venerdì 14 settembre 2012

per aspera ad astra

è sera, le mie gambe pesano come macigni.
mi dico che è il momento giusto per voltarmi a guardare il giorno appena trascorso, quello di agosto, il diciotto, e girandomi mi sento appagata e felice: la montagna vista di notte, sotto il bacio magico di una luna quasi perfettamente tonda, mi aveva lasciato talmente muta e sospesa, che ancora dovevo mettere ordine a tutte le emozioni provate.
eravamo partiti che erano appena le quattro del mattino, la mia gola era protetta da una sciarpa leggera di cotone rosso ciliegia, il resto del corpo vestito pesante, fatta eccezione per le braccia nude, in movimento e concentrate ad impugnare due vecchie racchette da montagna. sulla schiena uno zaino verde militare corto e lasciato piuttosto leggero: ci avevo buttato dentro soltanto il pane in cassetta con la frittata, un altro con la nutella, poca acqua, dei fazzoletti di carta e l’immancabile macchinetta fotografica.
stavamo cominciando a salire.
e salire era fatica, subito.
l’aria era fresca e asciutta ed il silenzio incorniciava il nostro affanno, che aumentava ad ogni manciata di passi, mentre gli occhi stavano cercando di abituarsi a quegli incantevoli bui notturni sui ginepri e una luna sentinella restava immobile sopra le nostre teste e ci rischiarava.
sentivo pian piano il fresco scomparire dalle braccia per lasciare spazio ad un velo roseo di sudore.
stavamo continuando a salire ancora.
avevamo incontrato tre giovani muli con sei grossi occhi interrogativi e curiosi, che erano rimasti nel margine di un sentiero che noi dovevamo calpestare con grande attenzione, a differenza loro che s’inerpicavano ovunque e senza esitazione: mi ero fermata divertita e loro anche sembravano esserlo, vedendomi impacciata e probabilmente troppo vestita.
ogni tanto la salita ci lasciava riprendere fiato per brevi passi, in uno spazio che somigliava alla pianura, ma che in realtà continuava ad ergersi e a farci arrampicare.
la fatica cresceva.
la luna era appena scomparsa: eravamo entrati nel bosco di faggi e conifere.
è quello che vedo sempre da lontano, sognante e ad occhi nudi, e che appare come una grossa macchia allungata verso l’alto, irregolare e piena, e ne posso solo immaginare l’odore.
in quel momento potevo finalmente annusarlo: profumava di sogno e di sforzo, di desiderio ed intimità, di sacrificio e gloria, ecco di che profumava. era carico di vita, in parte visibile e in parte no, e a me pareva di sentirla con le orecchie e percepirla con gli occhi se solo concentravo lo sguardo fisso altrove...
un sentiero ripido e nascosto, fatto di piccole esse da percorrere in un’oretta circa, ci stava sputando fuori verso una luce tutta nuova: quella dell’alba, del sole che voleva sbrigarsi a montare su in alto al più presto, per buttare i suoi occhi sulla luna. potevano incontrarsi e amoreggiare per qualche ora.
verso le sei, sotto un bagliore celestino umettato e salato, senza parole, senza fiato, quasi esanimi ci stavamo sedendo sul bordo della fonte, per fare la prima breve sosta e bere un po’ d’acqua. un vento pungente e diverso ci toccava ed io, togliendomi lo zaino, avevo scoperto una schiena zuppa di sudore. la maglietta era da cambiare e la felpa da infilare alla svelta, ma soprattutto per non perdersi lo spettacolo tutt’intorno.
il panorama era un incanto: le montagne sotto di noi erano dipinte di tutti toni di colore tra il grigio e un azzurro tenue e si sfumavamo nel rosa di un cielo illuminato dalla prima luce. al di sotto il nostro paese ancora spento e addormentato, un triangolo storto che finiva a ferro di cavallo e si confondeva nel verde scuro della valle ci appariva più piccolo e più lontano e più indefinito da lassù e io già mi sentivo al di sopra di una realtà che conoscevo bene.
stavo respirando un’altra energia.
la sosta era stata breve e già stavamo risalendo, con un pensiero fisso: raggiungere entro le sette il rifugio. e proprio alle sette in punto, di fronte a un sole paglierino appena spuntato eppure già alto, calpestando un’erba bagnata di rugiada ancorata a piccoli massi candidi e lisci come il marmo, soddisfatti e ancora un po’ intontiti dal sonno e dai nostri fiati cortissimi e sfiniti ed ansimanti avevamo svalicato e raggiunto la piana dove al centro, protetto e riparato, ci aspettava il rifugio già assolato.
la prima meta era finalmente raggiunta. 

bi

(continuerà, salendo ancora). 




[immagine di marco tarascio
"follow the white deer"
pop surrealism]


"tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio.
portiamo con noi la casa della nostra anima,
come fa una tartaruga con la sua corazza.
in verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo
è per l'uomo un viaggio simbolico.
ovunque vada è la propria anima che sta cercando.
per questo l'uomo deve poter viaggiare."

(tratto da  "tempo di viaggio" di a. tarkovskij).

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