giovedì 11 aprile 2013

portami a cantare





- partiamo poco dopo le sei, metti che troviamo traffico.
quando una parla, deve snocciolare le parole con parsimonia e comunque con grande attenzione, ché infatti poi le parole s’avverano in fatti. ci ritroviamo dunque in mezzo ad un fiume grigiastro di macchine inferocite, sotto una pioggia pazzerella di marzo.
il concerto è alle nove, quindi ce n’è di tempo, eccome! ci rassegniamo alla fila, solo dopo aver tentato un’inversione di marcia e una furbata, tagliando per le campagne.
ascoltiamo musica un po’ così e parliamo delle nostre stregonerie e stranezze solite. e intanto ci ritroviamo sul lungotevere, sommerse da altre macchine e sfiorate da motorini impazziti a manca e a destra.
- giro di là per via della conciliazione, no? 
- ma che sei matta? lì andiamo in vaticano! dritta, sempre dritta devi andare. te lo dico io poi, ad un certo punto, di girare a destra.
le rispondo pronta.
sì, perché a natale le avevo fatto un regalo fantastico: due biglietti in primissima fila a sinistra per ascoltare ( con me! e con chi se no?) il nostro amatissimo niccolò fabi. all’auditorium, così era. quindi sempre dritto.
troviamo un parcheggio perfettissimo, che ci guardiamo e diciamo: no, dai, vediamo se ce n’è uno meglio che siamo in anticipo. giriamo che ci rigiriamo, torniamo lì: sì, è perfettissimo proprio.
sono passate da poco le sette e mezzo e ha pure smesso di piovere. ci ritroviamo, certe di non essere viste da anima viva, in un corridoio nascosto dell’auditorium e ci cimentiamo nelle nostre performance solite. tipo che ci sediamo per finta su una panchina di legno e ci facciamo una foto che fa finta di non essere in posa, andiamo nel bagno pieno di marmo bianco e ci guardiamo in fondo agli occhi e lustriamo le labbra, facciamo pipì mentre ci parliamo da un bagno all’altro certe che nessun’altra sia entrata nel frattempo, ci asciughiamo le mani e il ciuffo di capelli sotto il getto d’aria calda e cose così.
ah, pure l’aperitivo, ché tanto è presto. alcolico, sì. con olive e patatine, mentre buttiamo distrattamente lo sguardo in giro.
- ah bi, ma com’è che sono tutti vestiti eleganti? mica verranno tutti a vedere niccolò fabi…
- ma no! questi andranno in uno di quei concerti di musica da camera, ti puoi mettere pure i tacchi dodici per andare a cantare e ad applaudire fabi? figurati…
ebbene, usciamo e ci leggiamo pure il cartellone dei programmi di marzo e aprile. e si fanno le otto e mezza passate pure.
- dai, incamminiamoci dai tizi all’entrata. così entriamo in sala con calma.
e questi ce li ritroviamo subito davanti, dopo aver scavalcato un’altra dozzina di donne sui trampoli e uomini in abito scuro.
- hai visto? c’è pure coso, il giornalista.
- ah, sì! pensa te, si ascolta fabi pure lui. o il concerto classico, mi sa.
i due ci guardano divertiti.
- dove dobbiamo andare per vedere il concerto di niccolò fabi?
gli chiedo, sorridente e felice.
- mica lo fanno qui il concerto di niccolò fabi.
e ha quel ghigno di chi lo vede che fremi per entrare e ti burla e si prende gioco della tua ingenua attesa, quella dei venticinque minuti prima dell’inizio. lo guardo divertita e gli dico una cosa tipo sì, infatti e rido ancora.
- è all’altro auditorium. in via della conciliazione. sbrigatevi, è tardissimo!   
divento sorda per qualche istante. tutto intorno a me gira vorticosamente e m’avvolge e le orecchie mi si tappano che non sento niente e vedo appannato e ro pure la vedo appannata mentre scappiamo furiose mentre lei ride come una pazza.
ero furibonda. con me stessa. che manco un dubbio m’era balenato per la testa. e avevo solo desiderio di dire tantissimi vaffanculo tutti in fila gridando all’aperto sotto le gocce d’acqua che esili avevano ripreso a cadere.
era tardi anzi tardissimo e i semafori poi che te lo dico a fare e lei rideva come una scema e sembrava divertirsi come mai mentre io ero pietrificata dall’ansia sulla bocca dello stomaco salita fino in gola. così mi sentivo. e ad ogni semaforo era una parolaccia, mi mettevo il viso tra le mani e gliele premevo contro, imprecavo ad ogni rosso e ad ogni lento cimelio che ci precedeva nella nostra marcia furibonda verso il vaticano. sì, il vaticano. dove aveva detto lei, ro, quando io le avevo appunto risposto… ma no! e poi eccetera.
alle nove spaccate, manco un minuto in più, eravamo montate su un marciapiede delle mura per lasciarci abbandonata la macchina. incivilmente, lo so. e siamo corse dentro, piene di cuore in gola e fatica manco avessimo trasferito noi tutta la strumentazione per il concerto dall’uno all’altro auditorium.
il concerto ci ha sturbato e ci ha regalato tre ore in un altro mondo meraviglioso. ve ne dono un pezzo, della canzone (molto nostra) gridata con le lacrime in viso in prima fila, sedute sul bordo della sedia, il cui testo è scritto in penna blu sulla busta del regalo di natale della mia anima amata… ro.



bi



[immagine tratta da il design delle idee, luna park]

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