non verrà. capita sempre così alla fine e quello che deve succedere non accade mai.
se ne tornano a casa, lei, la sua scia femminile e solitaria, quell’attesa smorzata dalle gelide illuminazioni del parcheggio e il desiderio profondo di incontrare, presto - finalmente - quell’uomo che la inviti a vedersi. alle nove. puntuali.   

bi



[immagine di amy judd]



"il pomeriggio è il tempo intermedio.
coloro che amano non hanno il coraggio di annunciarsi.
coloro che sono amati si fanno aspettare.
l’attesa dilata innaturale le sedie,
schiaccia il telefono come un’alta temperatura,
i muri divengono pneumatici, tanto che invano
ci sbatti la testa, nessun dolore ti risveglia;
l’universo intero è anestetizzato".
 
nina cassian, l’arte dell’attesa

mercoledì 29 gennaio 2014

una rosa con le spine


quando mi vestì da rosa, mia madre già conosceva le mie spine una ad una.
da rosa, sì.
mi aveva infilato in fondo a delle calze di un verde piuttosto acceso, inspessite dalla lavorazione artigianale della lana, che costringevano le mie cosce a tirate diritto.
una gonna scampanata rosa tenue s’apriva e restava appesa come fosse un pezzo a sé stante, come se andasse per contro proprio da un’altra parte, a dispetto delle calze.
era di feltro, una lana compressa e schiacciata per me al tempo quasi del tutto impronunciabile.
mi aveva ficcato a salire dentro una maglia sempre molto verde, con il collo alto, rigirato due volte su se stesso a proteggermi la gola.
una rosa, una rosa con le spine.
aculei ancora un po’ inconsapevoli volteggiavano invisibili intorno alla mia esilità, spingendosi oltre il confine tra me e il mondo fuori.
minuscoli pungiglioni verdognoli, da estrarre come denti da latte.
e lei mai mi avrebbe fatto partire dai nonni se ancora ce ne fosse uno, di dente, lì a ciondolare nevrotico.
togliamoci il pensiero, diceva, maneggiando pericolosamente un filo bianco da cucito.
così le spine.
vanno tolte, pensai.
le spine sapevano trafiggere, bucare e raggiungere il dentro, dove il rosso del sangue scorre nascosto.
come una frattura, quelle spine.
uno spazio occupato, un’arma da difesa, un’addizione di corpo piuttosto che una sottrazione, un altrui pericolo, una distrazione, un difetto, una rottura, un dolore istantaneo a cui staccare la spina, quelle spine.
dunque tolsi la prima.
una spina frontale, al centro del mio breve corpo verde di rosa.
saldata alla mia pelle come il più tenace fungo alla corteccia del suo albero padre.
andava presa con coraggio, come il dente, e tirata via. così… tac!  
e fu subito sangue.
dapprima intenso: lacrime di spina rosse scure e vogliose di sgorgare e dire a tutti “ecco, siete fuori pericolo”.
rosse più timide, poi, di ferita arresa alla sua fine, di difetto denunciato e rassegnato a se stesso e al suo divenire energia per altre rose.
quando mi vestì da rosa, mia madre non pensava che le spine andassero rimosse.
erano la rosa, in fondo, la rosa con le sue spine.
non difetti da estirpare, per radere il suolo dello stelo e renderlo liscio e perfetto, perfetto per la sua rosa, no.
le spine strappate avrebbero lasciato dei vuoti incolmabili, degli oceani di cicatrici senza più gocce di pianto da asciugare, delle assenze mai più pervase di vita.
- tieniti le spine, ché fa freddo.
mi disse con amore.
e subito capii.

bi
 
 
[immagine di fernand khnopff]
 

giovedì 23 gennaio 2014

se dico quadri a cosa pensi?

 
quando non ho più blu metto del rosso
pablo picasso



se dico quadri a cosa pensi?

che avevo due gonne scozzesi a pieghe.
(belle, bellissime).
spesse come il sostegno di mia madre, che mi prese per mano e mi portò davanti al portone della mia prima elementare. mi sentivo così coraggiosa, con lei legata a me, che avrei potuto affrontare l’intera vita mia con la criniera a precedermi e la coda a seguirmi.
una era blu e verde, scura e morbida, con un fermaglio infilato nello spacco frontale, che m’apriva la gamba sinistra. uno spillone, tipo, infilato dal basso verso l’alto.
(infilato dalle radici verso le foglie).
l’altra era bizzarra e colorata, non convenzionale. dal giallo, al rosso, al blu, al verde, una mistura di colori primari che lasciavano ampio spazio agli ibridi, tipo il verde, che è il figlio del blu e del giallo insieme.
belle, bellissime, piene d’anima quelle gonne, così tanto amate da farmi dimenticare la scomodità di non poter fare le capriole riverse.

se dico quadri a cosa pensi?
 
che mi serrava la chiusura di un cappotto rosso, pure scozzese.
(era bello lo scozzese: mai ripetitivo, costruito con tinte disunite eppure così armoniosamente rilegate dai quadri).
me lo chiudeva stretto in gola, ché aveva il collo alto, e s’assicurava che lo tenessi così: a custodirmi tonsille e cavità orali.
era apprensiva, mia madre, ed io piuttosto cagionevole. negli orecchi, sempre troppo infiammati, a tal punto da infiammarmi le interiora e farmi salire stati febbrili molto alti. e nella gola, parlante eppure assai silenziosa.
era caldo, rosso quanto bastasse, fin sopra al ginocchio, con la cerniera lunga e laterale, ruvido e caparbio, protettivo e accogliente.
(era il mio cappotto a quadri).

se dico quadri a cosa pensi?
 
alla mia e alla sua camicia. ne avevamo due simili e al tempo mi sembrava di essere già come lei. appena adulta, sorridente e piena di braccia che s’abbracciavano strette a me.
eravamo sul sirente, in una piccola baita in mezzo al bosco. era lì che ci aveva portato mio padre quella domenica e sembravamo un quadro di manet. mio nonno alternava pose rigide e sicure, eternamente seduto sulla panca di legno grezzo, accanto all’incertezza di mia nonna, spesso girata di tre quarti in sorrisi chiusi e gentili. mio cugino, esile come me, m’inseguiva senza sosta e s’inerpicava in cima alle salite in terra battuta, solo perché io lo precedevo. mio padre c’inquadrava e incastonava nei suoi scatti patinati e sempre precisi e mia madre ci teneva tutti d’occhio, pronta a balzare dalla sua sedia.
io e lei avevamo la stessa camicia a quadri, sui toni del bosco e della terra battuta. ed io mi sentivo invincibile.

se dico quadri a cosa pensi?
 
a due triangoli rettangoli isosceli che si baciano.
al quadro che ha dipinto mio padre e ai tre che ha fatto mia sorella.
ai risultati dell’esame di maturità, costato lacrime amare e titubanza.
alle assonometrie.
alle quadrature dei pianeti.
al piumone di mia nonna.
ai cavalli appesi in cima alla testa del mio letto.
al primo regalo che gli ho fatto.
alla copertina di un libro.
all’album da disegno.
al pavimento della loggia di mia zia.
alle tovaglie.
alle finestre.
alla scacchiera e ai nostri pomeriggi a giocare a dama.
alle tasche a toppa.
alla cornice intonata alla foto.
al mio passato.
al fatto che, se non quadra, è bello che resti tondo.

bi
 
[image of margo selski]

lunedì 20 gennaio 2014

#inveritavidico


#inveritavidico

ero certa che sarei riuscita a mangiare mezzo pacchetto di wafer al cioccolato e invece no: tutto.
che le bolle fossero una cosa vintage come il mangiadischi quarantacinque giri e manco per niente. più io le semino, più loro mi ritrovano.
ho sempre creduto che il mio peggior nemico fosse l’obbedienza, invece ci sono il prurito e l’acrilico (maledetto acrilico).
che il nero snellisse, invece dipende dalle tinte: alcune sono proprio tossiche.
pensavo che la pasta integrale ci mettesse più di quindici minuti a cuocere, mentre ne impiega solo otto (fai pure sette).
che uno restasse amico per sempre, invece alle volte ci resti solo tu. e l’altro? dice che ti pensa. ma tanto, eh?
credevo in un dio con la barba e mo tutti con la barba che va tantissimo di moda. e sono tutti più belli comunque, non c’è che dire. ché come ho letto un giorno “ogni volta che un uomo si taglia la barba, un ormone femminile si suicida”.
ero sicura delle facoltà mentali, dell’intelligenza, del sapere e saper insegnare. poi però ho scoperto l’immaginazione e il lato destro del cervello ed è stata subito dicotomia.
temevo il vuoto e il silenzio, ora sento che il vuoto sia un mondo invisibile necessario e più materiale del materiale e che il silenzio sia meravigliosamente così.
(silenzio)
sono sempre stata bene in compagnia, alle volte l’ho cercata con affanno. e poi niente, ho conosciuto me. all’inizio m’è preso un colpo, ma in seguito mi sono pian piano innamorata. ora sono la miglior compagna di me stessa, ancora piuttosto severa, ma generosa e appassionata.
pensavo che il mare fosse l’unico posto per me e invece ci sono i boschi odorosi e parlanti, le colline che cadono dolci verso il verde delle valli, le montagne sacre e i paesi con poche centinaia di abitanti.
ho sempre creduto che l’influenza fosse una disgrazia e una sfortuna. invece è fare colazione a letto con cornetto, tè e spremute d’arancia, avere coccole e tant’amore sopra, sotto e tutt’intorno, rallentare e fermarsi, dormire e fare sogni lunghi come ere, stare in silenzio nel letto, guardare film e case ristrutturate e costruite sugli alberi e case di campagna e case con cui sognare da svegli, prolungare di un giorno perché sì, dire sì dove avrei detto no non posso, dire fare e baciare, lasciar andare, abbandonarmi, rubare il piumone, costruire, gioire, non voler tornare.

ah, com’è bello essere incoerenti con se stessi.    
 
bi



[immagine tratta da internet]

martedì 14 gennaio 2014

abito


abito i tuoi occhi color buio
col mio vestito a fiori di carne intessuto
e li sento che m’inseguono in silenzio
e mai mi perdono in quest’orizzonte

ho raccolto parole d’amore e ardore
le ho disegnate per te
mietute un mattino alle nove
per avvolgerle nell’abbraccio mio di ieri

ti sento nell’acqua che m’imbeve il grembo
negli echi della pioggia tiepida e tempestosa
nella quiete del sonno che mi possiede
nel fresco di una sera novembrina

mi mescolo nell’aria penetrante dei tuoi risvegli
nell’alito di vita che ti brucia nello stomaco
nella schiena che non pieghi
nell’infinito bacio all’alba sulla panchina

abito i tuoi capelli color ombra
li trapasso con le mie dita fanciulle
e t’aspetto come una dea del bosco
attende con ansia e incanto una grande magia

bi


[ph. parigi 16 novembre 2013]


"l'amo quando di notte o di mattina mi sveglio e vedo: lei mi guarda e mi ama. e nessuno, meno di tutti io, può impedirle di amare come lei sa, a suo modo.
l'amo quando è seduta vicino a me, e noi sappiamo che ci amiamo l'un altro, ed essa dice: lëvočka, e si ferma: perché i tubi del camino sono dritti? oppure perché i cavalli vivono a lungo? o cose simili.
l'amo quando stiamo a lungo soli, e io dico: che facciamo, sonja? che possiamo fare? lei ride.
l'amo quando s'arrabbia con me e d'improvviso, in un batter d'occhio, il suo pensiero e le sue parole diventano aspri: smettiamo, mi dai fastidio; dopo un minuto già mi sorride timidamente.
l'amo quando lei non mi vede e non sa che ci sono, e io l'amo a modo mio.
l'amo quando è una bambina col vestito giallo e sporge la mascella inferiore e tira fuori la lingua, l'amo quando vedo la sua testa rovesciata all'indietro, e ha il viso serio e spaventato, infantile e appassionato".


lev tolstoj, i diari


martedì 17 dicembre 2013

io facevo il tasso



"siamo clessidre con la sabbia in fondo"
edoardo sanguineti


alla recita di natale io facevo il tasso.
un pino nanerottolo per sempre sempreverde e amante delle ombre e delle montagne.
- eccomi qui, io sono il tasso.
così cominciavo, legandomi le mani di nascosto dietro alla schiena.
avevo disegnato una corteccia tutta marrone piena di aghetti verde scuro e bacche rosse qua e là e me l’ero messa al collo, come fosse un lungo bavaglio di cartoncino bianco.
mi trovavo bene a fare il tasso, era proprio l’albero più mio di altri.
più basso dei pini, eppure pino anche lui, uno che parla tanto e che vive in mezzo alle montagne.
dice di sopportare bene il caldo e le sparate grosse del sole e di resistere pure ai soffi del gelo invernale, pur lamentandosene con tutti.
un po’ innamorato della tramontana ma anche dell’umidità e dell’ombra rubata al vicino più alto di lui.
il suo vestito di legno è resistente e flessibile, è uno forte e che vive a lungo.
e poi è uno che può avere varie forme, se potato, più forme come l’acqua.
uno sereno variabile, ecco, garbato e di compagnia.
- sono tasso e sono un albero dal portamento ampio e irregolare e talvolta cespuglioso.
così dicevo, facendo destra e sinistra con le spalle.
era un esercizio per la memoria, quello, per ricordare ogni battuta e non perdermi neanche una parola per strada.
avevo l’occhio di tutti addosso moltiplicato per due, che faceva tantissimo, e in più l’occhio della macchinetta fotografica di mio padre.
quindi lui aveva tre occhi, mica due.
le mie mani sembravano due laghetti, a forza di sudare e sudare, e il mio viso era più rosso delle bacche del tasso.
- i miei nemici sono le processionarie.
così continuavo e in testa mi si disegnavano quelle larve spinose e viscide, che mi facevano ormai una paura bruttissima e mi spingevano a camminare per strada a occhi bassi.
in classe dicevano che mi sarei riempita di bolle, se le avessi toccate o se mi fossero piovute addosso.
ed io ero terrorizzata di incontrarle e il tasso come me, proprio uguali.
ognuno ha un albero nel cuore e io ho il tasso.
un solitario guardiano dei cimiteri, dicono, l’albero che unisce la morte e la vita, con ai piedi profonde radici sottili e dense.
proprio uguali io e il tasso.
due specie di angeli della soglia.
sempreverdi.
con le bacche rosse.
un po’ severi.
sorridenti.

bi



["scarecrow" pejac street artist]



 

mercoledì 4 dicembre 2013

è un anno che t’aspetto

dicembre.

tu e la tua frenesia di luci fiammeggianti, di viali pieni di alberi accesi ed impallinati, di strade riversate di menti pulsanti.
pensieri si tramutano in doni carteggiati e desideranti, voci si trasfigurano in melodie antiche e sempre uguali.
corri, tu, dicembre.
e tutti corriamo attorno al tuo vorticoso epilogo, come se non ci fosse un altrimenti.
ché altrimenti è mancata festa, è mancata fine, sono mancati inizi.
le periferie diventano centri e ognuno si sente centro di se stesso.
una forza centripeta sei, dicembre.
che collassa negli intestini capovolti di ognuno.
tu e la tua luce più breve, eppure così divina.
luce sacra e mai soltanto appena un po’ religiosa.
non umana, ma piena d’umanità riunita e patita.
amo i tuoi cioccolati misti, le nocciole incartate in torroni speziati, le tue pietanze arrossate e affondate in condimenti custoditi dalla memoria, i tuoi piatti decorati di una volta l’anno.
piccoli abeti travestiti da festoni decorano la storia di piccole famiglie, che scovano gli angoli della casa più degni per sorvegliare auguri d’ogni bene e d’ogni amore.
regali da portare allo scoperto riflettono l’indugiante desiderio di chi li sceglie e stuzzicano la fanciulla immaginazione di chi dovrà spogliarli dei loro abiti vivaci, per farli per sempre propri.
il dare s’impasta con l’avere.
la neve decora i paesaggi che raccolgono tradizioni e modernità e li unisce in una mescolanza che fa gioia.
la gioia di vivere il natale come nascita.
tutti.
ogni volta, come fosse la prima.
t’aspettavo, dicembre.
per concludere, per chiamarti per nome, per rivivere un sorso di ricchezza, per coprirmi, per ricoprirti, per riscoprirti, per festeggiare mio padre e riunirmi coi miei il ventiquattro a cena.
non mi stancherai mai.
con te pare che la musica classica sia più celestiale e stare intorno a un tavolo sia fondersi in abbracci perpetui e dirsi auguri sia come sussurrarsi segreti mai svelati che diverranno atti compiuti.
penetri, tu, dicembre.
nelle interiora, strappandole dalle viscere e palesandole al mond’intero.
e l’interiore diventa esteriore.
so già che ogni volta sarà come l’ennesima festa con te, con l’aggiunta di un altro anno in più.
e come ogni volta ti ribadirò che i propositi non fanno per me, ché io non so mai cosa proporre.
aspetto un cenno da te e tutto accadrà nell’ordine naturale delle cose.
sei un contenitore in cui riversare i miei liquidi e dare loro finalmente una definizione.
(i miei, sì, ché mi sento sempre eternamente indefinita).
trame di passioni si tessono a dicembre con fili di lana pura e tinta di giallo.
è freddo, dicembre.
eppure con te sento caldo dentro.

bi

[ph. alicia savage, da la révolution surréaliste]

giovedì 28 novembre 2013

la festa prima della festa


 
di un luogo, quello sì, puoi dire che t’appartiene.
con la stessa forza centrifuga con cui tu appartieni a lui.

 

clara si sposò in agosto. eravamo già lì in vacanza e fu facile radunarci tutti insieme. le giornate erano lunghe e assolate e ci scaldavano quanto bastasse per sentirci ancora il calore bollente addosso durante le serate all’aria aperta. la temperatura notturna scendeva parecchio, anche di oltre dieci gradi, ed il vento s’alzava ogni sera verso le sette, per calmarsi soltanto a notte tarda.
i preparativi ci tenevano lì, tutte cucite perbene con un unico filo sottile, che s’attorcigliava invisibile intorno ai nostri corpi. ognuna aveva infatti il suo bel compito da portare a termine per contribuire alla realizzazione di un grande, grandissimo, enorme evento: la prima cugina della nostra numerosa famiglia si sarebbe di lì a poco sposata con il suo fidanzato. e caspita quanto fosse un evento importante, quello!
ai dolci per accogliere gli ospiti prima e dopo la cerimonia ci pensava mia zia. tutti fatti con le sue dita irregolari e copiose, incavati o bucati o perfettamente tondi e ripieni di marmellata viola scuro. i dolci sono sempre stati il suo piccolo miracolo. ammassava i suoi ingredienti nascosti dentro la dispensa, all’oscuro degli altri, per mantenerne un segreto sempiterno. il suo, solo suo. e mio, pure, che ero al suo fianco e li mangiavo ancora da cuocere, oppure bollenti appena usciti dal forno, e le dicevo prontamente che, sì, anche quel giorno il suo miracolo era riuscita a compierlo alla perfezione.
era fissa davanti al suo tavolo magico, il corpo ondeggiante in una danza regolare e suonata dalle sue vesti fiorate e leggere, le braccia tese, poi un po’ ricurve, di nuovo tese e ancora ripiegate… così, come al ritmo di una canzone confusamente latina. le mani sembravano ingrossarsi e impastavano senza pausa uova con altre uova e zuccheri e farine colorate di chiaro e bustine di misteri mai svelati. e le dita si contorcevano velate nel mezzo di quell’impasto, che sapeva già solo da lontano di paradiso.
poi ecco che creava i suoi piccoli figlietti: tozzetti di biscotti un po’ sgualciti e abbronzati e ciambelline al vino bell’e tonde, che ruotavano in armonia attorno al loro buco. e poi crostatine perfettamente ovali, coperte da un quadrettato simmetrico che disegnava piccoli rombi buonissimi e fragranti e affondate in una marmellata talmente intima da non poterla nemmeno nominare. non di prugne, né ciliegie o fichi o fragole… di tutto un po’, così era fatta, tutta incomprensibile ed impenetrabile, come lei: zia terry.
ai fiori ci pensava mia madre, piena di pollici verdi e foglie interiori. li aveva scelti quasi tutti chiari, come chiara era la pelle inviolata di clara.
c’erano gigli slanciati come l’altezza sua, con il gambo eretto e sbrigativo e al culmine il frutto del loro pensiero leggero: una campana bianca, che risuonava d’amore e purezza. gigli nel salone e gigli lungo la scalinata a ferro di cavallo e gigli in cima al pianerottolo, prima d’entrare nel secondo salone del piano superiore.
c’erano inoltre altri fiori di campanelle rosate, più chiari al centro e meno incerti nei bordi stondati. campanelle, ecco, meno campane dei gigli, più discrete e minuscole quanto bastasse per essere notate da vicino e non da lontano, messe in secondo piano, come fossero delle sorelle minori. poi anche altri fiori minuti, di un giallo timido e poco incline al dialogo.
nel frattempo clara si andava emozionando, esaltando la sua fulgida bellezza. 
era un tripudio. la casa odorava di prati muschiati e addomesticati e s’impregnava di continuo vociare delle centinaia di biscotti sfornati ogni mezz’ora. io mi tuffavo in quell’esultanza, correndo tra le piante e poi tra i biscotti e annusando i fiori e rubando crostatine senza mai essere scoperta.
era una festa prima della festa. una cerimonia familiare prima della cerimonia di tutti, un matrimonio di profumi e sapori e bellezza prima del matrimonio d’amore.
tutte ci appartenevamo, allora, e il filo che ci legava ci apparteneva anch’esso e si torceva sempre più attorno a noi, legandoci per la vita e stringendoci al nostro luogo. come le radici vi ci allacciano gli alberi.

bi


[isadora duncan's dancers, new york 1920]

giovedì 14 novembre 2013

accumulo


autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d'alberi e d'abissi.
aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.

salvatore quasimodo, autunno








accumulo cibo sano e molti litri d’acqua, affinché il mio corpo possa essere fiero della mia mente.
tisane da stringere calde tra le mani aride nelle mie solitarie sere invernali, limone spremuto tra i monti di venere e infilato nel tè delle mattine infreddolite.  
accumulo sogni indicibili, cammini eterni in cui scorrono infiniti, mai sfiniti.
notti senza nome, notti assenti di rumori, notti sussurrate, notti consumate fino all’ultimo minuto sotto il ponte della trapunta, che al tempo mi donò mia nonna.
a quadri, verde e viola.
come se già sapesse che l’avrei abbracciata per oltre vent’anni.
accumulo desideri e pensieri e preghiere e sinestesie e luce nelle mani e altre cose così.
accumulo argentei temporali fragorosi e tramonti rosa antichi in cima alle vette appena innevate.
cervi che spiano tra le betulle pendule e si scrostano le corna sui muri delle cortecce delle querce.
accumulo cose che non agiscono, parole che non mi trovano, pensieri che non parlano.
ritorni stanchi e serali, su tracce di musiche lente come ere.
accumulo ricordi mai scordati e sempre accordati, memorie che scivolano leggere e s’infilano negli sguardi annodati.
mancanze di cose minuscole, di scale salite, di giochi gridati d’estate.
accumulo consapevolezze.
e cioè che la mia pelle mi somiglia, che la mia gola mi parla.
che i giudici fanno male più a chi giudica che a colui che viene giudicato.
che l’imperfetto è il tempo per me, mentre il presente mi si accoccola accanto e mi tiene per mano.
che cerco nel passato la donna che sono in fondo.
accumulo baci liquidi come laghi in cui si riflettono le montagne, sentendosi lago anche loro e dimenticando di essere cime.
accumulo speranze di una vita allungata e agita in attivo e in passivo.
in passivo e in attivo.
come un’altalena in cui mi rincorro e trovo sempre i piedi miei.
accumulo sciarpe per far fiorire il collo mio, per essere fiore con i petali che sporgono all’infuori, per fare lo stelo ritto verso il cielo e leggermente ripiegato in avanti, com’a cercarsi le radici.
accumulo rughe che scavano torrenti d’acqua pura sul mio viso, corpi nudi per fare come fa la libertà.
accumulo denti fragili come piccola ossa di bambina.
e poi cioccolate fondenti, paste con i pomodorini appena scottati, la soia in dispensa, l’olio spremuto due settimane fa, le ciabatte col fiocco al centro, il pigiama col prato tatuato.
accumulo amore per stringermelo addosso e farlo volare via, appena si sia scaldato.
luoghi larghi e ariosi, appartenenze mai troppo strette, lacci un poco slacciati.
persone da abbracciare e da chiamare per nome.
accumulo, perché diversamente non saprei fare.

bi
 
 
[immagine di kylli sparre]

lunedì 4 novembre 2013

il due novembre


"qui radichi e cresca! non vuole, per crescere,
ch'aria, che sole, che tempo, l'ulivo!"
giovanni pascoli, canti di castelvecchio


il due novembre è dei morti. che s’illuminano ancora, che si cospargono di fiori allargati e dal profumo acre, che tornano coi vestiti di una volta, colorati di scuro e ben sistemati sui loro antichi corpi esili.
tornano nei ricordi di ciascuno, nei loro passi pieni di lumini da far brillare, nelle loro parole piene di eterni riposi, nei loro sogni, nei loro bisogni.
pare sempre nuvoloso il due novembre, come se il sole non sia necessario, ché i cimiteri da sé rischiarano i paesi e i loro contorni annebbiati. il vento parla deciso, passa la sua mano affettuosa sui visi schiariti da un ottobre trapassato, accompagna i pellegrinaggi tra le tombe piene di presenza e le cappelle spalancate.
entrate, non esitate. siete i benvenuti nella valle dei ricordi e delle memorie familiari. così pare che dicano i cancelli dei cimiteri aperti fino a tarda sera, che luccicano come i boschi di fine giugno abitati da lucciole giocherellone. sono i lumi a giocare a novembre, i bagliori minuscoli dei lumini arrossati che resisteranno, se saranno fortunati, una sessantina di giorni e di notti.
io ci tengo al due novembre. all’uno no, ma al due sì. la morte è una trasformazione che va festeggiata, come una nascita. è una rinascita e io la vedo così.
mi faccio il mio percorso dentro e saluto i miei nonni. sono ancora così, sempre uguali a prima, con quei visi frontali e tatuati di lavoro e fatica.
paolo non l’ho mai stretto corpo a corpo e l’ho sempre immaginato alto quasi un metro e settantacinque, magro e diritto, sorridente e furbo. chi parla di lui lo fa ancora con grande rispetto e sorride. paolo è un sorriso mai incontrato e sempre ricambiato.
anna l’ho amata fin da bambina sul mio divano di velluto color castagna. ampia e vestita di lane arruffate, con lunghi capelli argentei acciuffati in una cipolla intrecciata alla nuca. una diana cacciatrice che profuma di casa e robe cucinate e pane cotto al forno. seduta con fierezza all’angolo del terrazzo solo suo, accanto alla sua fedele rosa spinosa, su una sedia impagliata e leggermente deformata, sulla quale m’accoglieva in ogni istante.
enrico invece è mio zio, uno dei fratelli maggiori di mia madre. è morto nell’ottanta di tumore all’esofago ed è bello come pochi altri uomini mori e di montagna. alto, sicuro di sé e taciturno, vigile come un falco e regale come un principe delle foreste nordiche. lo ritrovo sempre avvolto nel suo sguardo languido e malinconico, uno degli ultimi condivisi coi vivi, credo.
zio bino è lì che sorride e accoglie tutti. come se stesse ancora di fronte al suo camino di marmo bianco, infilato nella giacca grigia da maestro severo e capricornino. come se stesse in cima allo scalino del camino, appunto, ciondolante sulle punte delle sue scarpe stringate in pelle nera. pronto a dirmi: “be’ allora, barbara, che stai studiando?” e a farmi sedere al suo fianco sinistro, per vedere un film di totò o un giallo di hitchcock.
cammino, scansando piante ancora incartate e piene di petali violacei o accesi di giallo. il silenzio domina nella valle e mi sento a mio agio. ci andavo anche di notte, per gioco e per sfida, nelle mie estati abruzzesi di tanti anni fa. e lì, allora, i vicoli apparivano delle possibilità spaventose e opprimenti. ora non più.
arrivo con la macchina la sera ed è una baldoria di luci, che si estendono lungo tutta la valle di santo martino e disegnano presenze remote. immagino il fare disinvolto delle donne che hanno trascorso i giorni appena accaduti a pulire le lapidi, a far sparire fiori secchi e piante sfinite, a pregare mentre spostano la scala alta con le ruote grandi.
il due novembre è di chi resta. di chi fa sparire le pupille al di sotto delle palpebre umide e prova a rappresentarsi nella testa il percorso che dalla vita porta ad un al di là sconosciuto, abitato da una luce supposta.
mi piace il due novembre, mi piace pensare che non ci si scordi di nessuno e che anche i morti più vecchi tornino nelle parole di un presente che non li vede protagonisti.
il due novembre è imbottito di boccioli appena nati, di cimiteri ripuliti e coi varchi allargati, di persone che s’incontrano e si raccontano le cose accadute nell’ultima manciata di mesi, di lacrime sommesse, preghiere dilatate e di luci.
luci accese in ogni dove. luci naturali di candele. luci narrate e non più solo intraviste. luci coraggiose, che cantano esistenza. luci che incendiano memoria orale e scritta. luci dei lumini.
il due novembre è della luce e di chi ha ancora voglia di accenderla, com’a dire che la morte, in fondo, è una candela sempre accesa.  

bi


 

[foto di ingrid endel]