lunedì 1 luglio 2013

non riesco a raccontare

non riesco a raccontare di quando, poco dopo l’una, la mia gatta ha staccato un pezzo della sua vita per donarla al mondo. l’ho vista con tutti gl’occhi miei. sì, io. ha incurvato la sua schiena nera ed è rimasta ferma come un dipinto per una manciata di secondi, che a me parevano secoli.
ad un tratto un’escrescenza chiara e piena di forza è venuta alla luce, dopo un mese di buio e calore. una luminescenza lucida, che rifletteva i raggi del sole dell’ora di pranzo. quello degli altri. era una vita, la prima di quattro.  
ho portato le mani in bocca, entrambe, a schiacciarla. a soffocare la paura del non essere all’altezza di un così grande dono. lei ha afferrato la vita in bocca, con tutto l’amore dell’essere madre per la prima volta, e me l’ha portata davanti ai piedi. aveva lo sguardo inesperto di chi dona tutto ciò che sa e tutto ciò che è: una parte di sé. 
il sangue languiva i suoi movimenti e i suoi occhi giallognoli e lucidi continuavano a fissare in fondo ai miei. attimi lunghi come ere mi annebbiavano la mente e mi rendevano inadatta. alla maternità fatta di umori sbiaditi e gocce di sangue. alla vita lunga pochissimi centimetri, eppure già sufficiente a se stessa e pronta ad attaccarsi con energia all’universo intero. al dolore uterino della mia amorevole micia, che appena poco fa ha compiuto solo un anno e che per me è ancora così tanto figlia.
non riesco a raccontare di come io l’abbia supplicata di aiutarmi a capire come potessi aggiungere vita a così tanta immensità. io, che la vita finora l’avevo solo immaginata.
di nuovo lo sguardo su di me, la bocca aperta per sussurrarmi del suo bisogno così intimo ed un’altra vita arrivata alla luce. il suo secondo atto d’amore era compiuto, afferrato tra i suoi denti premurosi e portato davanti ai piedi miei. un corpicino fradicio e scuro si muoveva davanti a me, mentre sua madre cercava le mie mani. filamenti ambrati e lunghi lo avvolgevano, mentre io ancora più impietrita ho portato di nuovo le mie mani alla bocca.
volevo solo piangere. allagarmi l'iride di lacrime come tende su finestre chiuse, disperarmi per la paura di fronte alla vita, laddove credevo che si potesse provare solo gioia. ero dispiaciuta nel non provare solo felicità, ma paura del pericolo della morte. l’altrui.
non riesco a raccontare cosa abbia pensato, cosa abbia temuto, cosa abbia provato, cosa abbia fatto. cos’abbia fatto nel frattempo sua mamma lola, mamma esperta, nell'aiutarla e nel ripulirla dal sangue e dai suoi umori uterini. cos’abbia fatto la mia tenera trilly, piena dell’istinto del fare la madre all’improvviso a quattro vite calde, che fino a pochi istanti prima manteneva dentro di sé, in fondo, al riparo dai pericoli del mondo.




non riesco a raccontarlo.
e non riesco a raccontare nemmeno della pienezza di trovarmi da sola in cima al bosco di faggi secolari alti più di palazzi, di calpestare cuscini di foglie scivolosi e morbidi, di passare sotto quei rami ampi come ombrelli senza pioggia, di ascoltare il silenzio della terra inumidita e fresca delle otto del mattino, di faticare per ogni passo affilato all’altro per salire sempre più in alto, di sentire gli odori della presenza nient’affatto assente di chi in quel bosco ci vive tutte le ore del giorno, di incontrare fiori come spilli, di respirare con profondo affanno e pregare di arrivarci alla fine di quei passi per gustarne la bellezza dei frutti.
finito il  bosco in tutta la sua immateriale infinità si è aperto il prato. una distesa più verde del verde, muschiata e folta, senza erba come fili ma piena di trifogli come minuscoli cespugli. e colline e montagne e il vento sul viso e il sole dentro gl’occhi e il galoppo dei cavalli selvatici.
poi finalmente il lago. in tutta la sua fierezza estiva, seppure inaridito dalla fine delle nevi. è lui che racconta le montagne, baciandole e rubando loro l’anima, tatuandosela addosso, restituendone tutti i suoi riflessi.  
c’era un luogo nelle mie notti sognate ed era proprio così, come quello.
non riesco, non riesco a raccontare del cuore in gola di fronte al precipizio di oltre mille metri, del vortice sordo che mi ha avvertito di restare lì, di non accostarmi oltre. verso il vuoto. un vuoto con un altro bosco, con altissime pareti appenniniche sbriciolate e friabili, grigie, un po’ marroni, impervie. vive. il cielo pesante mi ha aiutato a restare salda sulla roccia, come una delle più fragili stelle alpine.




non riesco a raccontare tutto ciò, me ne dispiace.
non riesco, perché i fotogrammi di questi pezzi infinitesimali di realtà schizzano via come inafferrabili farfalle, volano impazziti rimbombandomi in fondo alla testa, mi saccheggiano dentro con l’intensità di un uragano che fa tremare la terra alla sue basi più intime.
non riesco, eppure ce l'ho da qualche parte. 

bi

[ph. bi]

2 commenti:

  1. E invece racconti in maniera splendida.....incredibile oserei dire.....
    ogni tua emozione mi è arrivata dritta dritta al cuore, anche in gola si.....
    Trilly mi ha commossa e ho sentito il vuoto nello stomaco di fronte al precipizio...
    Tu sei proprio pronta per scrivere TUTTO CIO' CHE VUOI.
    Grazie Bi.

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    1. grazie, mia adorata manu.
      perché nella mia emotività mi fai sempre sentire capita e, quindi, amata.
      più di così non si può avere dalla vita: comprensione e amore.
      e te.
      love, bi tua

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