giovedì 7 giugno 2012

la verità è che mi manca la sedia del papa

la verità è che mi manca da matti fare la sedia del papa.
uno dei miei cugini metteva la sua mano destra nella piegatura del proprio braccio sinistro (all’altezza del gomito), poggiando la mano sinistra nel braccio destro dell’altro.
l’altro faceva lo stesso, andando a posare la propria mano sinistra nel braccio destro dell’altro.
a me spettava la cosa più bella di tutte: montare sulla sedia che si veniva a formare da quel crocevia di braccia dei due.
mi ci accomodavo tutta emozionata e abbracciavo quelle due pesti legandomi intorno al loro collo.
mi sentivo un re, più che un papa, e tutto era meraviglioso da lassù.
un’altra cosa che mi manca è pranzare ai giardini dell’eur, di fronte al lago.
mangiavo una specie di minestra dal sapore sconosciuto al mondo e noto soltanto a me, dentro una scodella verde chiaro in plastica, sigillata da un coperchio bianco trasparente opaco.
in quel modo pure una cosa del genere era buonissima e odorava di tenerezza e cura, mentre mia madre cantava una canzone sotto voce, spostando i suoi occhi dalla mia fronte, agli occhi, alla bocca e portando il cucchiaio con la minestra verso la mia bocca già inzaccherata.
la canzone diceva:

la postina della val gardena
bacia solo con la luna piena
uno a te, uno a me
yuke-lì, yuke-lì oilè!


mi mancano tutte le nostre sere dopo cena nel suo letto, io e lei da sole, qualche minuto prima di passare al mio: lì mi insegnava le preghiere e tutte le sere le recitavamo insieme, strette in un abbraccio profondo.
ancora non sapevo scrivere, ma già sapevo tutte le preghiere a memoria e soprattutto aspettavo il momento di dirle con lei, perché quello era un istante solo nostro e di nessun altro.
a me poco importava lì per lì il significato delle nenie che ripetevamo insieme, il fatto era che lei mi stava insegnando a pensare e pregare per qualcun altro, oltre che per noi.
sì, sono certa che lì mia madre mi abbia fatto capire il potere del pensiero e della raccolta con me stessa, qualcosa a cui non rinuncio mai ancora oggi e nemmeno per una sera.
mi manca anche portare mia sorella sul seggiolino della bicicletta, era troppo piccola per pedalare da sola in una bici tutta sua.
me la caricavo sulla mia dicendole:

- mi raccomando, apri le gambe, altrimenti ti si incastrano i piedi e voliamo per terra!

e lei ubbidiva e non si lamentava mai, neanche quando le si stancavano troppo le gambette ciondolanti, seduta sul quel seggiolino rosso legato dietro di me.
oppure lo mettevamo davanti, sul manubrio, ma io non ero abbastanza alta e non riuscivo a vedere bene e rischiavamo di appiccicare i musi addosso a un muro.
rideva, rideva come una pazza! e io con lei.
mi manca togliere il bicchiere grande del vino a nonna anna: lei se lo sistemava sempre a tavola ed era diverso dal nostro.
cioè lei era l’unica ad avere quel bicchiere panciuto e tondo a fiori, perché noi tutti ne avevamo uno trasparente con delle palle arancioni.
quindi stonava quel bicchiere diverso lì e io glielo toglievo e ne mettevo uno come il nostro, suscitando la sua intolleranza.

- ma perché devi cambiarlo? il mio è questo, perché c’entra più vino...io ne posso berne solo un bicchiere!

mi bacchettava stizzita e in abruzzese, mentre io me la ridevo sotto i baffi, certa che la sera successiva avrei fatto lo stesso: le avrei di nuovo cambiato il bicchiere.
mi manca sentire mio papà suonare il violino ed impartire le sue lezioni di musica a quei bambini più grandi e più alti, dai quali io mi nascondevo per vergogna.
li interrogava e loro a volte tacevano, altre volte sghignazzavano l’un l’altro del fatto che non sapessero dargli le risposte che voleva.
poi chiamava me e io arrivavo tutta impettita e lui mi diceva:

- barbara, dicci le note in scala per favore...

e io le sapevo bene, me le aveva insegnate proprio lui, e gliele dicevo sentendomi bravissima ai suoi occhi verdi e fieri.
e mio papà sorrideva soddisfatto del fatto che io le sapessi e loro no.
e io del fatto che lui lo fosse.
non so oggi cosa significhi essere genitore, cosa sia giusto fare e dire e non dire e non fare.
ma una cosa è certa: farò in modo che i miei figli possano raccontare ai loro, un giorno, della bellezza della sedia del papa e dei giochi fatti con le mani e con le braccia, della minestra mangiata al laghetto e della canzone cantata dalla loro mamma, delle preghiere della sera fatte insieme e poi da soli e della magia del  raccoglimento in se stessi, di sfrecciare insieme sotto casa su una sola bicicletta, di ridere dei dispetti fatti alla nonna e farò in modo che imparino quanto prima le sette note musicali.  

bi

(ringrazio la mia Di e i nostri discorsi, dai quali sono scaturiti questi ricordi meravigliosi).



[anche un bocca di leone così bella può nascere in una scalinata]

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