martedì 21 luglio 2015

marciapiede di stelle


dovremmo avere tutti delle sedie da mettere fuori alla porta di casa ogni sera e godere del calare del sole.

era così che si faceva con mia nonna. cenavamo presto, per liberare subito la tavola e lavare i piatti. poi ero io ad apparecchiare il marciapiede, che era marciapiede - sì - ma senza esserlo alla maniera cittadina. era un luogo ristretto appena fuori alla porta, che raccoglieva in cerchio le storie della giornata.

sistemate le sedie, quelle un po' precarie con la seduta in paglia, usciva nonna e, dopo pochi istanti, giungeva la signora lidia, piena dell'odore della sua casa. aveva lasciato a casa il suo ciccillo, davanti alla tivù, perché lì fuori - fuori casa di nonna - era una roba per donne. poi era la volta della signora letizia, che arrivava lentamente con il suo chignon color rame sempre ben raccolto e pettinato. al seguito la signora irma ed i suoi capelli argentati, un fiume di parole contornato da due sopracciglia folte a forma di ali potenti.

erano fortissime e raccontavano storie straordinarie. in verità io non riuscivo a restare proprio ferma e andavo e venivo e correvo e tornavo e giravo intorno alle sedie. loro erano i pianeti serali attorno ai quali mi piaceva gravitare, sentendomi sempre a casa, ma mai rinchiusa dentro a quattro mura, eppur protetta da un soffitto che, dal grigio-blu, si sfumava sul grigio piombo e si riempiva di stelle.

- bi
 

[grazia innocenti, il flauto magico]

 

"si sentiva molto giovane; e al tempo stesso indicibilmente vecchia. affondava come una lama nelle cose; e al tempo stesso ne rimaneva fuori, osservava. aveva l’impressione costante di essere lontana, lontanissima, in mare aperto, e sola. sempre aveva l’impressione che vivere, anche solo un giorno, fosse molto, molto pericoloso. non che si sentisse particolarmente intelligente, o straordinaria. […] l’unico talento che aveva era di riconoscere la gente come d’istinto".

virginia woolf, la signora dalloway

mercoledì 3 giugno 2015

punti di viaggio


punti
- di viaggio


mi prudono gli occhi. ci porto gli indici e li tampono dal vento. fanno sempre così, i viaggi. mi entrano dentro e mi sciolgono le pupille, ci danzano dentro, lasciano le loro impronte e riescono, riprendendo il loro cammino travestiti da lacrime.

c'era una donna china sul pavimento. stringeva tra le mani una piccola scopa fatta di rami secchi, con la quale accarezzava la sabbia sottile, riportandola alla sua purezza originale. ad un tratto alzò leggermente lo sguardo, incontrò il mio e li fece sorridere entrambi, mostrando i suoi gioiosi denti bianchi. il possesso non era la sua dimensione: lei era - e basta.

ricordo una stanza, con la sua finestra a picco sulla valle. ci si poteva sprofondare in quel folto verde, senza mai smarrirsi. ad accogliere gli occhi dispersi c'era il lago, così pieno di sé e di storie paludose. c'eravamo noi e la nostra cena sussurrata alla vetrata spalancata - e una luna appesa così colma da farci da barlume.

ripenso a quel febbraio e subito sento la neve e il suo respiro gelido nelle narici. non la vedo, eppure c'è e ci alita addosso. opacizza i rumori e lucida gli sguardi, rischiara i panorami e rende soffici gli orizzonti. era un inverno diverso, quello, freddo - sì - ma mai glaciale. era una sottrazione, eppure era un inverno rimasto fuori. bussava, s'affacciava ed io gli sorridevo, mentre dentro sentivo mille timide primavere esplodere.

non è un pianto quello dagli occhi, no. sono solo poche gocce cristalline, alle prese con il loro timido cammino disabitato. non si piange quando si è in viaggio: si rilascia il superfluo.

- bi


 

[mariana palova - moon tales]

mercoledì 6 maggio 2015

invece lei


invece a lei, quando fa le sorprese, ridono gli occhi e la bocca si sbilancia subito in avanti. è la voglia di dirlo a voce alta, subito, che vince sulla sorpresa del poi. il suo compito è prendersi cura del mondo, lasciando in disparte il suo corpo, che pure è sempre bello, in armonia con le piante ed i fiori e in equilibrio coi boschi e i monti e in sintonia con gli andirivieni del mare.

invece lei è un ciclamino. annega se l'acqua è troppa, si piega verso terra quando è poca, è leggera e lucida, avvolgente come una maglia di lana pura color grano, fragile come il fiore appena sboccia, coraggiosa dentro e nata per durare.

invece la forma della sua cura è dedicare ricette, fare felici gli altri, accarezzando le loro gole. è lasciarmi al mattino il cartellino del tè, in cui c'è una frase in inglese sulla vita. è la frase di oggi, mi dice, me la leggi? è restare in silenzio, se è il silenzio quello che uno vuole. è andare oltre. è sistemare il bordo delle lenzuola sotto al materasso. è ascoltare fronti con il palmo della mano. è sciogliersi dentro ad un abbraccio. è scomparire dentro alla stretta troppo forte di una mano. è cucire radici e rammendare ferite. è colmare le assenze. è riempire vuoti e pieni. è farsi perdonare per le mancanze. è perdonare per quel poco tornato indietro. 

invece io l'amo per la sua imperfezione ed i suoi angoli acuti. l'amo e, dicendoglielo, i nostri occhi diventano due galassie luminose. l'amo e vorrei che fosse immortale. l'amo, perché ho bevuto i suoi umori, abitato la sua placenta e dormito nelle sue acque. di meno o di più non saprei fare. 

- bi

[frida kahlo, radici]


 

martedì 14 aprile 2015

ti amo – ma tu non dire nulla


c’era il sole quel giorno. quasi un evento, visto che era febbraio inoltrato, il mese della luce corta e rigida e delle ombre allungate. il sole mette allegria, dicono, mentre noi eravamo crucciati. io avevo i pensieri distanti ed ero intenta a non tenere la fronte troppo irrigidita, per via della ruga – sì – quella che divide gli occhi in modo casuale e asimmetrico. lui camminava in silenzio e sembrava intento a centrare le mattonelle del pavimento del parco.

c’è sempre un perché ai silenzi prolungati e il verde accecante del parco distoglieva la mia attenzione da quel perché. sono importanti i perché, i perché alle volte salvano la vita. se le parole hanno un peso, la loro assenza genera un vuoto che risucchia. ecco, stavo per essere ingoiata in quel vuoto muto e spietato – senza che ancora lo sapessi.

sabato vengo a prenderti e ce ne andiamo in centro. io e te, hai voglia? facciamo quattro passi insieme, mi fai conoscere questa città.

era stato lui a cercarmi. aveva gli occhi strani, quasi spenti, o comunque poco attenti. poco attenti – sì – distratti, buttati a caso a guardare i miei. timidezza, pensai, incertezza o incapacità di amare. siamo sempre brave noi donne a fare queste analisi certosine. eppure, se solo ci fidassimo di più, scopriremmo che c’è spesso del vero nelle sensazioni subitanee, quelle in cui ancora non sai cosa sarà.

era stato pieno di passi quel sabato, ben più di quattro. passi, abbracci e braccia posate sulle spalle. e a quel sabato pensai nel mezzo di quel silenzio distaccato, ai baci che ne segnarono il trascorrere delle ore, al ritmo serrato della prima volta insieme e della timidezza di non sapersi e di volersi sapere al più presto.

un giorno mi feci coraggio e glielo dissi. io, proprio io, in preda ad un fuoco all’intestino che mi stava bloccando il bacino e le gambe… glielo dissi timidamente, a letto, girata di schiena. gli dissi ti amo. avevo la gola secca e la bocca amara. era la paura, il terrore di uscire dal guscio, che si stava impadronendo del mio corpo. restammo al buio, restammo in silenzio. lui non disse nulla, fece restare il silenzio sdraiato tra di noi e un lenzuolo nero leggero, che ci nascondeva dal soffitto. ti amo - ma tu non dire nulla. ecco, se fossi potuta tornare indietro di pochi minuti, avrei voluto dire così, per sentirmi meno sola. perché io, lì, ero sola.

non bisognerebbe mai fidarsi di chi non risponde. di chi tace davanti alla bellezza delle parole e alla purezza dei sentimenti. mai, mai fidarsi di chi dopo un ti amo non ha il coraggio di parlare.
 
- bi
 
[ph. noell oszvald]
 

martedì 24 marzo 2015

una volta ho cercato virginia

una volta la cercai sul serio. andai nei pressi della sua casa, quella che condivideva con suo marito, cartina alla mano, io sola con i miei piedi, pensieri pieni di rivoluzioni ed occhi curiosi di trovarcela davvero.

scesa dal bus, respirai subito aria di casa. tutto era esattamente come la mia immaginazione era stata in grado fino ad allora di costruirlo. tante finestre chiuse da vetri quadrettati di bianco, case fatte di mattoncini bruniti e rossastri, strade non troppo ampie, aria pungente sul viso, seppure fosse giugno. tutto era al suo posto ed io con quel tutto.
cercavo virginia, la sua fragilità e la sua forza inconcepibile. cercavo i suoi capelli morbidi, lasciati piangere in cima alle sue spalle provate, i suoi abiti lunghi, i suoi salici al posto degli occhi e il suo spirito vivo invece del suo corpo quasi già morto, ancor prima di spegnersi. cercavo la sua grazia celata e la sua virilità incompresa, le sue mani piene di emozioni, dalle quali vomitava storie sue, storie mie, storie di tutti! un miracolo, cercavo il miracolo chiamato virginia - non si può amare solo un uomo nella vita, né una donna soltanto e dio solo sa quanto io l'amassi e l'ami ancora, donna divina!  

cercavo virginia e, in verità, cercavo me. me e le mie budella che spesso si aggomitolano e la mia ira furente dinanzi alle ingiustizie e il mio fervore a difesa delle idee e la mia bocca che cola bava ad ogni grido spazientito e il mio sguardo severo sempre così avaro di lacrime e la profonda incertezza della mia anima che vaga ogni notte per iperurani abitati da mostri senza occhi e il mio amore per la vita e per la relazioni che nutro dal profondo e da cui mi disseto e grazie alle quali costruisco ogni giorno frammenti di me con la speranza di comporre un giorno un tutt’uno del quale andare fiera e insomma... giravo per bloomsbury ed ero felice. 
una volta ho cercato virginia. l’ho cercata sotto al sole e sotto alle nuvole dell’ora di pranzo e, anche in assenza di virginia – che era proprio lì, lo so con certezza, pure se i miei occhi non riuscivano a definirla! – io ero con lei. giravo e respiravo, respiravo e giravo. ero con lei e, soprattutto, ero con me.
- bi
[paul delaroche, jeune martyre]
 
 

giovedì 5 marzo 2015

ricomincio a pettinarmi i capelli

ha gli occhi asimmetrici, scuri e con gli angoli un poco rivolti alla terra. questo pensai, mentre stringeva le mie mani alle sue. mi teneva inchiodata al suo sguardo e la leggerezza delle sue carezze sulle mie dita mi stava rassicurando.

era seduta sul divano rosso, appena un po’ girata verso di me, che mi ero accomodata sul bracciolo. il suo corpo era sempre così fragile e lo era anche in quel momento, sebbene fosse sostenuto dai cuscini. era una fragilità pronta a spezzarsi, la sua, e ogni volta al suo passaggio ero pronta a raccoglierla, se ce ne fosse stato bisogno.
ogni volta che la incontravo era diversa dalla volta precedente. una sera aveva i capelli all’altezza del mento, un po’ caotici ma composti. un’altra il berretto di lana, ficcato fino a serrarsi le orecchie. un’altra ancora era nascosta in un foulard di seta dai colori mischiati, a confondere le idee. e poi ancora con i capelli scuri a coprirle le guance, leggermente scavate sul volto.

- non ricordo quant’è che non ci vediamo e non ricordo se ho dato anche a te questa bella notizia...
il suo era un parlare calmo, rallentato, rassicurante. si stava prendendo le sue pause, non per dare enfasi a ciò che mi stesse raccontando con quella sua gioia sommessa, ma per prendere fiato, per ingoiare aria e risputare adagio parole. parlava e la sua bocca si apriva elegante, danzando poche sillabe alla volta e accennando sottili sorrisi.  

- la mia malattia è ferma, lo sai? non ricordo se già lo sapessi, ma ora l’ho detto anche a te.
rimasi senza parole. le parlai gocciolando dagli occhi e facendo scivolare le mie dita inumidite dal sudore tra le sue mani. gliele strinsi, avendo la cautela di non far scricchiolare le sue tenere ossa sotto la mia stretta di gioia. rimasi senza parole, mi uscì solo un esitante felice, sono così felice per te... ma il pianto trattenuto a forza mi otturò la gola.

si sciolse dalle mie mani e scoprì trionfante il capo: i suoi capelli stavano ricrescendo, più forti e tenaci di prima. più scuri. più vitali. più coraggiosi. più capelli.
- faccio così: mi godo giorno per giorno la mia vita piena di vita e ricomincio a pettinarmi i capelli.
 
bi
 
[series josephine cardin]
 

lunedì 2 febbraio 2015

tutto è come sembra


la luce si allunga e il buio le concede sempre più spazio nel tempo.
i nostri visi si fanno incatenare dal freddo di febbraio e la neve richiama i pensieri su di sé.
bianca.
reale.
sincera.
la vera rivelatrice del mondo e delle sue impronte certe.
tutto è come sembra.
mi rifugio nel tè bollente e sento il vuoto farsi largo dentro.
il peso delle distanze mi sfilaccia un po’ i vestiti e scioglie i miei liquidi.
i cardini sostengono porte massicce e queste trattengono calore.
mi rintano ogni giorno con il sole che scende e sparisce.
e svaniscono frammenti di quel che fummo – e non saremo più.
accendo una minuscola candela e le dico di scaldare l’olio al legno di rosa.
fu una lunga passeggiata nei vicoli, quella, mentre ci perdevamo sul pavimento bagnato delle sette.
lo spessore della sera ci incoraggiava a parlare delle nostre storie sconosciute.
e intanto i fiati dei gatti randagi ci spiavano.
tutto è come sembra, pensai.
questa timida nebbia.
il chiarore artefatto dei lampioni.
lo scricchiolio dei passi sui sampietrini.
insomma, il tutt’intorno.
lasciamo tutti delle impronte, affinché qualcuno le segua.
mi cola il naso alle volte.
tutta colpa dei profumi.
quelli di quando qualcuno ti stringe a sé.
poi, non appena si allontana, ti resta cucito addosso un aroma che non ti è mai appartenuto.
un vento che all'improvviso diventa tuo.
potenti, gli abbracci sono potenti persuasori.
stratificano memoria e setacciano i pensieri, sfusi in ordine sparso.
tutto è esattamente come sembra.
le storie d'amore finiscono di notte.
di giorno invece ci si specchia perbene dentro.

l’un l’altro.
la notte confonde, le ombre vincono sulla luce.
e manca la luna, quando di notte le storie finiscono.
quella luna che lecca le ferite inferte dalle parole.

non sono adeguata a mettere ordine.
io sparpaglio.
tutto è come sembra, sai?
è come fare un giro nel luogo in cui qualche pezzo di te è nato.
e trovare un meraviglioso lago al posto di un buco nero.

bi

[aron wiesenfeld]

mercoledì 21 gennaio 2015

la morte non è verbo essere


la morte non si vede: ha lo spazio prolungato di un’assenza che non smette mai più. la morte non è verbo essere, ma verbo avere. possiede di noi tutto ciò che ci manca e ci mancherà.

come quando morì suo padre, dopo pochi mesi distesi nel letto in una posizione eretta verso infinito. morto di che? di cancro all’esofago. un fuoco rovente di morte in pieno petto, che non era nulla di per sé, non aveva identità, ma si stava lentamente espandendo nello spazio del corpo di suo padre. lo stava possedendo.

il cancro non era verbo essere, era verbo avere. avere quel petto, nutrirsi delle ossa della gola e del tubo che fa parlare la bocca direttamente con lo stomaco. un tubo di perdita, quello, di futura mancanza.

ricorda poco di quella morte, era piccola e la tenevano lontana dallo spettacolo di quel corpo, che si stava pian piano consumando in se stesso. ha ricordi sbiaditi, dice, poche cose, e tutte legate alla bellezza di quell’uomo così poco vissuto. dei suoi capelli color notte, del suo portamento magro e svelto e a modo suo imponente e fiero, sicuro di sé e dello spazio calpestato, del suo viso rassicurante ed elegante, come pure i suoi abiti marroni talvolta spiegazzati.

poi il nulla. il vuoto. l’assenza. la mancanza. ecco cosa fa la morte: taglia e non ricuce.

cosa fu suo padre per lei? fu un’assenza il giorno della comunione, un fantasma silenzioso, un’ombra taciuta dietro al colonnato della chiesa. le sue orbite vuote la fissavano nel suo abito bianco e semplice, mentre ella sentiva un vuoto vacillante negli intestini.

fu un’assenza quando partì e si trasferì a roma per lavoro. salutò quella matrona di sua madre, seduta con rigore nella sua sedia di paglia. aveva le dita intrecciate le une alle altre e poggiate in grembo con rassegnazione. la salutò e la baciò sulle guance fino a sfinirla. erano doppi quei baci, anche per un lui che era solo spietata mancanza.

fu un’assenza il giorno del suo matrimonio, quando cercava di incastrarne il ricordo, sempre meno vivido, dentro quelle lacrime dimesse. di gioia, sì, per la felicità di una nuova vita, eppure di dolore. il dolore già noto, quello della mancanza.

fu un’assenza quando partorì la prima figlia, quando ne partorì un’altra, quando queste crebbero e chiesero di lui, quando tornarono migliaia di volte in quella casa, in cui l’assenza si respirava a pieni polmoni.

la morte non è, la morte ha la mancanza di chi vive voltandosi indietro e non trovandosi nessuno dietro alle spalle. la morte non è, la morte ha l’assenza di chi ci protegge dietro alle spalle, senza essere più riconosciuto.

la morte sottrae presenza e addiziona dolore, moltiplica mancanza e divide i corpi. la morte non è verbo essere, ma verbo avere.
 
- bi
 
[andrei tarkovsky, the mirror]
 

giovedì 15 gennaio 2015

libera



 
nacque libera
vestita d'emozione
gualcita dai ricordi
radici umettate e buie
testa dipinta da toni vivaci
lacrimosa e nostalgica
per l'esser nata così:
liberamente


- bi

[ph. abruzzo mio]

oggi radicamenti compie tre anni ed io avevo voglia di celebrarla in questo modo, perché probabilmente esisteva già - proprio così - ancor prima di presentarsi al mondo fuori.
auguri, piccola creatura vivente, piena di respiri e di sussulti.
 
 



mercoledì 24 dicembre 2014

presente


mi sono nutrita del ripieno gustoso di persone care, quest’anno. mi sono beata della loro presenza nella vita mia, mi sono guardata allo specchio coi loro occhi e mi sono vista bella e forte. le ringrazio, ad una ad una, offrendo loro il mio profilo stanco ma tenace.

ho collezionato parole e silenzi. parole che mi hanno dato luce, silenzi che mi hanno amato e avvolto nel loro abbraccio senza fine.

ho pianto una sola volta, sufficiente e copiosa. ho pregato e scritto desideri per tutti. ho visto arcobaleni con più di sette colori, sognato luoghi impervi e abitati da luci pastello. ho abbracciato vivi e morti e ho incontrato la piccola me, bianca e piena di larghi sorrisi.

mi sono emozionata, stancata, agitata, affannata, accudita, mai pentita, specchiata negli alberi. ho amato, litigato, urlato, sbattuto, essiccato, gioito, corso, preso, salito, bevuto, riso, sceso, costruito, lasciato, carezzato, baciato, inumidito, donato, scritto, pensato, sentito dolore, accolto, spinto, visto, ascoltato, toccato, annusato.

ho varcato soglie, messo radici, tolto peli nell’uovo, cancellato puntini sulle i, affrontato partenze e ritorni, assistito a nascite e morti, asciugato lacrime, augurato il bene, amato la solitudine, dato il benvenuto alla malinconia, fatto piccole magie, bevuto piogge, abbandonato vecchi assoluti.

ho dormito tra le lenzuola ricamate a mano da mia madre, mentre le sue dita adolescenti e precise mi hanno cullato per tutta la notte. mi sono chiusa a riccio per diventare castagna. ho seguito ogni giorno la luna e l’ho fatta mia.

ho operato sottrazioni e addizioni, ho comprato quaderni. sono andata in giro a spalancare finestre e a liberare insetti dall'agonia del loro bacio ipnotizzato sul vetro.

ho tirato via maschere, selezionato anime, sezionato le mie viscere. ho scritto meno, ho studiato poco, ho perdonato e ho dato spazio all’essere.

ho voluto scrivere oggi perché dicembre era vuoto e la colpa è ancora un sentimento che mi scortica la pelle.

ho scritto la parola presente per sedermici sopra, imparare di più e meglio e apparecchiare per due.

 
buona ri/nascita, buon natale del cuore.
bi


[ph. home]

lunedì 24 novembre 2014

diversamente est


sei andato a scuola e ti hanno detto 'siedi al tuo posto'
e già li hai smesso di credere che il tuo posto sia dappertutto”
(silvano agosti)

 


sono da frutto quegli alberi.
il mattino sorge sulla destra ventilata e fresca ed i fiori si muovono in ordine sparso sulla sinistra rumorosa e ingiallita, proprio lì dove il sole si cala di nascosto e dipinge di ocra rosato la vetta di fronte.
è l’est.
dove il buio regna sulle bocche piene di canti degli animali selvatici.  
ogni volta c'è un dove ad attendermi, sai?
che freme e vibra di sentimento e lo sento da qui.
allora io mi raccolgo tutta e mi preparo a spiccare il volo verso il mio levante interiore.
è che non ci vivo, purtroppo.
abito in un altrove diverso da est.
lì la durezza della montagna partorisce generosa creature divine, vestite di un rosa deciso ed orgoglioso, profumate di tempo e di un inverno selvaggio e bianco.
è un'orchidea montana, mi disse un giorno.
ed io la guardai senza fiato: non era alta neppure come un mignolo.
ogni angolo mette in mostra le rovine di eterne estati trapassate e le siepi di cipresso narrano le storie di eroine di tramonti randagi.
vivo la condanna di abitare l’ovest e di vedermi di fronte ogni sera la morte del sole, che mai trova consolazione.
ecco perché viaggio piena di panorami nelle tasche.
per infilarci le mani e diventare albero.
poi foresta.
poi collina.
poi vetta.
poi cieli liberati e dirupi pieni d'aria.
per buttare gli occhi nelle finestre semichiuse e guardarmi ogni tanto in fondo alle budella.
il mondo non è lineare, ma è pieno di circolarità e lì ce l’hai nelle vene.
l’est è quello delle nascite e degli inizi.
è il mio naufragio.
la mia terra di mezzo.
l’aria che mi sospende e mi concede il volo.
la libertà del mio corpo di respirare.
la libertà dell’anima mia di sentirsi a casa con la porta aperta.
 
bi

[hiroshige utagawa]
 
 
 

mercoledì 12 novembre 2014

come fanno ad amarla

come fanno ad amarla se lei non si ama? li vede i suoi occhi ripiegati all’ingiù? ecco, sono il segnale che lei si rivolge fuori se stessa e mai dentro. mai dentro.

si è sposata per felicitare gli altri, fosse stato per lei neanche si sarebbe inchiodata a quel modo. basta condividere una casa e le notti insieme, in fondo, cos’altro? di chi sono tutti quei festeggiamenti in grande, mentre era prigioniera di quella veste innaturale color latte? di chi? non i suoi, non di certo.

è alta e sembra allungarsi sempre di più. dove vorrebbe andare? sulle nuvole, lassù, dove i ruoli spariscono e le donne possono decidere per sé, possono piacersi per il culo grosso che hanno e per i fianchi diluiti nello spazio, possono dire del loro mestruo e possono annaffiarci i loro fiori, diluendolo con abbondante acqua. per cosa? per sentirsi terreno e radici insieme. terra e radici. ma devi andare sulle nubi per farlo, capito? lì in cima.

ora è madre. non può più dirsi figlia, a suo avviso, ed è per questo che le duole la schiena. pare che si carichi addosso tutte le responsabilità del mondo, ora che è madre. perché è madre, solo per quello. da figlia avrebbe solo un po’ di mal di collo e via.
 
suo figlio le sta incollato alla gamba destra e non la lascia camminare. le tira la gonna e gliela gira attorno alla coscia, mentre lei gli dispensa parole dolci con una voce bassa eppure isterica. dice che è felice d’essere madre, dice che fosse ora che lo diventasse, che poi sarebbero giunti i quaranta e tutto sarebbe stato più difficile. ma difficile per chi? non capivo. difficile, dopo che ti sposi che fai? figli, fai figli. cioè uno. gliene basta uno, uno e sta. due manco per sogno. anche se, in verità, non ha mai sognato nemmeno il primo.

si comporta come un’inetta. un’incapace. un’ingenua. una che non sa provvedere a sé, figuriamoci agli altri. che non dispensa consigli, ma ne beve a iosa ogni giorno, per sfamare la sua inadeguatezza. legge libri conosciuti, non s’avventura. ascolta musica pop, non s’avventura. alza poco la voce, non s’avventura. poco le interessa viaggiare, non s’avventura.

l’avventura ha in sé i semi delle possibilità e lei non ne vuole. nessuna possibilità, nessun cambiamento, nessuna crescita: solo lo status quo, quello che altri hanno scelto per lei. e lei vi si crogiola, come si fa sotto un piumone caldo e soffice nelle giornate più fredde.

non esce dal suo guscio sicuro, da quella melma che s’è costruita nel tempo per piacere a chi vuole guardare solo un guscio, senza osare a spingersi oltre. più sotto, più dentro, oltre la soglia della sua pelle abbronzata. si separa dal mondo fuori così: col suo trucco sofisticato e mai sciolto, piangendo in solitudine, per non sentirsi scoperta e fragile.

come fanno ad amarla, se lei non s’ama? come fanno? ad amarla? se lei non lo sa fare? lo fanno come fa lei, con un bel guscio da truccare, vestire, far parlare poco e bene e con i sentimenti serrati nel cassetto e al sicuro dalla vita.
 
bi
 
[steven daluz]
 
 
“l’anima lunare è in sintonia con la morte. essa non la sfugge, ma la accoglie come metafora dello scorrere, dello sprofondare, del trasformarsi, immaginare, interiorizzare, ricominciare.”

giovedì 23 ottobre 2014

storie di tramontana

una mattina mi svegliai con la voglia di vento.
di quello fresco, proveniente da nord, che m’asciugasse dall’umido di un sole ormai stanco.
i colori tenui di un’aria stantia dovevano essere brillantati, mi dicevo.
brillantati da un vento di verità, che mettesse a nudo l’essenza del mondo.
come tutte le cose belle, il vento si fece attendere.
come i compimenti, come le soluzioni, come le cotture ci mise dei giorni a decidere di alzarsi dal suo letto comodo e d’incamminarsi verso sud.
nel frattempo il mio sud guardava ogni giorno verso l’orizzonte.
il mio desiderio di ascoltare le sue storie era troppo deciso, più forte del sole stesso, più potente di un’estate rimpianta, più vigoroso delle sere allungate, più chiaro delle ombre grigiastre della notte.
volevo che mi raccontasse dei vicoli stretti stretti, pieni di silenzi e dell’aroma dei camini accesi, apparentemente disabitati, eppure pieni di vita e di atomi di bellezza.
non sono portata per la città e per la sua solidità.
no.
sono come il burro, racchiusa in un panetto per un po’ e pronta poi a sciogliermi, per farmi spazio.

la città resta sempre al suo posto, sempre uguale a se stessa, rigida e con poche cose da dire.
il vento lo sa e, appena arrivato, la ignora e passa oltre.
e così fece allora.
si eresse fiero e prese la sua corsa.
cominciò a scavalcare le montagne e a guadare i fiumi e a spirare in mezzo ai boschi e ad attraversare le strade e a bersi i vicoli e a carezzare tutti i tristi e a schiaffeggiare i meschini e a raccogliere foglie ingiallite e a urlare tutta la sua potenza di essere vento e di sapere tutto dell’universo!
tutto.
finalmente giunse in città, a sud, dove io con lo sguardo cercavo impaziente il suo arrivo, e la oltrepassò.
grida di storie mi penetrarono le orecchie e odori antichi mi fecero straripare le narici.
era lei, finalmente, proprio lei!
la tramontana.
con tutto il suo vigore pieno di femminilità e di forza e dei suoi capelli allungati dalle strade percorse.
le campane iniziarono a ballare.
solo loro, nessun’altra voce le oscurò.
quelle di città suonano, sì, ma nessuno le ascolta.
troppi rumori, troppe grida, troppe voci, troppe confusioni.
erano campane provenienti da altrove e si facevano avvertire, proprio per essere ascoltate.

suonavano ed io restai sospesa in quell’attimo, a render loro gloria.
suonavano e nessuna macchina si accese, nessuna voce s’alzò, nessun rumore fiatò.
suonarono le campane di un altrove venuto da nord.

e quanto amo, io, le campane che si fanno sentire e le storie portate dalla tramontana.

bi

[nicoletta ceccoli artist]


"il tempo è necessario perché le cose non avvengano tutte insieme"
james hillman

mercoledì 24 settembre 2014

la vita degli altri


la vita degli altri è fatta così: di citofoni, cortili e finestre.

ecco perché mi piace tanto camminare e fermarmi a leggere i citofoni. li leggo attentamente e mi fermo su ogni cognome, chiedendomi se mai io possa conoscere qualcuno, lì, o se possa averlo incontrato un giorno, chissà dove.

leggere il citofono è un modo per vivere la vita degli altri dal piano terra e senza disturbare nessuno. per capire chi abita più attaccato alla terra e non prende mai l’ascensore e chi è più vicino al cielo e può stendere i panni nella mansarda comune. per toccare i bottoni in ottone, belli tondi e tutti lucidati, o quelli di ferro più vecchi e opachi e consumati dagli indici di tutti.

i citofoni li leggo dall’alto verso il basso, così non rischio di perdermi nessuno, e ogni volta mi impegno a capire una cosa: quelli più alto sono quelli dell’attico, o no? e non lo capisco mai, perché forse – mi dico – questa cosa cambia in ogni condominio.

i cortili, poi. mi è sempre piaciuto girare per i cortili sconosciuti, quelli con tante aiuole e tante cantine nel piano sotterraneo. organizzavo delle spedizioni con i miei amici, ai tempi delle medie, e ce ne andavamo tutti lì: nei condomini degli altri, in terra straniera, dove non senti niente tuo e respiri l’aria che non t’appartiene. e pure quando scoprivamo cose che non ci piacessero – la sporcizia buttata a terra, alle volte, o angoli tetri e pieni di piscio stantio e puzzolente – allora, anche lì, ce lo scrollavamo di dosso, perché sapevamo di non appartenere a quel luogo.

alcuni erano bellissimi, pieni di viuzze incrociate, di fiori composti che sfilavano simmetrici, di panchine in ferro o in marmo usate tutti i giorni dalle natiche delle anziane, e pure così inverditi e pieni di persiane aperte e semichiuse, alcune più nuove, altre rigate di anni vissuti.

e le finestre, sì, anche quelle amo molto osservare. mi tuffo per pochi attimi nelle case degli altri, tranne quando sono completamente serrate o sporche di nero – lì no, ci giro alla larga. mi piace guardarle da lontano e vedere quanta luce tengano per sé e quanta ne rilascino per gli ospiti fuori. mi piace immaginare se lì accanto a loro ci sia un divano, se sia sempre stato lì, o se – come faceva mia madre – fosse stato spostato di tanto in tanto.

lo aveva sistemato dapprima tutto a sinistra in fondo, vicino alla finestra, con lo sguardo rivolto alla parete della cucina e la tenda bianco sporco, che col vento lo lisciava sul lato corto. potevano vederlo da fuori – pensavo – e vedere che noi ci sedevamo lì dopo le cinque, per restarcene un po’ tutti vicini, l’uno accanto all’altro. la sera no, ci dividevamo e io lì ci restavo da sola, a guardare fuori con le luci spente, alla ricerca dei chiarori altrui. poi mia madre lo spostò appena si entrava a destra, subito dopo l’arco del salone, e non potei più sdraiarmi coi piedi sulla tenda e lo sguardo buttato verso fuori.

è bella la vita di voialtri, sapete? siete tutti belli a guardarvi. ché poi – a pensarci ora – senza guardare la vita degli altri, e ricamarci un po’ d’immaginazione, la mia è perfino più noiosa.
 
bi
 
[ph. bi]
 

lunedì 28 luglio 2014

ti vedrò ricamare



“conosciti esteso”
ercole medici


“ricamavo. ricamavo di fronte alla finestra, appena davanti al davanzale. gli occhi si fissavano sulla tela, mentre i pensieri giravano per un mondo che conoscevo appena.
suor costanza diceva che le mie erano mani preziose, intarsiate di cieli e di paradiso. correvano sul lino come se scivolassero in un canale innevato e i punti s’incrociavano e diventavano migliori amici. quanto amavo ricamare…”

le lessi quella malinconia che resta viva pure dopo cinquanta, sessant’anni.

“ero sveltissima e quando mi mettevo in testa di finire un lavoro, fossero state addirittura lenzuola di organza, lo finivo puntuale e basta, tanto che mi stupivo da me per la velocità.
non esisteva più niente e nessuno, se non il caffè che chiedevo a mia madre, per lasciare le palpebre spalancate.
cominciavo dall’alto e già non vedevo l’ora di arrivare all’angolo. alle volte pensavo che con quella corsa appassionata non mi stessi godendo neanche il percorso del filo, che s’intrecciava con le mie dita e con le ore che si scurivano. ma mi sbagliavo. 
se parto ora da su, domattina sarò già all’angolo, pronta a curvare. lo dicevo così, senza esserne certa, giusto per l’impazienza di finire e di portare a termine il mio lavoro. poi all’improvviso, dopo qualche caffè e mia madre che più volte era entrata per dirmi di smettere, giungevo all’incrocio, pronta a voltare la tela.
l’angolo era il primo traguardo raggiunto, quello in cui dicevo che non potevo smettere proprio allora, allora proprio no! e giravo e continuavo la mia corsa di gloria.
le dita erano instancabili e ballavano con l’ago, girando con i fili. era tutto un volteggiare di catenelle, croci e cordoncini e pure di bellissimi punti nascosti. si vedevano solo sotto, al rovescio, e sopra c’erano solo delle ombre taciturne e appena accennate. e sai che diceva suor costanza? che nei miei ricami il rovescio era più bello del diritto… e che soddisfazione era per me, che bellezza! lo scarto era meglio del ricamo per tutti.
ricamavo di tutto: lenzuola, asciugamani, coperte, biancheria, tutte cose che potessi scrivere col filo e riporre come qualcosa di davvero pregiato e profondamente intimo.
poi smisi. per lavorare. ricamare non era un lavoro che mi permettesse di comprarmi una casa e di fare progetti per il futuro. però l’ho fatto per molti anni, per tutti, ed era bellissimo… mi sentivo importante, sentivo che stessi costruendo qualcosa nel mondo.
pensa che il telaio ce l’ho ancora: è in soffitta”.

“ricomincia, allora!” le dissi balzando dal letto “ricomincia a settembre, ottobre. scegliti la tua nuova finestra e annega i tuoi occhi di nuovo sui fili con cui scrivere, scrivere ancora! per noi, per te”.

le sue pupille corvine luccicarono. brillano da sempre di speranza e di vigore, ma io vidi altro. c’era passione, desiderio di ferire la tela per non ferirsi più con la vita.

“mi sento intatta solo quando ricamo”.

(arriverà l’alba e io ti vedrò ricamare)

bi


[christian schloe digital art]

martedì 22 luglio 2014

per aspera ad astra


"considera il mondo la valle del fare anima
allora comprenderai l'uso del mondo"
john keats

la montagna educa al silenzio.
alle parole mute dei fiori e ai sentimenti taciuti degli alberi.
alla pace eterna delle foglie che scricchiolano sotto i piedi, agli sguardi distanti delle creature che la abitano e che scrutano, mute, ogni passo.
insegna la bellezza delle cose minuscole e la perdita del fiato di fronte all’imponenza delle rocce.

la montagna educa all'ascolto.
dei fruscii, delle luci inattese, del chiacchiericcio degli uccelli.
dei richiami, dell'ombra che si sposta col sole, delle buche che s'aprono, dei rami che svolazzano, dei piedi che s'arrampicano e del cuore che pulsa pazzo dentro.

la montagna ci vuole diversi.
ci spiega il valore della lentezza, del sudore della salita, della gioia della vetta, dei panorami che ci proiettano verso migliaia di infiniti - e pure che la discesa duole alle gambe.
è una terra di mezzo che ci proietta al cielo e mette le ali allo sguardo.

la montagna ci vuole come le nuvole che disegnano ombre sui prati e vuole che scivoliamo a piedi, ridendo, nei canali ancora innevati.
 
bi

 
[monte velino, 2487 metri]


"in parete sfioro con le dita tra un appiglio e l'altro il fiore del raponzolo di roccia, il fiorellino a goccia della sassifraga.
tra i prati amo il batuffolo della negritella che sparge da vicino l'odore di vaniglia.
il corpo è avvolto d'aria, il cielo sopra pure lui è in cammino.
scendere alla fine del giorno è un atto di congedo che contiene oltre il grazie anche l'arrivederci."

erri de luca

lunedì 23 giugno 2014

un giorno a berlino ho incontrato charlie




un giorno a berlino ho incontrato charlie.
charlie stava dipingendo con dita rovinate e piene di grazia le quattro stagioni di vivaldi sulla sua fisarmonica.
un’eco di bellezza soffiava come una brezza fresca e disegnava foglie autunnali, a caderci sulle spalle.
il corpo suo tutto accompagnava queste foglie e le faceva volteggiare a destra, poi a sinistra, poi le spingeva in avanti, poi le risucchiava indietro, poi creava turbini e coni croccanti, poi le tirava verso il cielo, poi se le ingoiava dentro e le risputava rinverdite e primaverili, poi creava l’inverno e ce lo donava sui nostri palmi delle mani spalancate.
non importava che fosse giugno, no, perché charlie ci stava trasportando in un altrove senza stagioni.
la platea di charlie era incantata.
la platea di charlie era la stazione della metropolitana di stadtmitte.
eppure suonava con tutto se stesso.
col suo dentro più intimo, tanto da far gemere la sua corporatura esile, coperta da una camicia sbiadita ed un pantalone color castagna.
come se di fronte a lui ci fossero centinaia di mani, pronte e chiuderlo nel loro plauso più esplosivo.
come se un corridoio ampio e lungo gli si aprisse di fronte e lui lo riempisse di una colata di musica divina.
come se nessuno fosse in piedi, ma fossimo tutti seduti e muti e stretti dentro i nostri abiti eleganti.
tutti lì, lì per lui.
come se non importasse più nulla, nessun altro luogo da raggiungere, nessun orario da rispettare.
importava solo charlie e la sua magia suonata all’angolo semibuio del pianerottolo della metropolitana, tra una rampa e l’altra di scale.
l’ho visto sul suo palco riempito di fiori muoversi col busto verso i lati, che suonava la testa indietro e in avanti e ancora indietro.
l’ho visto posare i suoi polpastrelli su quei tasti e ho sentito le note cantate così delicatamente perforarmi i pori della pelle e incastrarsi nella nervatura delle mie ossa.
l’ho visto nel suo tait nero, acceso come una supernova pronta a disintegrarsi per rinascere più stella di prima.
io non lo conoscevo charlie, non so chi fosse e da dove venisse.
so solo che costruiva incantesimi per poche monete affogate nel cestino anonimo posto sotto i suoi piedi e, senza interrompere la sua opera solenne, rispondeva con un merci appena accennato.
e quei piedi, pieni di vita, saltavano invisibilmente sotto lo sgabello e bucavano il pavimento per raggiungere il polo opposto della terra...
non importava che fosse una stazione: charlie era lì per consegnare la bellezza al mondo.
e il mondo gli si radunava intorno per una manciata di secondi, per volare via con lui, in alto, e riscendere trasfigurato e pieno di grazia e di divinità.
un giorno a berlino ho incontrato charlie.
e mi sono commossa.
e mi sono innamorata ancora una volta della musica.
e mi sono riempita di vita.

bi



[ph. bi]

venerdì 6 giugno 2014

ricordo tutto del sei giugno



[ph. ortodibi]



ricordo tutto del sei giugno.
 
c'era il sole e le braccia ce le avevamo al vento.
la sua stanza era affranta, i muri scoloriti di quel grigio che lacrima.
e nessuna traccia di lei.
seppure ci fosse il corpo suo, più sbiadito e minuto.
asciugato dei liquidi e della sofferenza.
lei no, non c'era.
era nel vento.

ricordo tutto del sei giugno.

la sua rosa era sbocciata nel solito angolo.
l'albero di fichi era innalzato al cielo.
i suoi boccioli regnavano in bella mostra come i capezzoli di una dea.
il cortile gemeva dell'andirivieni della gente.
le voci s'infilavano un po' troppo invadenti.
ma lei non c'era più.
ed era la seconda mancanza per la fragilità di mia madre.

ricordo tutto del sei giugno.

del millenovecentottantanove.
avevo vissuto solo quindici anni insieme a lei, davvero poco.
e mia sorella addirittura solo sei.
anni pieni delle sue mani ruvide sul viso.
dei suoi baci umidi e fini.
della sua voce roca e la sua bocca vuota di denti.
della mia testa appoggiata sul suo potente utero.

ricordo tutto del sei giugno.

della sua treccia d'argento avvolta nello chignon girato sulla nuca.
della fierezza del suo passo appena appesantito.
della sua gamba smezzata.
dei suoi occhi piegati un po' in giù.
della sua tenacia così femmina.

ricordo tutto del sei giugno.

ricordo tutto di quando nonna anna si è allontanata un attimo. 

bi
 
 
 

martedì 20 maggio 2014

l'abito a pois


comprai un abito a pois, di quelli delicati come l’acqua. liscio più di una foglia di ficus, leggero come le ali di una farfalla. fondo nero, con i pois color aria. aria di campagna, quella che ti buca le narici e conserva quei riflessi color crema, senza per questo contenere latte.

comprai un abito a pois, per non sentirmi mai all'altezza di indossarlo. per lasciarlo come un dipinto incastonato nella cornice dell'armadio, per non sentirlo mai del tutto mio e per non farmi possedere mai nei contorni della mia pelle. per guardare con palese gelosia la sua superficie cilindrica e setosa, per chiudere gli occhi e vedermici dentro, bella, circondata, costretta, non libera seppure a mio agio.

lo metterò con gli stivali bassi, mi dissi, e il chiodo nero, per il solo gusto di indossarlo e subito ignorarlo, mentre mi tocca e mi s’incolla addosso. camminerò a testa alta e le strade si divaricheranno e mi mostreranno le viscere della terra e sveleranno confidenze indicibili ed io saprò mantenere quei segreti senza provare mai l’impulso sadico di tradirle e colpirle nel fianco, come si è in grado di fare, talvolta, al cospetto delle debolezze altrui.

lo metterò al crepuscolo, quando i coni d’ombra della sera assottiglieranno la mia figura e cercheranno di costringere la mia natura selvatica. mai al mattino, quando il fare porta verso i doveri della giornata e poche volte verso i piaceri.

un pomeriggio lo provai davanti allo specchio. mi raccolsi i capelli, per tenere scoperto il collo ed osservare perbene le espressioni del mio volto, per saper cogliere ogni sfumatura di seta riflessa sulle guance e sul mento. non appena indossato, il vestito a pois mi morse a morte.

pian piano il mio corpo fu attraversato dal fuoco, i capelli si levarono al cielo, i piedi si sradicarono dal pavimento, le braccia si eressero all’esterno, con la chiara volontà di staccarsi e lasciarmi per sempre. poi il fuoco si calmò e i miei occhi si accesero come due braci. dapprima rosse, poi del colore scuro del sangue appena schizzato da una vena rotta, poi più scure ancora, di quel grigio sbiadito della cenere, che è la morte delle fiamme.

comprai un abito a pois e mai mi sentii all'altezza di indossarlo. mai riconobbi me stessa in quella scelta. mai mi ci riuscii a specchiare. mai ci trovai traccia del mio sangue.

lo guardo con invidia, ancora adesso. apro l’armadio e lui sembra uscire da solo, emergendo dall’anonimia degli altri appesi. appeso, pure lui, ma in realtà sospeso. in un altro quando, in un altro dove, mantenuto vivo dal mio desiderio di possederlo e non averlo mai.

dal mio desiderio di dire che, sì, è mio e posso indossarlo quando voglio. e non averne mai il coraggio.
 

bi
 
 
[ph. francesca woodman]

 

venerdì 9 maggio 2014

antica

 

"dovete fare pensieri dolci e meravigliosi
saranno loro a sollevarvi in aria"
j. m. barrie, tratto da peter pan
  

antica
guarda, si è eretta questa bocca di leone sulle scale. un miracolo nel cemento, un segmento di vita sbocciata tra le morti. alleggerisce i piedi, quando scendi, e ti fa sentire una libellula con quattro ali variopinte. quando sali, t’accompagna i talloni, facendoli spiccare verso l’alto.
 
antica
la tovaglia di quel rosa primitivo incipria la tavola. ce l’hai lasciata cadere, come un cristo cede alla propria fine, annodandosi tra le braccia addolorate di sua madre. giace, lì, ripiena di molliche. eppure è così piena di vite.

antica
appartengo ai luoghi in rovina, in cui i muri consumati di esistenza riscrivono sulle proprie pelli la mia storia. come fece la fanciulla bianca, che una notte strinse la mia mano con la sua luce e lesse. lesse me, i miei trentanove anni, facendoli scivolare tra le nostra dita. dita bambine. 

antica
come la mensola di marmo, che incappuccia il comodino al piano di sopra. indugia sul legno appassito e, carezzandolo, gli ricorda quanto le carni si gelino al contatto col marmo. il marmo spezza ogni sentimento e ricorda che il brivido è uno strato di pelle che scivola via e che perdi per sempre.

antica
come la macchina da cucire nera e stondata, che hai nascosto allo sguardo del mondo. l’hai riposta nel passato remoto, in cui il tempo l’ha cristallizzata. riposa nel soggiorno, ferma da tempo. per lei vivere non equivale a fare, esserci è ciò che basta. per me neanche, eccome. vivere non è mai fare.  

antica
come i decori celesti dei piatti e delle tazze da tè. la dolcezza non è una debolezza che va perdonata: questo cantano in coro, dalla credenza poggiata sul muro. la dolcezza dei colori pastello della voce che non s’alza, delle carezze che il suo indice mi scrive sulla fronte, della discrezione del buio e di quanto sia capace di farsi nero: questo, tutto questo è ciò che ci è stato insegnato.

antica
piantata nel posto sbagliato. con lo sguardo alla ricerca dell’est e dei suoi contorni montani. col fiato che colora di verde la bocca e lecca la lingua di brina. io mi curo col vento. quando il respiro vien meno e il petto si cuce sul cuore, allora sento un vento secolare che spira. e inghiotto l'aria fino in pancia, per restare in vita.
 
bi
 
 
[shadowbox photography - delusions]